"Stalingrado, siamo tutti morti qui"

I ricordi di chi c'era 70 anni fa a combattere la battaglia di Stalingrado (Foto: RIA Novosti)

I ricordi di chi c'era 70 anni fa a combattere la battaglia di Stalingrado (Foto: RIA Novosti)

La storica battaglia che ha portato le truppe sovietiche a sconfiggere la Germania nazista, attraverso gli occhi di chi, 70 anni fa, l’ha vissuta

A 70 anni dalla storica battaglia di Stalingrado, le testimonianze struggenti di chi ha vissuto quei momenti di guerra ed eroismo.

La timeline della battaglia
di Stalingrado 

“Il 23 agosto, dopo pranzo, hanno iniziato a bombardare pesantemente la città. L’hanno distrutta in due giorni. Prima di tutto è stato devastato il quartiere centrale, dovevo vivevo io. Siamo scappati nel rifugio; il secondo giorno la nostra casa non esisteva più”. Dai ricordi di Boris Kryzhanovskij, nativo di Stalingrado.

“23 agosto. Ottime notizie: le nostre truppe hanno raggiunto il Volga conquistando una parte della città. I russi avevano due opzioni: retrocedere lungo il Volga oppure arrendersi. In realtà è accaduto qualcosa di inspiegabile. A Nord i nostri eserciti prendono la città e arrivano fino al Volga; a Sud le divisioni ormai senza scampo continuano a opporre un’accanita resistenza. Fanatici…”. Dal diario del soldato tedesco Wilhelm Goffman.

“21 settembre. Ieri due soldati sono entrati per ubriacarsi, abbiamo chiesto: Finirà presto?. Hanno risposto che non lo sapevano neppure loro, in nessuna città erano rimasti tanto a lungo come a Stalingrado. Oggi sono trenta giorni dal primo bombardamento. Trenta giorni che non mettiamo fuori la testa da questa trincea”. Dal diario di Serafima Voronnaja, cittadina di Stalingrado.

“26 settembre. Dopo che il silo è stato preso, i russi hanno continuato a combattere con la stessa tenacia. Non li si vede proprio, si sono insediati nelle case e negli scantinati e da lì sparano dappertutto; hanno metodi da briganti. I russi hanno smesso di arrendersi. Se riusciamo a prendere un prigioniero è solo perché è ferito a morte e non può muoversi. Stalingrado è un inferno. Quelli che sono stati feriti sono fortunati, se ne andranno a casa e festeggeranno la vittoria con le loro famiglie…”. Dal diario del soldato tedesco Wilhelm Goffman.

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“Mi ricordo i miei compagni in Francia che mi dicevano: Ecco, adesso andiamo in Russia e assaggiamo il prosciutto di carne d’orso, cosa non hanno da quelle parti!. Pensavano che l’avanzata sarebbe riuscita bene come in Francia. Ma la piega che hanno preso gli eventi è stata per tutti un vero e proprio choc”. Dai ricordi dell’artigliere Chajnic Chun.

“25 ottobre. Combatto da più di un mese, è una dura lotta. Uccidiamo ogni giorno un centinaio di nazisti. Li scacceremo da Stalingrado! Eseguiremo l’ordine, difenderemo il Caucaso!”. Dalla lettera dell’istruttore politico Nikolaj Danilov.

“30 novembre. Vi mando qualche notizia su di me, la situazione qui è molto grave. I russi hanno circondato la divisione armata, siamo in una sacca. Sabato ci hanno attaccato, ci sono stati molti morti e feriti. Il sangue scorreva a fiumi. La ritirata è stata terribile. Il nostro comandante è stato gravemente ferito, ora non abbiamo più nemmeno un ufficiale”. Dalla lettera del sottoufficiale Georg Kriger.

“1° dicembre. Tempo orribile, gli aerei con i viveri non riescono ad arrivare, ma credo comunque che prenderemo Stalingrado e se resisteremo fino a marzo le cose andranno meglio”. Dalla lettera di un soldato tedesco.

“Arrivò e mi disse: ‘Beh, addio, dubito che sopravviveremo…’. Mi abbracciò. Nessun bacio. Non stavamo a pensare ai baci, gli addii erano così”. Dai ricordi della radiotelegrafista Marija Faustovaja.

“26 dicembre. Ci siamo mangiati tutti i cavalli. Mi sarei mangiato anche il gatto, dicono che anche la carne di gatto sia buona. I soldati assomigliano a cadaveri o a sonnambuli, cercano qualcosa da mettersi in bocca. Ormai non provano più a ripararsi dalle raffiche dei russi, non hanno le forze per muoversi o nascondersi”. Dal diario del soldato tedesco Wilhelm Goffman.

“26 dicembre. Oggi, visto che era festa, abbiamo cucinato il gatto”. Dal taccuino di Werner Klei.

“19 gennaio. Rombo incessante di cannoni. Stanotte hanno dato nelle strade di Stalingrado 2.000 baionette. Li ammazziamo tutti quei figli di cane”. Dal diario del capitano Kornienko.

24 gennaio 1943. Caro fratello! Scusa la brutta calligrafia, ho le mani gelate e una gran confusione nella testa. Mi riscaldano soltanto i ricordi e i pensieri per la mia Yulia e la piccola Margo. Da qui non ne esco. Lo sfondamento non si farà. Qui siamo già tutti morti e se non ci decomponiamo è soltanto per il freddo russo”. Dalla lettera del primo tenente Helmut Quandt.

“Ti dico addio, perché dopo questa mattina è stato tutto chiaro. Non ti scrivo della situazione al fronte, è evidente, e totalmente nelle mani dei russi. La questione è soltanto quanto a lungo riusciremo ancora a resistere, forse qualche giorno o forse qualche ora”. Dalla lettera di un soldato tedesco.

“Sono passato da Paulus, gli ho fatto il saluto e ho riferito che era arrivato un telegramma via radio che gli avevano conferito il titolo di feldmaresciallo generale e lui mi risponde: Ora sono il più giovane generale dell’esercito e devo consegnarmi al nemico. Rimasi di sasso perché credevo – e anche Hitler di certo lo pensava – che si sarebbe suicidato. Paulus disse: Sono cristiano, credente, condanno il suicidio. Anche se appena quattordici giorni prima diceva che un ufficiale non ha il diritto di finire prigioniero. Ecco come ora aveva rivoltato la cosa”. Dai ricordi del primo tenente Gerard Hindenlang.

“2 febbraio 1943. Stalingrado è caduta”. Dal diario del sergente croato Juric.

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