Gli occhi di Gleb e la battaglia di Beslan contro la paura

Oltre trecento persone hanno perso la vita nell'attacco terroristico alla scuola di Beslan. Molti erano bambini (Foto: Getty Images/Fotobank)

Oltre trecento persone hanno perso la vita nell'attacco terroristico alla scuola di Beslan. Molti erano bambini (Foto: Getty Images/Fotobank)

Due italiani, che subito dopo l'attacco hanno assistito i familiari delle vittime e i giovani orfani, raccontano i giorni del recupero e le diverse modalità attraverso cui "la vita ha ricominciato a riprendersi quello che il terrore le aveva tolto"

Il più piccolo aveva solo quattro anni. Si chiamava Gleb. E quando è arrivato in Italia nelle orecchie portava ancora il rumore degli spari che hanno scatenato l’inferno nella scuola Numero 1 di Beslan. «Me li ricordo bene gli occhi di Gleb. Così come ricordo uno a uno i visi dei sopravvissuti che abbiamo ospitato a Trento per due mesi». Ennio Bordato è il volto dell’Italia scesa in campo per Beslan. Insieme alla sua associazione Aiutateci a Salvare i Bambini Onlus ha dato alloggio a 63 persone uscite vive da quella scuola. Per la precisione, 33 bambini e 30 adulti.

La solidarietà italiana e quella dedica di Giovanni Allevi

L’associazione Aiutateci a Salvare i Bambini Onlus, dal 2001 attiva in Russia a sostegno dei minori, ha investito 300mila euro per prestare aiuto alla popolazione di Beslan. Il primo progetto, spiega Ennio Bordato, referente nazionale dell’associazione e cittadino onorario di Beslan, è stato reso possibile grazie all’aiuto della Provincia Autonoma di Trento. I successivi viaggi nella città osseta, così come la realizzazione del dvd interattivo distribuito alla popolazione, sono invece stati quasi interamente autofinanziati. "Abbiamo ricevuto molte donazioni – dice -. Anche se avremmo potuto ottenerne di più: si tratta di posti per i quali c’è ancora troppa poca sensibilità. Nella città osseta ci sono stato diverse volte. Col tempo sono state costruite scuole e palestre nuove. È una realtà che negli anni è cambiata molto. La popolazione sta cercando di superare quella vicenda drammatica, anche se il ricordo della scuola continua a essere sempre molto presente". Anche in altre occasioni l’Italia ha teso la mano a Beslan. Nel 2004 Firenze ha dedicato una piazza ai bambini morti nell’assedio della scuola, mentre il musicista Giovanni Allevi ha composto l’opera “Foglie di Beslan”, eseguita per la prima volta nel 2005 al teatro Politeama di Palermo dall'Orchestra sinfonica Siciliana.La palestra della scuola Numero 1 di Beslan resta il luogo dei ricordi. Le mura ancora macchiate di sangue e con le testimonianze della tragedia. E i fiori freschi per ricordare i bambini che non sono sopravvissutiViaggio nei luoghi dove la furia dei terroristi ha cancellato un'intera generazione. Tra la volontà di ricostuire il futuro e i racconti dei sopravvissuti

"Le notti erano insonni. Molti di loro non riuscivano a dormire. Hanno riportato conseguenze gravissime. E non solo dal punto di vista fisico". L'assistenza sanitaria e l'aiuto psicologico sono stati molto importanti in quei giorni e Bordato li porta ancora impressi nella sua mente. Ma anche i momenti di svago e di aggregazione non sono mancati, e hanno aiutato a superare le difficoltà.

La vita degli ex-ostaggi è ripartita da qui. Dal convento di Trento dove per due mesi medici, psicologi e semplici volontari, grazie al sostegno della comunità e dell’amministrazione locale, hanno preso in mano la loro vita, cercando di ricomporre i pezzi di un’esistenza andata in frantumi sotto le granate che hanno scandito il ritmo di tre, lunghissime giornate.

