Irina e quei limiti che portarono al successo

Campionessa di atletica leggera, record del mondo sui 60 metri piani, la Privalova segnò la storia dello sprint femminile. Portando all'estremo la consapevolezza delle proprie possibilità
 
 Irina Privalova (Foto: Itar Tass)

Cinque gare per vincere un oro olimpico. In una specialità sconosciuta. Nei 400 metri ostacoli, dopo una grande fetta di carriera nello sprint puro, vincendo medaglie olimpiche, ai Mondiali, agli Europei. Lo sport spesso è capacità di migliorarsi, di andare oltre la soglia. Irina Privalova invece ha portato all'estremo la consapevolezza dei propri limiti.

Nei primi anni Novanta contendeva il primato sui 100 e 200 metri alla francese Christine Arron, alla giamaicana Marlene Ottey. Facendo segnare anche due primati che durano da oltre venti anni. Attraversando il cambiamento dell'atletica leggera, tra nuovi metodi di allenamento, più soldi nei meeting, tanti incidenti di percorso nel doping.

L'11 febbraio 1993 la Privalova fissava il record del mondo sui 60 metri piani, con 6.92 secondi. Più datato nel tempo solo il primato nel lancio del peso della ceca Helena Fibingerova nel 1977, l'assolo nei 400 metri della connazionale Jarmila Kratochvilova (49.59), piazzato nel 1982. Sino al salto in lungo della tedesca Heike Drechsler (7.37) del 13 febbraio 1988.

Ma la Privalova siglava il primato anche nei 50 metri. Insomma, per la russa uno spicchio di storia dello sprint femminile. Poi, il cambio, la decisione che porta sul gradino più alto del podio a Sydney 2000. Perché alla fine degli anni Novanta la velocità estrema aveva una nuova padrona: la statunitense Marion Jones – che poi andrà in carcere per doping, oltre a essere privata delle medaglie olimpiche vinte con l'inganno. Così come c'era poco margine di successo nei 400 metri, tra Cathy Freeman e Marie-Josè Perec.

E allora la Privalova decise di darsi ai 400 metri ostacoli. Per una scelta complicata, con i rischi del fallimento dietro l'angolo. Senza dimenticare gli altri successi nello sprint, le due medaglie olimpiche con la casacca della Csi, la squadra unificata dell'ex Unione Sovietica. Poco prima, l'oro nella staffetta 4×100 metri ai Mondiali di Tokyo nel 1991. Poi, anche l'accoppiata 100-200 metri agli Europei di Helsinki 1994.

Ma la russa con gli occhi del colore del ghiaccio aveva un'arma segreta tra le sue frecce. Conoscere i propri limiti. Nella velocità pura, selvaggia, non era più all'altezza, nonostante l'argento agli Europei di Budapest 1998. Spazio agli ostacoli. Appena quattro test in pista veri prima dei Giochi di Sydney. Ma in Australia la Privalova aveva una marcia in più sulle avversarie. Ai 300 metri era già lontana per le avversarie. Con la gloria a un passo.

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