Poesia, il balsamo che pacifica

Il poeta Fedor Tjutcev (Foto: Itar-Tass)

Il poeta Fedor Tjutcev (Foto: Itar-Tass)

Attraverso le rime di Pushkin e Tjutcev, nella rubrica "La Russia in versi", Natalia Stepanova dà il suo personale benvenuto all'autunno

Questa estate finisce qui. E, che si abbiano o meno trascorso le vacanze al mare o in montagna e che abbia o meno avuto luogo per noi una storia d’amore estivo, le stagioni, comunque, si daranno il cambio e dopo l’estate arriverà l’autunno. Tempo di piogge, foglie e brame d’oro.

Malinconico tempo! Fascino degli occhi!

Piacevole mi è la tua bellezza di addio –

Io amo della natura lo sfarzoso appassire,

E i boschi avvolti nella porpora e nell’oro,

Alla loro ombra è ancora più fresco il soffio e il rumore del vento,

E il cielo è ricoperto di ondulata nebbiosità,

E il raro raggio di sole e i primi geli,

E le minacce lontane del bianco inverno.

(Aleksandr Pushkin)

Già, fra tanti nomi e fra altrettanti titoli, visti e rivisti, sull’esiguo scaffale della poesia di una grande libreria romana, ho scelto ancora una volta Pushkin! E Tjutcev. D’altro canto, chi più di loro potrebbe toccarci il cuore con la parola "autunno"? Chi altri, fra i poeti russi, sarebbe capace di trasmetterci, con più dolcezza, la melanconia e il profumo di una rosa morente? Ecco, forse Afanasij Fet. Ma, ahimè, non mi è stato possibile trovare il suo libro, seppure di recente traduzione, nelle solite librerie di Roma. Eppure, in Russia, Afanasij Fet è annoverato fra i poeti del calibro di Pushkin e di Tjutcev! Un degno rappresentante del romanticismo assoluto.  

Dov’è la nostra rosa,

Amici miei?

È appassita la rosa,

Figlia dell’alba.

Non dire: così

Appassisce la giovinezza!

Non dire:

Ecco la gioia della vita!

Dì al fiore:

Perdona, mi dispiace!

E il giglio

Mostra a noi.

(Aleksandr  Pushkin)

A un poeta è dato di vedere oltre. Oltre il quotidiano oscillare delle ore. Oltre il cinismo che chiamiamo realtà. Oltre le previsioni del mercato. Oltre l’anatomia nuda e cruda. Da sempre un poeta è colui che sostiene l’esistenza dell’anima e del suo mistero.

Vi è nella luminosità delle sere autunnali

Un fascino dolce e misterioso;

Un oscuro splendore, e variegati alberi,

Un lieve, languido fruscio di purpuree foglie,

Velato e calmo è l’azzurro cielo

Sulla terra orfana e triste,

E come presagio di prossime bufere

Talora le raffiche di un freddo vento,

Tutto si perde, si estenua, e su tutto

Quel fugace sorriso  appassito

Che in un essere ragionevole noi  chiamiamo

La divina vergogna del dolore.

(Fedor Tjutcev)

Viviamo in un’epoca strana. Un’epoca d’indifferenza. Un’epoca di programmato abbrutimento di quello che è il soffio divino in noi. Otre alla parola, Dio diede all’uomo gli occhi per vedere la bellezza del creato. E diede all’uomo il cuore, che comanda tutto e dove convergono la parola, la commozione alla vista della beltà del mondo e il desiderio ardente della perfezione. E, infine, Dio comandò all’uomo l’amore, come perdono.

Nella folla umana, nello sfacciato rumore diurno

Talvolta il mio sguardo, i moti, i sensi, le parole

Non osano rallegrarsi del tuo incontro:

Anima mia: oh, non volermi accusare!...

(Fedor Tjutcev)

Non tanto tempo fa mi è capitato di sentire, durante un servizio televisivo su una cittadella italiana, dove i muri delle case furono dipinti a murales da artisti convenuti da diverse parti del mondo, un giornalista chiedere a un giovane pittore che cosa ne pensasse dell’iniziativa. Mi piacque molto la risposta del ragazzo. Disse che senza l’arte l’uomo ingrigisce, diventando così soggetto di manipolazioni.

E come un fantasma la nostra vita

Ci sta davanti, sul limite della terra,

E impallidisce nell’oscuro orizzonte

Col nostro tempo e i nostri amici;

E una stirpe giovane e nuova

Intanto fiorirà sotto il sole.

Ma noi, amici, e il nostro tempo,

Da tanto ci ha rapiti l’oblio!

Solo qualche volta un triste rito

Si compie nell’ora di mezzanotte;

La funebre voce di una campana

Piange qualche volta per noi.

(Fedor Tjutcev)

“Mi raccomando, leggete i libri che iniziano con la lettera S” (San Francesco, San Domenico…), amava ripetere San Filippo Neri (1515-1595) ai discepoli dell’Oratorio. “Sì, Filippo ha ragione - scrive  Roberto Brunelli nella breve presentazione del suo Il Santo della Gloria - abbiamo bisogno dei Santi per staccarci dalla banale mediocrità del nostro tempo…”. Ne convengo appieno e da parte mia aggiungo che per lo stesso motivo abbiamo bisogno della Poesia: per staccarci dalla cinica indifferenza e dalla morte dei nostri giorni. Per credere alla promessa.

Fra i tuoni, fra i lampi,

Fra le passioni ribollenti,

Nell’infuocato dissidio degli elementi,

Essa scende dal cielo a noi,

Celeste ai figli della terra,

Con azzurrina chiarezza nello sguardo,

E sul mare tumultuante

Versa il balsamo che pacifica.

Così scrisse della Poesia Fedor Tjutcev (1803-1873). Possiamo forse dargli torto?

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