Sciopero della fame per una delle Pussy Riot

Una delle componenti del gruppo Pussy Riot, Nadezhda Tolokonnikova, condannata a due anni di reclusione, ha annunciato lo sciopero della fame contro le condizioni detentive (Foto: Andrei Stenin / Ria Novosti)

Una delle componenti del gruppo Pussy Riot, Nadezhda Tolokonnikova, condannata a due anni di reclusione, ha annunciato lo sciopero della fame contro le condizioni detentive (Foto: Andrei Stenin / Ria Novosti)

Nadezhda Tolokonnikova, condannata a due anni di detenzione dopo la performance nella Cattedrale di Cristo Salvatore di Mosca, protesta contro le condizioni di lavoro e le intimidazioni che avrebbe ricevuto nel centro dove sta scontando la pena

È finita sulle pagine di tutti i giornali la denuncia fatta da Nadezhda Tolokonnikova, una delle componenti del gruppo Pussy Riot, rivolta alle autorità, nella quale vengono riportate le minacce di morte e gli svariati ordini che impongono ai detenuti ritmi di lavoro di 16-17 ore al giorno. Nella sua lettera la giovane ha annunciato lo sciopero della fame.

E mentre le organizzazioni che si battono in difesa dei diritti umani hanno detto che faranno luce sulla vicenda, i portavoce del centro di detenzione assicurano che si tratta solamente di una provocazione. Secondo quanto si apprende, lo sciopero della fame indetto da Nadezhda Tolokonnikova sarebbe partito dopo che il vicedirettore del centro penitenziario, Yuri Kuprianov, l’avrebbe minacciata il 30 agosto 2013 nel corso di una riunione. L’incontro sarebbe stato organizzato dopo che la stessa Tolokonnikova avrebbe invitato gli organi competenti a controllare l’attività del centro.

Nadezhda Tolokonnikova, infatti, sta scontando una condanna a due anni di reclusione, arrivata a seguito della sua “preghiera punk” nella Cattedrale di Cristo Salvatore di Mosca.

Secondo quanto affermato dalla giovane, dopo il colloquio con Kuprianov sarebbero iniziate le minacce: intimidazioni su ordine della direzione del centro.

Così, dal 23 settembre 2013, la ragazza ha dato il via allo sciopero della fame, dichiarandosi anche impossibilitata a lavorare a causa delle sue condizioni di salute.

I russi e le Pussy Riot
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Questa lettera è stata indirizzata al direttore del Servizio penitenziario della Federazione Russa, Gennady Kornienko, al capo della direzione del Comitato investigativo della Federazione Russa in Mordovia, Mikhail Nazarov, al procuratore Valery Machinsky e all’incaricato per i diritti umani, Vladimir Lukin.

In un comunicato indirizzato a Lenta.ru, inoltre, Nadezhda Tolokonnikova fa presente che il suo sciopero della fame è stato voluto anche per denunciare le troppe ingiustizie che si commettono nella prigione. In particolar modo, la giornata lavorativa nella sartoria dove vengono confezionate uniformi per la polizia dura dalle 16 alle 17 ore. Nel caso in cui queste regole non vengano rispettate, alle detenute viene fatto divieto di andare in bagno o mangiare.

I rappresentanti del Servizio penitenziario federale hanno quindi dichiarato che il marito di Nadezhda Tolokonnikova, insieme a un avvocato, avrebbe tentato di minacciare la direzione del centro. Il 17 settembre 2013 Petr Verzilov, marito della Tolokonnikova, attivista del gruppo artistico “Voina”, insieme all’avvocato Irina Khrunova, ha proposto a Kuprianov di spostare la giovane in un’altra squadra di lavoro, così come è stato detto dal canale televisivo online Dozhd. Nel caso in cui questo trasferimento non fosse stato fatto, Verzilov e Khrunova hanno promesso di inviare al Comitato investigativo, al servizio penitenziario federale e ai mezzi di comunicazione, una denuncia di minaccia di morte da parte di Kuprianov nei confronti della giovane attivista.

Il vicedirettore del centro penitenziario ha rifiutato di farsi carico di questa richiesta, sostenendo che non si sarebbe occupato della sistemazione dei detenuti nei luoghi di lavoro.

Secondo il presidente della fondazione di beneficenza Aiuto ai detenuti, Maria Kannaby, queste accuse devono essere verificate sul posto.

“Nei prossimi giorni visiterò il centro – ha dichiarato. - E cercherò di capire cosa sta succedendo. Faremo una riunione con Nadezhda Tolokonnikova e con la direzione del carcere: conto di riuscire a verificare quali problemi ci sono e quali, eventualmente, sono stati esagerati”.

Per quanto riguarda i laboratori di lavoro, essi purtroppo non sono in buone condizioni in nessun centro penitenziario. Sicuramente capiterà di fare delle ore extra di lavoro. Ma dubito che si arrivi a 17-18 ore. Se da parte delle istituzioni arriva la richiesta di un numero maggiore di uniformi, si fa di tutto per soddisfare questa richiesta e guadagnare più soldi. Sicuramente questi ritmi così duri non sono la norma: al termine della commissione, il laboratorio torna a lavorare in maniera più normale”.

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