Leningrado, diari dall'assedio

Estratti dei diari di coloro che vissero l'assedio di Leningrado (Foto: Vadim Zhernov / RIA Novosti)

Estratti dei diari di coloro che vissero l'assedio di Leningrado (Foto: Vadim Zhernov / RIA Novosti)

Giorno dopo giorno. Emozioni e preoccupazioni dei cittadini di Leningrado. Durante quell'assedio infinito che ha cambiato la storia mondiale

Nel 70esimo anniversario della fine dell’assedio di Leningrado, Russia Oggi ricorre ai documenti più attendibili degli anni del blocco - i diari dei leningradesi – affidando così il racconto di una delle pagine più tragiche della storia della Seconda Guerra Mondiale a coloro che la vissero in prima persona. Molti degli autori di questi diari non sopravvissero ai lunghi giorni d’assedio.

8 settembre. Elena Mukhina (17 anni), studentessa all’ultimo anno di scuola superiore:

Oggi hanno annunciato per la prima volta: “Incursione degli aerei tedeschi su Leningrado”. Pare che uno stormo di aerei nemici sia riuscito a eludere il fuoco della contraerea e a lanciare bombe incendiarie su vari quartieri della città, provocando incendi in abitazioni civili e magazzini, poi rapidamente spenti (“rapidamente”, come no! Ma se sono durati cinque ore!)… Alcuni edifici sono stati distrutti. Ci sono vittime e feriti. Gli obiettivi militari non hanno subito danni. Adesso non sono nemmeno le nove del mattino ed è appena finito un breve allarme aereo. Che strano, hanno già dato da un bel po’ il cessato l’allarme, eppure ogni tanto si continua a sentire il rombo degli aerei e i colpi isolati della contraerea.

3 ottobre 1941. Elena Skryabina(35 anni), insegnante di letteratura russa:

Le razioni di pane sono 250 grammi per gli operai e 125 grammi per impiegati e familiari a carico. La nostra porzione (125 grammi) è una piccola fetta di pane che basta sì e no per un panino. Ora abbiamo iniziato a dividere il pane tra tutti i membri della famiglia e ciascuno cerca di disporre a modo suo della propria porzione. Mia madre, ad esempio, cerca di dividere il suo pezzo in modo da poterlo mangiare in tre volte. Io, invece, mi mangio tutta la mia porzione in una sola volta, al mattino con il caffè: così, almeno all'inizio della giornata ho le forze sufficienti per stare in fila e barattare qualcosa. Nel pomeriggio, invece, inizio a perdere forza e rimango distesa.

12 novembre 1941. Elena Skryabina:

Sono andata a fare visita a un’amica che mi ha invitato a provare una sua nuova invenzione culinaria: gelatina a base di cinture di cuoio. La ricetta è la seguente: le cinture di cuoio suino vengono fatte bollire e si ottiene qualcosa di simile a una gelatina. Una schifezza che è impossibile descrivere! Il colore è giallastro e l’odore disgustoso. Nonostante tutta la fame che avevo, non sono riuscita a mandarne giù nemmeno un cucchiaio. I miei amici sono rimasti sorpresi davanti al mio disgusto. Loro la mangiano tutti i giorni.

Il coraggio di Leningrado

23 dicembre 1941.  Klavdiya Naumovna, medico presso l’ospedale di Leningrado:

All’ospedale sono iniziati ad arrivare molti pazienti deperiti e ci siamo dovuti rimboccare le maniche. Se solo sapessi le immagini terribili alle quali mi tocca assistere! Non sono neanche persone, sono scheletri ricoperti di una pelle secca con un colore spaventoso. Arrivano in ospedale in uno stato di semi incoscienza, privi di ogni forza. Oggi ho visitato un uomo che è arrivato in ospedale con le proprie gambe e dopo due ore è morto. In città ci sono un sacco di persone che muoiono di fame. Oggi, una mia amica e collega ha seppellito il padre, anche lui morto di stenti. Mi ha detto che in cimitero e nei dintorni succedono cose terribili e la gente non fa che traportare lì morti.

25 dicembre 1941. Elena Mukhina:

Che felicità! Vorrei gridarlo con quanto fiato ho in gola. Dio mio, che felicità! Hanno aumentato le razioni di pane! E pure di un bel po’! Una bella differenza: da 125 grammi a 200 grammi. Gli impiegati e i parenti a carico riceveranno 200 grammi e gli operai 350. Che grande salvezza! Nei giorni scorsi eravamo tutti così deboli che riuscivamo a malapena a muovere le gambe. Ora sia la mamma che Aka sopravvivranno. Sono felice, perché questo è il segno che le cose andranno meglio. Sì, ora andranno meglio.

