Calcio, il bidone del Principe Igor

La parabola del calciatore più promettente del calcio russo e orientale, Dobrovolsky, al Genoa nel 1992, forte dell'oro olimpico di Seul, senza però lasciare un segno in Italia

Da fenomeno a bidone, per l’indolenza del talento. Con una reputazione che rende immortali al contrario nel corso degli anni, assieme a Darko Pancev, Renato Portaluppi, Andrade, Florin Raducioiu, alcuni dei flop passati per il campionato italiano.

Il Genoa sta lottando per non retrocedere in serie A. Un’annata maledetta, con calciatori–fallimento che rimandano a poco più di venti anni fa, quando Igor Dobrovolsky, il calciatore più promettente del calcio russo e orientale, lasciava la Liguria per il campionato francese. Senza essere rimpianto.

Il Principe Igor. Numero 10, regista avanzato, visione di gioco con entrambi i piedi. Merce rara nell’era di Arrigo Sacchi al Milan, del 4-4-2, corsa, tattica, con poco spazio ai talenti poco continui. Il russo arrivava in serie A nel periodo d’oro del calcio italiano. Con il Milan che aveva dispensato lezioni in giro per l’Europa. In serie A finivano tedeschi campioni del mondo, olandesi campioni d’Europa, brasiliani e argentini. E il Genoa, per contrastare l’egemonia cittadina della Sampdoria di Vialli e Mancini, che vinceva lo scudetto nel 1991 (perdendo nella stagione successiva ai supplementari la finale di Coppa dei Campioni con il Barcellona), investiva miliardi sul genio della Dinamo Mosca. Che sempre nel 1990 era eletto miglior calciatore del campionato sovietico, segnalandosi anche a Italia '90.

E soprattutto aveva impressionato ai Giochi di Seul 1988, vinte dall’Urss. In Corea del Sud Dobrovolsky era nominato miglior calciatore della competizione, con sei reti (vicecapocannoniere). E in quel torneo nel Brasile battuto in finale dai sovietici c’era Romario, tra le punte più forti della storia del calcio mondiale.

In Italia, nessun segno del talento di Dobrovolsky. Quattro partite, un gol, infortuni, panchine, tribune. Poi, l’Olympique Marsiglia. Anche in Francia, un fallimento. Senza far parte neppure della rosa che vinceva la Coppa dei Campioni in finale contro il Milan, a Monaco di Baviera.

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