"Quando c’è stato l’assalto alla scuola mi trovavo a Mosca, nella clinica pediatrica dove operiamo insieme ai volontari della nostra associazione. Per sapere cosa stava succedendo a Beslan non c’era bisogno di accendere la tv: mi riferivano tutto le madri dei bambini osseti ricoverati in ospedale. Paradossalmente a loro era andata bene: se non fossero stati ricoverati da tempo, si sarebbero ritrovati, insieme ai loro compagni, sotto il fuoco dei fucili".

Dolore e rabbia: ognuno di loro, in quella scuola, aveva perso qualcuno. Un figlio, un parente, un amico. Sotto la pelle dei bambini resistevano ancora le schegge delle mine. Come a ricordare, nonostante la distanza, che fino a qualche giorno prima c’erano anche loro tra i banchi divelti di quelle aule assediate.

Poi, un po' alla volta, da quel convento di Trento la vita ha ricominciato a riprendersi quello che il terrore di quei giorni aveva tolto.

Le giornate erano scandite da ritmi regolari e tranquilli. Si mangiava gomito a gomito, si dormiva sotto lo stesso tetto. Si passeggiava all’aria aperta e si aspettava il calare del sole insieme.

Ospiti, psicologi, volontari. Tutti insieme come una grande famiglia, per ritrovare la fiducia nel prossimo, e per aiutare a elaborare il lutto. "Gli adulti inizialmente non avevano voglia di parlare. Poi, giorno dopo giorno, hanno riacquistato un pò di fiducia, fino ad arrivare a raccontare tutto, minuto per minuto, di quei terribili momenti. I dettagli erano vividi. Sembrava di vedere scorrere le immagini di un film". Fabia Capello, psicologa psicoterapeuta, impiegata presso la Clinica di oncoematologia pediatrica di Padova e collaboratrice del dipartimento di Psicologia dello sviluppo dell’università patavina, è tra gli specialisti che hanno messo la propria professionalità a disposizione del gruppo. A Trento ha trascorso più di due mesi; recandosi poi anche a Beslan, per assistere sul posto le vittime della tragedia.

Fabia Capello, psicologa psicoterapeuta,
in prima fila per aiutare i sopravvissuti
(Foto: archivio personale)

"Siamo entrati in punta di piedi nelle vite di queste persone – racconta Fabia Capello -. Una volta arrivati a Trento, ci siamo ritrovati davanti una situazione davvero molto complessa. Abbiamo cercato di creare rapporti di fiducia reciproca per poter accedere al loro universo".

Con il passare dei giorni, e quella scuola lontana, il muro dell’ostilità piano piano è stato abbattuto. "Abbiamo fatto un intervento a tutto tondo, lavorando dal punto di vista fisico e psicologico, ma anche emotivo – dice Ennio Bordato -. Per riportare i nostri ospiti a una vita normale abbiamo organizzato escursioni, gite in qualche città italiana e anche uno spettacolo di clown".

Il viaggio a Beslan nell'estate 2013

L’aiuto dell’associazione è continuato, poi, nel tempo grazie a un progetto di più ampio respiro che ha portato i volontari a seguire la popolazione di Beslan anche in loco, nel tentativo di ritorno alla normalità della vita quotidiana.

"Con il gruppo di psicologi ci siamo recati in Ossezia per incontrare le persone del posto e capire come vivevano a distanza di anni". Oggi molti di quei ragazzi sopravvissuti alla tragedia frequentano l’Università. Qualcuno si è trasferito a Mosca. Altri, invece, hanno iniziato a lavorare. "Continuiamo a seguire i casi più difficili", aggiunge Bordato.

Il progetto dell’associazione, iniziato con quel massacro tra il 1° e il 3 settembre 2004, si è concretizzato infine in un dvd interattivo, realizzato tra il 2005 e il 2009, che viene distribuito gratuitamente alla popolazione di Beslan per aiutarla, ancora oggi, a superare il ricordo di quella scuola.

L'articolo è stato pubblicato nell'edizione cartacea di "Russia Oggi" del 5 settembre 2013

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