Zavarov, l'erede mancato di Platini

Aleksandr “Sasha” Zavarov (Foto: Itat Tass)

Aleksandr “Sasha” Zavarov (Foto: Itat Tass)

L'avventura italiana di uno dei talenti del calcio internazionale degli anni '80
 

Dall'Urss alla Juventus, con i soldi della Fiat. Aleksandr “Sasha” Zavarov era uno dei talenti più puri del calcio degli anni Ottanta. Dribbling, corsa e tiro: un diamante, nell'era di Diego Maradona, Marco Van Basten, dello stesso Michel Platini. La squadra dell'Avvocato Agnelli lo portava a Torino nel 1988, con Zavarov che era il primo sovietico a finire nel calcio italiano, allora il primo torneo d'Europa. Cinque miliioni di dollari alla Dinamo Kiev, una parte finita nelle tasche del ministero dello sport sovietico. Un investimento enorme della società juventina. Anche l'ingaggio era alto ma gran fetta della cifra andava al governo sovietico, che passava a Zavarov circa due milioni mensili. Poca roba, per la ricca vita italiana. Zavarov aveva, poche settimane prima, incantato il mondo agli Europei.

Nel calcio robotico e iperveloce del colonnello Valeri Lobanovskij, con l'Urss che triturava gli avversari, anche l'Italia in semifinale, fino alla sconfitta con la fenomenale Olanda di Van Basten, Gullit, Rijkaard, la spina dorsale del Milan di Arrigo Sacchi, che vinceva tutto.

Poteva arrivarci anche prima in Italia: nel 1986 con la Dinamo Kiev vinceva la Coppa delle Coppe, da capocannoniere, in gol nella finale contro l'Atletico Madrid. Finiva sesto nella corsa al Pallone d'Oro, l'Occidente del calcio lo voleva, l'Urss ancora non concedeva spiragli d'apertura delle frontiere.

Due anni dopo, l'arrivo a Torino. Da quelle parti erano transitati un paio di bidoni, come il gallese ex Liverpool Ian Rush, per rendere meno traumatico agli juventini l'addio al calcio di Platini. Zavarov partiva anche bene, qualche gol, prima dell'eclissi. Giocava da un anno intero – in Urss il campionato seguiva il corso dell'anno solare -, era stanco, non si era adattato – lo stesso avveniva per molti suoi compagni dell'Urss nelle stagioni successive in Europa - alla vita italiana.

Due gol nella prima stagione torinese, il peso della maglia numero dieci sulle spalle. In quegli anni la “10” finiva al calciatore simbolo di un club. Maradona, Ruud Gullit, Roberto Mancini alla Sampdoria, Roberto Baggio alla Fiorentina. Un manipolo di fenomeni, mentre Zavarov si rivelava una delusione. Nel secondo anno alla Juventus, confermato nonostante le contestazioni dei tifosi, segnava sette reti, vincendo una Coppa Italia e una Coppa Uefa. Ma il sovietico non era Platini. Via dall'Italia, andava al Nancy, in Francia, un altro ex club di Platini. Destino. La sua parabola era ancora più in discesa, fino al ritiro nel 1998.  

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