Quel lugubre ascensore del Pushkin

Mosca vista dal basso di un'italiana

Credit: Niyaz Karim

Esco sul pianerottolo. Mi chiudo la porta alle spalle. Faccio pochi passi e sono dentro l’ascensore. È uno di quelli vecchi, cigola quando si muove. Una luce al neon si spegne a intermittenza, con un ronzio. Premo il tasto “1”. Il piano zero, qui, non esiste. Cigolando, l’ascensore si avvia verso il basso. Poi il cuore balza in gola. E precipito nel vuoto.

È un sogno ricorrente, che mi perseguita da mesi, forse anni. Puntualmente questo ascensore lugubre e puzzolente apre le sue porte e mi lascia entrare. Mi fagocita come fa una pianta carnivora con una mosca, e mi trascina nel precipizio.

Cambia l’ascensore, cambia l’edificio, cambiano le dimensioni o la gente che entra con me. Ma il sogno resta sempre uguale. Una improvvisa caduta nel vuoto. 


Corridoio con ascensori (Foto: Lori / Legion Media)

Solo poco tempo fa ho capito dove affonda le proprie radici questo incubo: nel malconcio ascensore del Pushkin, un celebre studentato di Mosca, per il quale sono passati, almeno una volta nella vita, tutti coloro che hanno fatto una vacanza studio in Russia.

Sorvegliato da folcloristiche babushke che gestivano la lavanderia e una vecchia stanza con qualche doccia comune, l’ascensore (ce n’era più di uno), macinava tutti i giorni, per tutto il giorno, quattro, cinque, sei, otto, dieci piani. Su e giù. Giù e su. Accompagnando gli studenti stranieri fino al pianerottolo delle loro camere. Ondeggiava, ricordo. In maniera un po’ inquietante.

Durante la mia permanenza, più di qualcuno era rimasto intrappolato dentro. Chiuso come in gabbia, sospeso tra il nono e il decimo piano, nel vuoto. Assenza di corrente. O semplicemente qualche guasto, causato dal tempo.

Quell’ascensore del Pushkin mi inquietava. Ma, avendo la stanza al settimo piano, non avevo molte alternative.

Quell’ascensore deve essersi fissato nel mio inconscio con i suoi ingranaggi cigolanti e quelle luci fredde che ronzavano in maniera fastidiosa.

E così mi accompagna ancora adesso, nonostante sia passato molto tempo. Mi fa fare un giro su e giù per il Pushkin, quando dormo. E mi fa prendere un bello spavento, lo ammetto. Ci casco tutte le volte: salgo, ignorando che anche qualche notte prima ero piombata nel vuoto.

Non so mai come va a finire quel sogno. Mi sveglio sempre prima. Chissà... se solo la mia testa avesse il coraggio di proseguire un po’, potrei ritrovarmi ancora al Pushkin, magari un po' ammaccata per via della caduta, a ordinare un fagottino con i cavoli nella mensa del primo piano.

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