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6 gennaio 1942. Lyubov Shaporina, artista e fondatrice del primo teatro sovietico di marionette:

Al mattino sono uscita di casa per andare al lavoro. Le gambe mi tremavano. In ospedale c’era molto da fare. Ho fatto quattro iniezioni sottocutanee a persone in punto di morte, ho presenziato un’operazione, ho fatto una serie infinita di corse, per poi trascinarmi faticosamente a casa. Arrivata a casa sono crollata sul letto. Sto perdendo la voglia di vivere. Mi fa male il cuore. Che davvero non ce la faccia? <...> Le persone vagano per strada con i secchi vuoti. Cercano acqua. Nella maggior parte delle case non c’è acqua, i tubi si sono congelati. Non c’è nemmeno legna da ardere. Da noi, per fortuna, l’acqua va spesso, e ora anche l'elettricità funziona. Non riceviamo nessuna lettera. Nevica. Tutti muoiono, e presto verremo seppelliti dalla neve.

Mercoledì, 7 gennaio 1942. Elena Skryabina:

Circa un'ora fa è venuto a trovarci un amico di mio marito, Petr Yakovlevic Ivanov. Me lo ricordavo come un tipo sempre allegro, pieno d’energia. È diventato irriconoscibile: magro, pallido e strano. La fame trasforma le persone, le fa andare fuori di senno. A quanto pare era venuto da noi per sapere se il grosso gatto grigio di un’attrice, che vive nella nostra palazzina, era ancora vivo. Si augurava che il gatto non fosse stato ancora mangiato, dal momento che sapeva che la sua padrona lo adorava. Ho dovuto deluderlo: nessun essere vivente, eccetto le persone che riescono ancora a muovere le gambe, è rimasto in vita nella nostra palazzina.

16 gennaio 1942. Elena Skryabina:

L’ambulatorio è pieno di operai e impiegati che sono talmente spossati che non riescono più ad andare a lavorare. Per timore di essere accusati di assenteismo vengono qui per richiedere un certificato medico di malattia. Arrivati all’ambulatorio, molti di loro muoiono mentre sono in coda per il medico. Il pavimento è, nel vero senso della parola, tappezzato di morti e moribondi. Non vi è neanche tempo di raccoglierli.

17 gennaio 1942. Lyubov Shaporina:

Ieri stavo passando davanti al Giardino d'Estate. I rami degli alberi erano ricoperti da uno strato lanuginoso, davvero bello, di brina. Nella direzione opposta alla mia camminava un tizio sulla quarantina, magro fino all’inverosimile, con un’aria da intellettuale. Indossava un cappotto pesante con bavero. Aveva il naso aquilino e, come molti ora, un livido violaceo sulla sua gobba sottile. Aveva gli occhi sbarrati, con le pupille quasi rovesciate. Camminava, muovendo appena appena le gambe, e, con le mani serrate sul petto, ripeteva con voce sorda e tremante: “Mi sto congelando, mi sto con-ge-lan-do”.

18 giugno 1942. Lyubov Shaporina:

Nella libreria di seconda mano sulla Simeonovskaya ultimamente arrivano dei libri davvero interessati, ed io, invece di risparmiare i soldi per la bara, mi sono messa a caccia di libri. È divertente. Basta una bomba e non ne rimarrà nulla. Ma nessuno pensa a queste cose.

15 luglio 1942. Klavdiya Naumovna:

Siamo ancora vivi. Di giorno i bombardamenti sono frequenti… Ma la vita va avanti. Direi quasi che pulsa rispetto all'inverno. La gente si è data una sistemata e ha iniziato a vestirsi in abiti eleganti. I tram circolano e i negozi aprono un po’ alla volta. Davanti alle profumerie ci sono lunghe code, a Leningrado sono arrivati i profumi. Una bottiglietta costa 120 rubli, ma la gente li compra lo stesso. Anche a me ne hanno comprato uno e ciò mi ha fatto davvero molto piacere. Adoro il profumo! Quando mi profumo, mi sento appagata, come se fossi appena tornata da teatro, da un concerto o da una caffetteria.

6 agosto 1942. Vladimir Bogdanov (21 anni):

Non ne posso davvero più. Fuori è estate, ma che cosa succederà quando arriverà l'inverno e nulla sarà cambiato? Considerata la situazione, difficilmente riusciremo a passarlo vivi. D'altra parte, però, riguardo all’evacuazione, sono deciso, io e mio padre non andremo da nessuna parte, resteremo qui fino alla fine. Non posso lasciare la città dove sono nato e vissuto per 20 anni di fila. Una città che mi è cara, con le sue strade, che la guerra ha reso così dure e inospitali. No, non posso lasciarla.

L’articolo è stato redatto da Ilya Krol con materiali tratti dal libro “Blokadnaya kniga” (Il libro del blocco) di Daniil Granin e Ales Adamovich (1977-1984).

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