Viaggio a Beslan, dove il dolore non va più via

La palestra della scuola Numero 1 di Beslan resta il luogo dei ricordi: in alcune zone dell'edificio, le mura ancora macchiate di sangue sono la fresca testimonianza della tragedia (Foto: Getty Images/Fotobank)

La palestra della scuola Numero 1 di Beslan resta il luogo dei ricordi: in alcune zone dell'edificio, le mura ancora macchiate di sangue sono la fresca testimonianza della tragedia (Foto: Getty Images/Fotobank)

A settembre 2004 l'attacco terroristico alla scuola Numero 1 della città osseta, che causò 334 vittime. I ricordi dei sopravvissuti

Fatima, Kristina, Aslam. Marina, Khassam, Natalia. Un mantra doloroso che avvolge nomi e volti. Che passa attraverso trecentotrentaquattro vite spezzate. Trecentotrentaquattro respiri interrotti dalla furia dei terroristi che il 1° settembre 2004, per tre giorni, hanno condotto la Russia e il mondo intero in un abisso di sconforto, di rabbia, di domande su come sia possibile compiere una simile follia.

Oggi, Beslan, è un luogo di confine: una frontiera attraverso cui il passato inonda il presente con il suo bagaglio di dolore e domande. Ma è anche un luogo in cui si misura la volontà di ricostruire, la voglia di andare avanti.

Tornare a Beslan sigifica fare i conti con ciò che difficilmente può essere racchiuso nelle parole. Significa fare, letteralmente, esperienza del tragico: di un evento le cui motivazioni restano insondabili. L’assurdità del male, la crepa della violenza, le vite a metà di chi è sopravvissuto, di chi perde ogni istante la sua lotta contro il tempo che trascorre riportando ricordi e rimorsi, echi di colpi di pistola e immagini di cadaveri. E significa anche misurare le possibilità della solidarietà, l’impegno per aiutare chi non riesce a uscire da quei tre giorni, chi non vuole dimenticare.  

Il caldo torrido di Beslan scende come un presagio sulla giornata. Siamo nel settembre del 2004. Il 1° settembre inizia la scuola. Si sono riunite più di mille persone per accompagnare i bambini in una nuova fase della loro vita. Basta un attimo: terroristi mascherati e pesantemente armati irrompono prendendoli in ostaggio nella scuola media Numero 1. Per tre giorni bambini, genitori ed insegnanti sono rinchiusi nella palestra dell'istituto. Poi esplosioni e una sparatoria selvaggia. Muoiono più di 300 persone. Sarebbe dovuta essere una celebrazione della vita. E invece il nome di Beslan è iscritto a lettere maiuscole nel libro nero delle atrocità umane.

Estate 2013. Sono passati nove anni. Stanco e disidratato entro nel negozio di alimentari di Boris sul Prospekt Kosta. Siamo a Vladikavkaz, nella capitale dell'Ossezia del Nord. Il caldo è rovente. Dalla stanza posteriore appare un uomo dai capelli bianchi: Boris, che vive a Beslan e mi farà da guida nella sua città. Attraversiamo la steppa osseziana, lasciando dietro di noi le cime alte del Caucaso. Sono seduto nella Lada rossa senza sedile posteriore, con il finestrino completamente abbassato.

Il ruolo dell'Italia
a Beslan 

Giriamo nella strada di Boris. Muri di mattoni rosso carminio nascondono cortili, cucine estive, giardini e le case della città. Tralci di uva si arrampicano sulla finestra del suo salotto. L'anziana madre mi prende la mano, mi ringrazia di essere suo ospite oggi. "Siediti, mangia", mi dice. L'ospitalità degli osseziani non è venuta a mancare. Boris versa acquavite nei bicchieri. "Non ci vogliamo ubriacare ma la tradizione lo richiede". Si solleva una melodia, un elogio e un evviva all'ospitalità, allo sconosciuto che porta ricchezza in casa. Oltre alle impronte polverose delle mie scarpe, non ho lasciato ancora nulla. Commosso accolgo il gesto amabile e faccio una smorfia quando l'alcool mi brucia la gola. Dopo tre acquavite, la tradizione è sufficientemente rispettata.

