Il ricordo dell'inferno. A quindici anni

da quell'attentato che sconvolse Mosca

Foto: Dmitri Korobeinikov / RIA Novosti

Foto: Dmitri Korobeinikov / RIA Novosti

Nel settembre del 1999 un palazzo di nove piani venne fatto saltare in aria dai terroristi. La tragedia si ripeté pochi giorni dopo. Le testimonianze dei sopravvissuti

Sono trascorsi quindici anni dal primo attentato terroristico che segnò per la Russia l’inizio di una nuova epoca. Un’epoca caratterizzata dalla lotta al terrorismo. Nella notte del 9 settembre 1999, in via Guryanova, una forte esplosione distrusse due androni di un condominio di nove piani. Morirono 106 persone, 264 furono i feriti. Rbth ha parlato con i testimoni di quella tragedia.

L’esplosione

Il Monastero Nikolo-Perervinsky si trova a poche centinaia di metri dal luogo della tragedia. "La nostra chiesa è aperta 24 ore al giorno e quella notte, come al solito, c'era via vai di fedeli. Intorno a mezzanotte sentimmo l'esplosione (erano le 23.58 dell’8 settembre, ndr). La gente pensò fosse l’inizio di una guerra o l’Apocalisse", ricorda il prete del Monastero, Padre Vladimir. Nel luogo della tragedia lo scenario era terribile. Del palazzo erano rimasti solo i due androni esterni, mentre il centro sembrava fosse stato tagliato con un coltello. Sotto le macerie c’erano delle persone. Di alcune di loro non è stato possibile nemmeno recuperarne i corpi. “Una delle nostre parrocchiane ha perduto la famiglia. Si è poi trasferita all'estremità opposta di Mosca. Ma viene sempre qui per commemorare i suoi cari”.

Viktor Vorotilov, veterano del Ministero degli Affari Iinterni, nel 1999 era il capo del distretto del Dipartimento degli affari interni del quartiere Pechatnik. È stato uno dei primi a recarsi sul luogo dell'esplosione. "Quella sera avevamo degli ospiti. Intorno a mezzanotte cominciarono a suonare gli allarmi delle auto - racconta -. Immediatamente telefonai alla pattuglia di servizio e seppi dell'esplosione. Dal primo sguardo era chiaro che non si trattava di una fuga di gas ma di un attacco terroristico. L'esplosione fu talmente forte che un pezzo di lastra di cemento armato raggiunse la casa vicina, attraversandone la parete. Anche lì ci furono delle vittime. I frammenti della casa precipitarono nel fiume, abbattendo gli alberi”.

“In quel momento eravamo 15-20 persone del Dipartimento degli affari interni, e non sapevamo da dove cominciare. Transennammo tutto, cominciando a smistare le macerie. Tiravamo fuori le persone. Ma di persone vive, fra le macerie, non ne vidi. Sopravvivere all'esplosione e all’incendio era impossibile. Dopo un altro paio di giorni si spostarono manualmente le macerie. C’erano frammenti di corpi, identificabili solo con l’aiuto di esperti. Tra i morti vi erano molti miei amici, con i quali lavoravo allora".

Il cinema "Tula"

Accanto alle case esplose c’era una scuola, dove vennero trasferiti i feriti. Nel cinema “Tula” invece si riunirono numerosi volontari. Alcune persone portarono vestiti, scarpe e coperte. Arrivavano persone a cercare parenti e amici. Uno dei volontari era Dmitri Vandysh, insegnante di musica nella scuola n. 1.041. Ricorda che dai padiglioni distrutti vide uscire un giovane sopravvissuto che si trovava all’ultimo piano. "Dopo il crollo sul posto è rimasta una singola lastra, sulla quale si trovava il suo letto. I genitori del ragazzo, nella stanza accanto, sono morti. Lo avevano visto solo al mattino, quando la polvere si era un po’ depositata e il fumo dissipato. Immaginate la scena: una casa crollata, in alto un pannello che sporge, su di esso il letto e sul letto il ragazzo sopravvissuto. Venne prelevato dai vigili del fuoco e portato in ospedale. Da lì, come gli altri bambini orfani venne affidato ai parenti. Qui c’erano numerosi feriti dei padiglioni 5 e 6, con schegge e ferite da taglio. Gli abitanti dei due padiglioni distrutti morirono tutti".

Molte persone arrivarono per offrire il proprio aiuto. “All’inizio portavano vestiti e oggetti utili. Poi cominciarono a portare denaro. Ci chiedevano di dare i soldi direttamente alle famiglie, ma non avendo noi nessun diritto a prenderli, abbiamo semplicemente messo in comunicazione le famiglie con i donatori. Ma non sempre succedeva così. Ricordo bene questa immagine: un giovane passa nella stanza nella quale sedeva il contabile, si siede in silenzio e mette 500 dollari sul tavolo. Una somma enorme a quel tempo. E scappa rapidamente. L’ho inseguito, l’ho chiamato, ma lui non si è fermato. E così fecero in molti”, racconta Dmitri.

Poi, insieme ai suoi alunni, raccolse tra le macerie oggetti personali e li porò a scuola per essere consegnati ai parenti. I resti dei corpi vennero cercati con l’aiuto di cani.

Victor Vorotilov ricorda che da quel momento le persone iniziarono a interessarsi alle persone che affittavano gli scantinati. Aggiunge: "Le persone iniziarono da quel momento a controllare soffitte e scantinati. Organizzandosi per vigilare le strade di notte”.

Il ricordo

Il capo del distretto di Pechatnik, Alexei Porkhunov, racconta che ogni anno, nella notte tra l’8 e il 9 Settembre, la gente si raccoglie e porta i fiori sul luogo della tragedia. Lasciano cornici con le foto dei morti, accendono candele, molte candele. Per strada si svolge una cerimonia commemorativa per ricordare i defunti. Le persone si fermano e guardano le foto.

Su una collina, vicino al luogo della tragedia, nel 2003 venne eretta una chiesa ortodossa. E, al posto delle case smantellate, due nuove torri di 22 piani.

Il 13 settembre 1999 venne proclamato giorno di lutto nazionale. E in quello stesso giorno la tragedia si ripetè. Alle 5 del 13 settembre un'esplosione distrusse la casa n. 6/3 lungo la Kashirsky Shosse. Una casa di mattoni di otto piani venne completamente rasa al suolo. A seguito dell'attacco terroristico, 124 inquilini morirono e nove persone rimasero ferite.

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