Lo strano caso di Alexei Navalny

Il blogger dell'opposizione russa Alexei Navalny (Foto: Reuters)

Il blogger dell'opposizione russa Alexei Navalny (Foto: Reuters)

Mosca e New York, due metropoli che assisteranno nell'autunno 2013 alle elezioni del sindaco: nella sfida della capitale russa la figura del blogger leader dell'opposizione, negli Usa gli scandali sessuali di Anthony Weiner

I moscoviti dovrebbero prendere lezioni di democrazia dai newyorkesi. Le due metropoli sceglieranno presto i rispettivi sindaci: a Mosca le elezioni si terranno ai primi di settembre del 2013, mentre a New York si andrà alle urne a novembre, e, in entrambi i casi, la campagna elettorale è resa particolarmente avvincente dalla presenza di due candidati sopra le righe.

La campagna moscovita è vivacizzata dalla candidatura del blogger Alexei Navalny, un attivista politico accusato di appropriazione indebita di legname proveniente dalle foreste di proprietà statale, per un valore di mezzo milione di dollari.

Le indiscrezioni riguardo ad Anthony Weiner, un ex parlamentare Usa, sono invece incentrate sulla sua ossessione per quello che gli americani chiamano “sexting”, che consiste nell’inviare foto esplicite di se stessi (dette “selfies”) a donne conosciute su Internet.

A differenza del furto compiuto da Navalny ai danni dello Stato, Weiner si è macchiato di una colpa di natura privata, che tuttavia ha ispirato numerosi editoriali e scatenato una valanga di critiche. Al punto che in seguito alle ultime rivelazioni i leader nazionali Usa lo hanno indotto ad abbandonare la corsa per la carica di sindaco.

Weiner non ha rubato un solo centesimo, eppure è stato obbligato a dimettersi da membro della Camera dei Rappresentanti a Washington e, secondo quanto riportato dal Christian Science Monitor, “è perseguitato da importuni guastafeste che lo seguono nelle sue apparizioni pubbliche e da comici televisivi che non risparmiano battute sulle selfies che Carlos Danger (così Weiner si faceva chiamare sul Web) inviava a Sydney Leathers, sua compagna di chat”.

Le animate discussioni incentrate su Navalny non fanno, invece, alcun riferimento a un problema cruciale: ovvero, al fatto che egli si sia macchiato di appropriazione indebita di beni pubblici, e quindi non possa ricoprire una carica pubblica. Il buffo è che la lotta alla corruzione è proprio il tema su cui Navalny ha costruito la propria, insolita, carriera nella blogosfera, dalla quale, con incredibile facilità, si è, poi, fatto strada in politica.

Addirittura più ipocrita è il fatto che i commentatori americani giudichino Navalny in base a dei parametri diversi, mentre secondo i loro colleghi russi il vero “criminale” sarebbe Weiner.   

Quel che è certo è che lo strano caso di Navalny solleva alcuni importanti temi di discussione.

Dopo aver frequentato Yale grazie a una borsa di studio americana, Navalny ha fatto ritorno in Russia in veste di attivista pubblico: telegenico, audace e dall’ottimo inglese. Ma tutto ciò può bastare ad assolverlo dai suoi trascorsi criminali?  

Secondo i sondaggisti indipendenti, Navalny dovrebbe aggiudicarsi circa il quindici per cento dei voti: non sufficienti a impedire che Sergei Sobyanin, il sindaco in carica, vinca alla prima tornata elettorale. I sondaggi mostrano che gli elettori provano una crescente diffidenza nei confronti di Navalny, e si sentono turbati non solo dal suo torbido passato ma anche dal suo nazionalismo, basato sull’opposizione tra la Russia e l’Asia centrale musulmana.

Malgrado l’Occidente lo esalti, Navalny appare sempre meno convincente come leader di un’opposizione coesa. E ciò suscita una domanda: Alexei Navalny è un individuo o un progetto?

C’è sotto qualcosa. Cos’altro potrebbe spiegare il sostegno dato dal Sovvenzionamento Nazionale per la Democrazia (Ned) alla ventiduenne Vera Kichanova, affinché si recasse in visita alla Casa Bianca in veste di “uno dei migliori volti della nuova generazione dell’opposizione politica in Russia”. Avete mai sentito parlare di Vera?

Il Ned, che è specializzato nell’allestire “rivoluzioni colorate” nelle ex Repubbliche sovietiche, ha agito da agente di collocamento fissando per lei degli incontri con, tra gli altri, Susan Rice (consigliere della Sicurezza nazionale Usa) e Samantha Power (ambasciatrice Usa presso le Nazioni Unite), mentre gli alti funzionari della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato erano impazienti di sapere da Vera “in che modo gli Usa avrebbero potuto promuovere le riforme in Russia”.

La vivace ragazza ha prontamente suggerito all’amministrazione Obama di allargare la Lista Magnitsky “includendovi i nomi di coloro che si erano resi responsabili degli arresti dei manifestanti di piazza Bolotnaya (avvenuti a Mosca nel maggio del 2012)”. 

