Superare gli orfanotrofi

Cinque case-famiglia sono già state aperte a Mosca, altre dodici saranno inaugurate entro dicembre (Foto: Itar Tass)

Cinque case-famiglia sono già state aperte a Mosca, altre dodici saranno inaugurate entro dicembre (Foto: Itar Tass)

Mosca tenta una nuova strada per aiutare i bambini senza genitori

Un salotto accogliente, una cucina moderna, diversi bagni, qualche giocattolo e una scrivania in ogni stanza. Sembra la descrizione dell’appartamento di una famiglia “normale”, ma si tratta invece di una casa-famiglia: un tipo di struttura che a Mosca è sempre più diffuso, e sta prendendo il posto degli orfanotrofi. Lo scorso anno nella capitale ne sono state aperte cinque, e altre dodici saranno inaugurate entro dicembre. Le case-famiglia offrono ai minori un ambiente molto simile a quello familiare e consentono loro di venire affiancati da una figura materna, come nelle famiglie tradizionali. Con l'unica differenza che non si tratta della loro madre biologica, bensì di quella che viene definita “madre sociale”: un’operatrice che trascorre cinque giorni a settimana insieme ai ragazzi e stabilisce con loro un rapporto paragonabile a quello di una vera e propria genitrice.

Natalia Tsyganova lavora come “madre sociale” in una casa-famiglia che ospita nove minori, la maggior parte dei quali sono stati accolti all’interno della struttura dopo che i loro genitori hanno perso la patria podestà, mentre altri sono vi stati trasferiti da un orfanotrofio. Le case-famiglia permettono ai giovani di abituarsi a vivere in famiglia in attesa di trovare dei genitori adottivi. Fratelli e sorelle vengono alloggiati nella stessa camera, per permettere loro di trascorrere più tempo possibile insieme. “Alcuni ragazzi fanno molta fatica ad abituarsi a questa soluzione”, dichiara Natalia Tsyganova. “Un po’ alla volta però imparano ad abbassare la guardia, si lasciano avvicinare, si stabilizzano e iniziano a condividere i propri pensieri e sentimenti”.

 
La nuova strada delle adozioni

Una scelta promossa dalle autorità comunali

“Quest’anno - ha dichiarato il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin, che di recente ha fatto visita a una casa-famiglia -, abbiamo investito più di ottocento milioni di rubli per completare la ristrutturazione delle realtà che si occupano di bambini senza genitori”. Gli interventi di ristrutturazione hanno interessato quindici orfanotrofi, cinque dei quali sono stati trasformati in case-famiglia, dove, oltre a crescere dei bambini, si selezionano e si addestrano le famiglie adottive. La capitale sta facendo il possibile per chiudere tutti gli orfanotrofi, e a questo scopo ha anche incrementato il sostegno economico da destinare ai genitori adottivi, che ammonta, complessivamente, a un miliardo di rubli.

Lo scorso anno a Mosca sono stati adottati 418 bambini in più rispetto al 2012. Il numero di minori che vivono negli orfanotrofi è così sceso a 538: si tratta di perlopiù di soggetti considerati “difficili” da adottare: adolescenti o bambini che soffrono di qualche handicap. All’inizio dell’anno le autorità cittadine hanno inoltre inaugurato un progetto pilota che dovrebbe determinare un ulteriore aumento delle adozioni e prevede l’assegnazione di alloggi desiderabili alle famiglie che adottano bambini disabili o adolescenti. Ad oggi il comune ha già assegnato venti appartamenti, ma stando a Vladimir Petrosyan, direttore del dipartimento moscovita della protezione sociale, entro la fine dell’anno il loro numero potrebbe arrivare a cento.

