L'ultimo romantico del calcio

Leonid Buryak (Foto: Wikipedia)

Leonid Buryak (Foto: Wikipedia)

Leonid Buryak, stella dello sport sovietico degli anni '70. Nella top ten di sempre dei calciatori russi

Lo Zinedine Zidane del calcio sovietico negli anni Settanta. Leonid Buryak era un talento naturale, uno di quelli che avrebbero meritato una ribalta internazionale diversa se non ci fosse stata la Cortina di Ferro intorno al pallone nel periodo di grande gelo con l'Occidente. Era il decennio dei grandi talenti, dei piedi dolci in un calcio ancora lento, da Johann Crujff a Gianni Rivera. E Buryak apparteneva a quella categoria di campioni, ultimi romantici della palla. In mezzo al campo, lancio lungo, visione di gioco, capacità di mettere in moto i compagni. E una straordinaria abilità sui calci piazzati: punizioni, rigori, angoli. Valeri Lobanovski, il Colonnello che rivoluzionerà il calcio sovietico negli anni Ottanta con Dinamo Kiev e Nazionale, lo ammirava per l'eleganza, la testa alta in campo, il tocco morbido.

In particolare, Buryak metteva in soggezione gli avversari per l'intesa in campo con altri campioni, come Oleg Blokhin, unico sovietico a vincere il Pallone d'Oro assieme a Lev Jascin, il Ragno Nero. La visibilità mediatica per lui non c'era, nonostante fosse il perno centrale della Nazionale sovietica che saliva sul podio, medaglia di bronzo, alle Olimpiadi di Montreal 1976. Le "Olimpiadi con l'elmetto", dopo il settembre nero di Monaco, quattro anni prima. Tutto era posto sotto controllo ma non veniva evitato il primo, clamoroso boicottaggio su larga scala. Tutti i paesi africani abbandonano il villaggio olimpico per la mancata espulsione della Nuova Zelanda, colpevole di essere in rapporti sportivi con il Sudafrica razzista.

E l'Urss arrivava terza (vinceva l'oro la Germania Est) grazie al contributo del blocco della Dinamo Kiev. Che diventava il club di Buryak tre anni prima, quando l'allenatore della squadra di Odessa, il Chernomorets, in cui giocava il futuro fenomeno del centrocampo sovietico si rendeva conto che per lui era il momento del grande salto dopo mesi di lavoro per rinforzare il fisico con poca massa muscolare. E a Kiev arrivavano successi in serie: cinque campionati sovietici (1974, 1975, 1977, 1980, 1981), una Coppa delle Coppe (1975) e quattro Coppe dell'Unione Sovietica (1974, 1978, 1982, 1985). Il ciclo con la Dinamo si esauriva solo nel 1984. Lo voleva lo Spartak Mosca, uno dei nemici sportivi del club della capitale ucraina. E Buryak decideva di non fare un torto alla squadra della sua carriera. Niente Spartak, finiva alla Torpedo, poi in Finlandia. Infine, nell'ideale top ten dei sovietici più forti di ogni epoca.

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