È importante comprendere quali sono i veri motivi del sentimento apertamente anti-Putin degli Stati Uniti. Il “capitalismo a mano armata” nacque all’epoca di Boris Eltsin. Fu proprio Eltsin che nel 1993 distrusse ciò che i russi avevano di più somigliante a un Parlamento, ordinando ai carrarmati di fare fuoco sulla Casa Bianca, che ne è la sede. Eppure Eltsin era visto di buon occhio dalla stampa occidentale, e attorno alla Casa Bianca di Bill Clinton non si aggirava alcuna Vera. Come mai?

I motivi erano due. Il primo: l’unica alternativa a Eltsin era rappresentata dal partito comunista russo. E Washington, che non poteva concepire che questo ritornasse al potere, fece in modo di assicurarsi che Eltsin vincesse le elezioni del 1996. Il secondo era dato dal fatto che all’epoca la bizzarra situazione della Russia favoriva degli enorme flussi di ricchezza verso l’estero.

D’altronde, il sistema politico russo del dopo-Eltsin ha dimostrato di non voler cooperare. Vladimir Putin è un leader nazionale di grandissima popolarità, che grazie alla risolutezza del suo atteggiamento sulla scena internazionale e al relativo successo della sua politica economica (caratterizzata da una crescita continua, dal calo della disoccupazione e dall’aumento dei salari reali) non ha bisogno del sostegno degli Usa per sopravvivere politicamente.

Ovviamente ciò significa che i vertiginosi livelli di influenza che Washington esercitava sulla Russia di Eltsin appartengono ormai al passato. E che le “opportunità” di pescare dalla palude limacciosa dell’economia russa qualche esemplare prescelto con cui fare affari non sono più le stesse di quei felici giorni degli anni Novanta.

La strategia basata sul sostegno ai Navalny e alle Vera punta in realtà a infastidire l’establishment politico russo.

Il movimento di opposizione russo ha perso il proprio slancio, ma vi sono anche altri fattori da prendere in considerazione. Il primo naturalmente è dato dalla natura stessa dell’intellighenzia russa, che presenta l’unica caratteristica di essere da duecento anni in conflitto con le autorità.

In secondo luogo, benché in Russia si stia assistendo a un processo di stratificazione sociale, è ancora troppo presto per parlare di una protesta del “ceto medio”. Nel vuoto ideologico che ha fatto seguito al crollo dell’Unione Sovietica la Russia ha importato dall’Occidente la teoria liberale, attenendovisi ciecamente senza nemmeno adattarla alla realtà russa. In altre parole, benché il ceto medio russo stia diventando parte del ceto medio globale, il consumismo si stia vieppiù affermando e per i russi stia diventando importante guadagnare il denaro necessario alle spese e ai viaggi; oggi un ceto medio abituato a un livello di “prosperità media” sogna di guadagnare denaro, così come avviene nel sistema capitalistico occidentale.

Chi ha fatto fortuna è ansioso di preservare la propria posizione privilegiata tramite l’acquisizione del potere o mantenendosi vicino al potere. Riassumendo: la società sta facendo i conti con il potere del denaro, adattandosi a una nuova realtà dove il denaro, pur non essendo tutto, è “quasi tutto”.

Questo processo di adattamento richiederà del tempo ed è direttamente collegato allo sviluppo di una società che rende le persone consapevoli dei loro interessi e dei loro doveri. Il pericolo del diffondersi del processo di eccessiva centralizzazione dello scorso decennio, derivante dall’ossessione di costruire sulle macerie sovietiche uno Stato che funzionasse e di arginare il collasso delle strutture statali e dell’economia ai tempi di Eltsin, esiste, ma agli occhi di un osservatore esterno l’intenzione di Putin sembra quella di voler scongiurare tale rischio.

Ed è qui che la giusta e caoticamente libera elezione del sindaco che si terrà a Mosca ai primi di settembre 2013 contribuirà ad alleviare l’attuale tensione. La situazione che Putin sta affrontando non diventerà però meno complessa, poiché richiede anche un processo di adattamento della società russa, che dovrà allontanarsi dal suo habitat tradizionale e modificare il proprio atteggiamento sulla base di parametri globali.

 

Alla luce del passato della Russia, la democratizzazione si accompagna alla “destabilizzazione”, che nel Paese conduce a numerosi conflitti e alla perdita del “controllo”. La destabilizzazione è naturalmente distruttiva per qualsiasi Paese e obbliga le autorità a ripristinare nella società ordine e stabilità.

 

Tutto sommato, la Russia sta quindi attraversando un ciclo storico e i riti di passaggio non possono essere determinati da nessuno se non dal popolo russo. Putin ritiene che questo ciclo rimarrà incompleto se non se ne costruisce il sostegno vitale: un autentico Stato di diritto. È qui che l’assoluta libertà che viene accordata a Navalny, affinché possa affermarsi in una libera elezione, e perderle, una volta per tutte, diventa al tempo stesso interessante ed estremamente importante. Se riuscirà a spingersi altrettanto lontano, Weiner potrà dirsi fortunato.

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