Quando l’adozione non funziona

Purtroppo, i bambini adottati vengono spesso restituiti agli orfanotrofi. Lo scorso anno ciò è accaduto in 148 casi. Non tutti genitori che desiderano adottare si rivelano infatti all’altezza del compito, malgrado esistano cinquantuno scuole che dovrebbero prepararli a questo nuovo ruolo. Vladimir Petrosyan spiega che l’obiettivo principale del suo dipartimento è quello di trovare una casa per tutti i bambini che non hanno genitori. E benché molto venga fatto per scongiurare che i genitori perdano la custodia dei propri figli, il numero di padri e madri che sono stati privati della patria podestà sfiora i millecinquecento.

 
Adozioni, una seconda
possibilità di vita

I bambini delle case-famiglia e i bambini “normali”

Anche nella casa-famiglia Numero Uno vivono dei minori che sono stati allontanati dai propri genitori biologici perché questi hanno perso la patria podestà. La struttura cerca di facilitare al massimo la loro esistenza, permettendo loro di frequentano scuole normali e praticare sport e altre attività extracurricolari. Inoltre, se lo desiderano, i giovani possono cucinarsi da soli e stringere amicizia con ragazzi esterni alla struttura: tutte cose che sono invece precluse ai giovani che vivono negli orfanotrofi.

Domando a Valentina Spivakova, direttrice del centro, qual è la reazione dei bambini che frequentano le scuole convenzionali e dei loro genitori quando entrano in contatto con i giovani delle case-famiglia. “La loro reazione è perlopiù positiva”, risponde. “Molti genitori si offrono persino di aiutare e portano dei regali. Tuttavia riceviamo anche delle lamentele. Può capitare infatti, anche se di rado, che i genitori affermino che i nostri ragazzi esercitano un’influenza negativa sui loro figli, ad esempio insegnando loro delle parolacce. Certo, nel complesso i nostri non sono ragazzi facili, e richiedono molto impegno. Eppure io li difendo sempre come se fossero figli miei, e incoraggio i miei collaboratori a fare altrettanto. Quanto ai genitori che si lamentano, spiego loro che se mio figlio dovesse subire l’influenza negativa di qualcuno, mi riterrei subito responsabile in quanto genitore”.

“È importante che a scuola, come nello sport e in qualsiasi attività, i nostri ragazzi siano trattati come chiunque altro”, aggiunge Spivakova. “È questo il modo migliore per superare i problemi”. Avendo lavorato per molti anni negli orfanotrofi, Valentina Spivakova afferma che se questi chiudessero non se ne sentirebbe la mancanza, poiché si tratta di strutture che spesso non danno ai ragazzi l’opportunità di incontrare e stringere amicizia con persone esterne.

“Madre sociale”

C’è anche chi si dimostra meno ottimista. Yelena Alshanskaya, ad esempio, direttrice della fondazione “Volontari per gli orfani” nonché esperta della Camera Pubblica russa, ritiene che sia troppo presto per parlare di risultati tangibili. “Sono assolutamente favorevole alla riduzione del numero degli orfanotrofi. Mosca tuttavia non è che agli inizi: le case-famiglia si stanno diffondendo solo adesso, e mi farebbe piacere che questo esperimento andasse avanti. Lo Stato purtroppo non ha sempre la pazienza necessaria a portare a compimento le proprie iniziative. Tutti ricordiamo gli orfanotrofi che furono allestiti negli anni Ottanta, o l’iniziativa delle famiglie affidatarie degli anni Novanta, ma nessuno di questi progetti è stati portato a termine.

Le case-famiglia dovrebbero prefiggersi l’obiettivo di restituire i bambini alle rispettive famiglie d’origine, e − ove ciò non sia possibile − cercare per loro delle famiglie adottive o affidatarie. Inoltre non sono molto favorevole alle “madri sociali”: i bambini infatti tendono ad affezionarsi a queste figure e considerarle alla stregua di vere e proprie genitrici. Salvo poi venirne separati. Occorre maggiore onestà: si tratta di operatrici che hanno il compito di seguire i ragazzi, e come tali dovrebbero essere identificate sin dall’inizio”.

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