La vita dietro le sbarre

Detenute al lavoro in una colonia penale russa (Foto: Itar-Tass)

Detenute al lavoro in una colonia penale russa (Foto: Itar-Tass)

I problemi dei luoghi di detenzione russi: reportage da una prigione femminile

L'attenzione dei media e dei difensori dei diritti civili è stata calamitata dalla situazione nei luoghi di detenzione per donne in Russia. Il motivo è stato lo sciopero della fame iniziato da una delle componenti delle Pussy Riot, Nadezhda Tolokonnikova. Esperti e testimoni parlano della necessità di rendere il sistema correzionale più umano, ma non vedono niente di critico nello stato di cose attuale.

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La Tolokonnikova aveva scritto una lettera aperta in cui denunciava i soprusi nei confronti delle donne che si trovano con lei in quel campo di lavoro, dichiarando inoltre di essere minacciata dalla direzione della colonia. La ragazza ha così indetto uno sciopero della fame. La dirigenza del centro penitenziario assicura che non ci sono state minacce e che la vita dietro le sbarre in Mordovia non è molto diversa da quella nelle carceri di altre parti della Russia. I membri del Consiglio per i diritti dell’uomo presso la Presidenza della Federazione Russa ha avviato dei controlli.

Russia Oggi è andata in visita in uno dei luoghi di detenzione per donne dell’oblast di Ivanovo, simile a quello in cui si trova la Tolokonnikova.

Accanto all’alta recinzione di ferro stanno tre enormi pastori tedeschi che cercano di strappare il guinzaglio, abbaiando alla colonna di donne che, senza dovere mettersi d’accordo, si fermano. Il recinto separa le baracche del campo dalla sartoria.

"Aprire subito le borse" urla un'aiutante delle guardie. Ubbidendo, tutte aprono i sacchetti trasparenti in polietilene dove si mettono le scarpe di ricambio e la divisa del reparto. La guardia si avvicina a ciascuna detenuta, ispeziona lei e il sacchetto. Le donne sono sottoposte a questa procedura due volte al giorno, quando vanno in reparto e al ritorno.

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“È perché non portino via niente dalla sartoria, - confida la sorvegliante. - Le donne sono più spietate degli uomini. Fanno passare qualcosa in stanza e poi se la prendono con la vicina. Anche se qui le aggressioni alle compagne sono una rarità”. Alle pareti delle celle sono appesi degli stracci sudici, mentre nel lungo corridoio il pavimento che scricchiola per l’umidità è ingombro di bacinelle con la biancheria a bagno. “Cosa avete messo qui? - urla la guardia. - Il carcere dovreste farvelo per un’igiene così”. 

Una ragazza balza fuori dal letto, si precipita in corridoio e infila la bacinella sotto il letto. Un’altra detenuta corre all’idrante che c’è fuori, mette un po’ di ammorbidente sulla biancheria sotto il getto d’acqua fredda. La situazione ricorda gli studentati femminili dei tempi sovietici, dove ogni anno facevano i lavori di ristrutturazione, ma dopo qualche mese l’umidità penetrava di nuovo nei muri e i pavimenti in legno marcivano con la stessa rapidità degli abitanti.

Tutte devono lavorare in sartoria secondo le regole. Le tzigane si affollano a un tavolo a parte. Le macchine da cucire non si fidano molto di loro. Si danno da fare con le forbici, ritagliando minuziosamente i fili che pendono; sono quasi tutte dentro per spaccio di droga e negli ultimi anni il numero cresce sempre di più.

“Ogni volta alle visite viene tutto l’accampamento, ma lasciamo entrare soltanto i parenti stretti. Gli altri fanno baldoria, cantano canzoni oltre la recinzione”, spiega la sorvegliante.

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Le gonne azzurre sotto il ginocchio, le grandi giacche informi e il fazzoletto bianco in testa rendono identiche tutte le detenute della colonia penale di Ivanovo. Dal gruppo di ragazze che riempie la sartoria della colonia, si distingue soltanto la ventenne Alina. I dread biondi spuntano dal foulard, mentre sul naso e sul sopracciglio sono rimasti i buchi dei piercing, un ricordo della vita in libertà, quando Alina era un’instancabile festaiola e una frequentatrice abituale dei concerti rock e delle discoteche techno.

“Non potevo neppure supporre che sarei finita qui, tra queste tipe recidive. Mi sembra un brutto sogno - confessa Alina. - Nelle celle fa freddo. La cosa più paurosa è che qui si formano dei gruppi di ragazze e devi avere fiducia in te stessa se vuoi resistere. Loro collaborano con l’amministrazione, così gli è più facile comandare tutte le altre”.

Prima Alina studiava chimica e nel tempo libero vendeva droghe leggere. Si è presa tre anni per spaccio e la sua vita è cambiata. La ragazza fragile si è trasformata in una vera e propria roccia, sempre sulla difensiva.

“Si vivono in tensione i primi sei mesi, ora invece sono riuscita più o meno a farmi conoscere”, racconta.

Aleksandr Egorov gestisce il più vecchio centro di riabilitazione di ex detenuti della Russia; racconta che le donne vanno raramente da lui e non finiscono quasi mai dietro le sbarre una seconda volta. “Abbiamo smesso di lavorare con le donne, a loro non serve quasi il nostro aiuto. Tra chi viene liberato rappresentano un numero esiguo, sono un ventesimo di tutti i detenuti, e tendono a non essere recidive - spiega Egorov. - Le recidive che si incontrano sono ragazze impossibili da correggere, con le quali non si può lavorare. In un anno da noi sono venute poche persone, anche se l’amministrazione di San Pietroburgo vuole creare per loro un centro speciale”.

Marija Kannabich, Presidente della Ong “Fondo di beneficienza interregionale per l’assistenza ai detenuti”, membro della Camera civica della Russia, racconta che ci sono in effetti problemi nelle colonie russe e i difensori dei diritti umani ne parlano di continuo. “Nadezhda Tolokonnikova ha certamente ragione quando dice che il sistema penitenziario deve perfezionarsi, diventare più umano. Purtroppo, però, ci sono molti campi di lavoro problematici, dove le detenute lavorano più di 8 ore al giorno. Tuttavia, soltanto in un terzo di tutti i campi russi si può lavorare e le colonie sono in competizione per gli appalti di lavoro”, spiega la Kannabich.

I detenuti lavorano spesso per 10-11 ore, ma ricevono uno stipendio che è pari a quello dei lavoratori stipendiati del centro. “Ho parlato con loro, ricevono 7.000 rubli, più o meno come un addetto della mensa. I detenuti sono però persone asservite ed è difficile ricevere da loro testimonianze veritiere”. Piuttosto di recente nei mass media sono circolati comunicati sul fatto che i detenuti guadagnino in realtà pochissimo; nessun membro della dirigenza del Sistema penitenziario federale ha commentato tale informazione.

È curioso che le ragazze in prigione oltre a fare lavori di cucito, si occupino di pizzi e ricami e dipingano le matrioshke. Secondo i dati forniti dalla Kannabich in Russia si contano circa 58.000 donne detenute.

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