Quando la nostalgia non abbandona

Come lottare contro la tristezza e la malinconia, che inevitabilmente affliggono gli stranieri all’estero? Il racconto di una russa a Roma
Niva Mirakyan
(Archivio personale) 

La nostalgia è stata la mia indissolubile “compagna” dal primo giorno che ho messo piede a Roma, da quando esattamente cinque anni mi sono ritrovata a vivere in questa città magnifica e unica, eppure a me estranea. Devo confessare che allora, pur essendo una persona piuttosto positiva, piangevo spesso e volentieri e m’irritavo senza ragione in uno stato di stress quasi continuo. Avevo la sensazione che non avrei potuto appartenere a questa città che non era la mia città natale. E mi mancava terribilmente anche la vita ben organizzata e tranquilla che mi ero costruita a Mosca dove tutto era minuziosamente sotto controllo, ma soprattutto a mancarmi era la mia sicurezza nel domani.

In generale, in quel periodo Roma mi spaventava e insieme mi affascinava. Mi sentivo talmente oppressa che la sua grande bellezza non mi rallegrava, e neppure le sue meravigliose fontane e il verde lussureggiante dei suoi pini sullo sfondo del cielo azzurro e luminoso. A dire il vero, comincio a scoprire solo ora la “mia Roma”.

Uno scorcio su Roma (Foto: Itar Tass)

Forse apparirà sciocco, ma i primi tempi avevo persino paura di prendere la metro che a Roma ha solo due linee. E questo dopo Mosca che possiede una tra le più lunghe e ramificate metropolitane del mondo. Avevo sempre la sensazione di poter sbagliare fermata e non riuscire più a tornare indietro. Per non parlare degli autobus. Questo - lo capisco solo ora - dipendeva dal fatto che mi sentivo spaesata e insicura. E in una certa misura anche dalla mia non conoscenza della lingua.

Ma essendo abituata a lavorare dall'età di 18 anni, la cosa che più mi opprimeva era il timore di non riuscire a trovare qui un lavoro interessante come quello che avevo a Mosca e di essere costretta ad abbassare il mio livello di vita, andando a ingrossare le lunghe file dei disoccupati. Ogni giorno che Dio comanda, mentre andavo all’università (avevo deciso di iscrivermi alla specialistica per prendermi un po’ di tempo e avere più opportunità nella ricerca di un lavoro in Italia), a tormentarmi era sempre la stessa domanda: “Come farò a trovare un lavoro qui, quando anche gli italiani spesso fanno fatica a trovarlo?”

Insomma ero vittima di un'infinità di fobie e desideravo tornare a casa dove non mi minacciavano così tante paure. Perdipiù il primo anno, e forse persino i primi due anni, a Roma mi mancava proprio tutto, i miei, gli amici e persino la kasha di grano saraceno e il kefir. Ammettiamolo, siamo tutti schiavi delle nostre abitudini. Ci sono cose alle quali siamo stati abituati fin da bambini e la cui mancanza quando siamo all’estero ci crea un estremo disagio. Questo discorso vale soprattutto per i nostri cibi preferiti. A me, mi vergogno a dirlo, qualche volta mancano da morire il borshch, gli spiedini, il caviale, l’aringa in pelliccia, i bliny con la smetana, il cavolo marinato e molte altre pietanze russe. Tra l’altro, non sono la sola a essere così patriottica riguardo al cibo. Mi viene in mente il caso di alcuni amici italiani che quando hanno saputo di doversi trasferire a Bruxelles hanno comiciato a fare scorte di bottiglie, ma non di vino, come verrebbe spontaneo pensare, bensì di olio e aceto balsamico. Volevano portar via almeno un “pezzetto” della loro amata Italia senza i cui sapori anche il più confortevole soggiorno all’estero non sarebbe stato così confortevole. "In Belgio non si trovano" avevano dichiarato con l’aria di chi la sa lunga, portandosi dietro le loro pesanti provviste; la stessa cosa che del resto faccio io ogni volta che torno da Mosca, trascinando valigie piene zeppe di leccornie.

Col tempo - il tempo, come si dice, è la miglior medicina – sono riuscita a cavarmela discretamente: in Italia esistono negozi ucraini e poi in genere la cucina italiana è più leggera e più sana della nostra. Ma senza le persone a me care, e soprattutto senza i miei genitori, come si può capire, è terribilmente faticoso, soprattutto da quando nella mia vita è comparso anche un figlio. Guardo con invidia le altre ragazze italiane che passeggiano coi loro bambini e le loro madri: un simile “lusso” e un simile aiuto non posso per il momento permettermeli. Ammettiamolo, c'è di che soffrire di nostalgia.

Non finirò mai di ringraziare chi ha inventato Skype, ma ogni volta che clicco la cornetta rossa e l’immagine dei miei scompare dal monitor, mi sento molto triste e sola al pensiero che sono così lontani e che per ora non ci si può far niente. Penso che siamo in molti a provare questi sentimenti.

In realtà devo ammettere che col passare degli anni soffro assai meno di nostalgia. Certo, i miei continuano a mancarmi anche ora come mi mancavano cinque anni fa. Intendo dire che non mi sento più così legata a Mosca, o meglio che mi sento meno dipendente dalla mia città. Forse ho cominciato ad abituarmi, cinque anni non sono poi così pochi e molte cose nella mia nuova vita italiana si sono normalizzate. O forse non sono cambiata né in meglio, né in peggio, sono diversa. Il nostro ambiente di vita inevitabilmente ci modifica. Sono arrivata al punto che ormai a Mosca mi capita qualche volta di sentirmi strana e spaesata: molti dei luoghi in cui sono cresciuta e che amavo ormai sono scomparsi ed è come se non fossero mai esistiti, e con alcuni dei miei amici non ho quasi più interessi in comune: per loro ormai sono solo l’italiana…

Possibile che un giorno Roma soppianterà nel mio cuore anche Mosca, o che già fin da ora comincerò a sentirmi “straniera” dovunque?

Tutti i diritti riservati da Rossiyskaya Gazeta