"Quando ho sentito i primi spari, quando i terroristi hanno preso in ostaggio la nostra speranza, il nostro futuro, il nostro amore, ho afferrato il mio fucile. I miei bambini si trovavano nel cortile, Dio li protegga. I miei figli, mia moglie, mia madre erano al sicuro". Per tre intere giornate si sono nascosti dietro il muro di mattoni e i tralci di uva senza mai uscire in strada. Perché il caos era onnipresente, dappertutto c'erano persone armate, soldati e cittadini, chi avrebbe potuto dire che tra di loro non si trovassero anche dei terroristi? "Alcuni infatti erano scappati. Così si dice. La scuola era circondata dal caos armato, non riuscivo a comprendere la situazione, non dormivo, non piangevo, non mangiavo, non vivevo, per tre giorni. Guardavo solo nel vuoto, mi occupavo della mia famiglia".

Cosa sognano i bambini di Beslan?
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Grosse assi di legno bloccano le finestre della scuola media Numero 1. Apriamo un portone di ferro ed entriamo nel cortile. Il guardiano dorme nella roulotte, noi lo svegliamo. A passo lento attraversiamo la palestra distrutta. Peluche in ogni angolo. Una grande croce. Borracce. Per tre giorni non c'era stata acqua. Il cesto da basket è un scheletro.

Beslan sembra ordinata. Visitiamo la città in bici, asfalto nuovo e tetti in buone condizioni. "È merito dell'indennizzo", dice Boris. "Non è possibile né contare né saldare il dolore. Nuove finestre di plastica e un recinto sono un risarcimento ridicolo per figli, genitori, parenti. Amici".

Passiamo davanti alla nuova moschea, di fronte a case della Gründerzeit; siamo diretti al cimitero. Bambini esultano giocando a calcio, opposto a noi c'è un campo sportivo nuovo di zecca. Il campo da tennis più moderno a Sud di Mosca dev'essere proprio questo qui di Beslan. La luce dei proiettori illumina tutto. Forse si tratta di un tentativo di portare luce nel passato buio della città.

"Che cos'è per te la normalità?", chiedo a Boris. Lui accarezza una tomba. Avrebbero potuto essere i suoi figli. Ci pensa un attimo. La distesa di tombe fatte di lastre di marmo si perdono nella notte. "Abbiamo perso così tanto, ma i nostri bambini hanno un futuro". Il negozio ha permesso a Boris di mandare la figlia più grande all'Università di San Pietroburgo. "Ci sono stato cento volte al cimitero, andando a trovare conoscenti. La normalità non tornerà mai. Ogni tomba è un buco nelle nostre anime e nei nostri cuori". Hanno provato a rammendare ogni buco. Asfalto sulla strada, un monumento commemorativo sopra la palestra. Un campo sportivo contro il rimuginare e proiettori contro la notte. Ma i buchi nell'anima sono più profondi. Lo si capisce a Beslan. Boris mi accoglie come un padre. Mi regala storie e riflessioni, condivide con me il suo tempo di vita. La sua famiglia non ha perso nessuno. Ma riesco a vedere il buco profondo nel suo viso.

L'articolo è stato pubblicato nell'edizione cartacea di "Russia Oggi" del 5 settembre 2013

La tragedia minuto per minuto1° SETTEMBRE 2004, 9:30 • Alla cerimonia di avvio dell'anno scolastico i terroristi iniziano a sparare in aria. Obbligano le persone a dirigersi in palestra. Durante il caos, 65 persone riescono a mettersi in salvo14:20 • Viene scelto un mediatore: è Leonid Roshal, pediatra, famoso per aver condotto le trattative finalizzate al rilascio dei bambini durante la crisi del teatro Dubrovka a Mosca, nell'ottobre del 20022 SETTEMBRE 2004 • Le trattative non vanno a buon fine. E, nonostante gli appelli, i terroristi non consentono agli ostaggi di assumere cibo, acqua e medicine. Alcuni, per sopravivere, sono costretti a bere urina15:30 • Due granate esplodono poco dopo la liberazione di alcuni ostaggi. Un'automobile della polizia va in fiamme. Le forze speciali presenti sul posto non rispondono al fuoco per non alimentare la tensione3 SETTEMBRE 2004 • I terroristi permettono a quattro medici l'ingresso per rimuovere i corpi delle vittime. Ma quando i sanitari si avvicinano alla scuola, aprono il fuoco nei loro confronti

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