La religione nell’identità nazionale

La fede è un tema delicato, nonché uno degli aspetti che più caratterizzano una nazione. Alcune riflessioni sul ruolo che, in questi tempi frenetici, il culto riveste nella vita degli italiani e dei russi
 
 Niva Mirakyan
(Archivio personale)

Prima del mio arrivo in Italia non avevo dubbi sul fatto che gli italiani fossero un popolo molto credente, che andassero sempre in chiesa, che si confessassero regolarmente e ovviamente che battezzassero i loro figli.

Questo archetipo dell’italiano cattolico probabilmente si è formato in me soprattutto grazie alla visione dei film del buon vecchio cinema neorealista. Nei film di quel tempo c’era sempre un parroco pacioso che andava a fare visita ai suoi parrocchiani non sempre pii, con la gran parte credenti e devoti che ascoltavano (o facevano finta di ascoltare) la sua opinione. Di dubbi sulla devozione degli italiani non ne ho mai avuti, anche perché in questi capolavori cinematografici i protagonisti si lanciavano minacce reciproche, chiamando continuamente in causa la Madonna e in tutte quelle situazioni travagliate di vita invocavano sempre l’aiuto del Signore.  

Così, poco per volta, è accaduto che tutti questi stereotipi sulla penisola dalla forma di stivale, che si erano sedimentati nella mia mente nel corso degli anni, sono poi caduti da soli come in autunno le foglie dagli alberi. Indagando più a fondo sulla questione, mi sono resa conto che andare a messa la domenica è più un’eccezione che una regola. Certo, tra gli italiani sono rimasti non pochi cattolici praticanti che con coscienza adempiono a tutti i riti, ma secondo quanto ho avuto modo di osservare, questa tipologia sembra appartenere di più alla vecchia generazione.

Fedeli in una chiesa italiana (Foto: Alamy / Legion Media)

I giovani, nella maggior parte dei casi, entrano nelle cattedrali come in un museo, per ammirare un quadro o le decorazioni interne. Sono indubbiamente più che orgogliosi della loro storia, della loro cultura, ma non si vergognano di ammettere che sono stati battezzati nella loro lontana infanzia e che oggi i loro rapporti, non tanto con Dio, quanto con la chiesa in quanto istituzione, non sono affatto semplici e sereni come al tempo dei loro genitori e dei loro nonni. 

Una volta un mio conoscente italiano ha detto una frase che secondo me è emblematica della situazione attuale: “Non posso definirmi una persona profondamente religiosa, ma il cattolicesimo è una componente importante della mia identità”. Se ho capito correttamente ciò che intendeva dire, molti giovani italiani, nel profondo della loro anima si sentono ancora credenti, ma preferiscono tenere per sé, come un fatto intimo, l’amore che provano per Dio e non vogliono che esso venga associato solo al Vaticano.

Certo, la Santa Sede ha permesso che tra gli italiani, e in generale tra i cattolici, si facesse strada un grande senso di delusione nei confronti del cattolicesimo; gli infiniti scandali che si sono abbattuti su questa istituzione millenaria, che il destino ha voluto fosse confinante con l’Italia, ha fortemente indebolito l’autorità della Chiesa persino tra i credenti più fervidi.

Ho l’impressione che in Russia si stia ora delineando un quadro per molti aspetti diverso. A differenza di quanto è accaduto in Italia, per ragioni storiche note a tutti, è stata tolta ai russi per lunghi decenni la possibilità di professare apertamente il proprio amore per il Signore. Dopo l’abolizione di tutti i divieti e dopo che l’ortodossia è tornata di nuovo ad essere un’idea nazionale, si è assistito a un vero e proprio “boom” religioso sia tra le persone anziane che tra i giovani. In un paese affamato di fede, è diventato di “moda”, nel senso buono del termine, osservare il digiuno, ricevere i sacramenti e partecipare alle funzioni in chiesa che si protraggono per molte ore: va sottolineato che nelle chiese ortodosse non è così comodo come in quelle cattoliche seguire la messa, visto che non esistono panche su cui potersi sedere. Non per niente si dice che “le grandi imprese si vedono nel tempo”. Probabilmente, perché si possa apprezzare l’importanza della religione, è necessario privarsi per qualche tempo della possibilità di professarla liberamente, ma è anche vero che, secondo me, una terapia d’urto come questa non potrà mai essere attuata in Italia, poiché penso sia inimmaginabile concepire, anche solo per un giorno, questo paese senza il cattolicesimo e neppure il più raffinato e audace scrittore di fantasy ci riuscirebbe. Il cattolicesimo è penetrato profondamente nella vita degli italiani, che lo si voglia o meno.  

A dire il vero ho l’impressione che in Italia la questione della religione ora non sia così grave come lo era due o tre anni fa. Il nuovo Pontefice non scriverà degli editoriali ma, secondo i dati di un'autorevole ricerca, è riuscito a riportare in seno alla Chiesa almeno il 50% dei credenti. È il cosiddetto “effetto Francesco”. Sospetto che il segreto della sua sempre crescente popolarità sia riconducibile al fatto che per la maggior parte degli italiani il rapporto che si stabilisce con un’istituzione risulta direttamente legato alla figura del suo leader, sia egli il capo di un governo o della Chiesa e che tale leader deve essere immancabilmente come loro: brillante, aperto e passionale. Secondo il parere di molti miei amici e conoscenti, il precedente Papa tedesco che godeva del rispetto di tutti, era troppo “freddo” e “lontano dalla gente semplice” e per questo non ha mai suscitato un’analoga fiducia. Lo stesso non si può dire, invece, del Papa argentino di origine italiana, José Mario Bergoglio, che propaganda “una chiesa povera con un volto umano” e che è ammirato da molti italiani per la sua spontaneità e semplicità.

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