Oleksij Mikhailichenko, il sovietico della Samp

Il calciatore Oleksij Mikhailichenko (Foto: Itar-Tass)

Il calciatore Oleksij Mikhailichenko (Foto: Itar-Tass)

Il calciatore, che ha appena compiuto 50 anni, arrivò in Italia sull'onda della perestrojka per unirsi alla coppia blucerchiata del goal Vialli-Mancini

Nell’Urss del colonnello Valeri Lobanovskij era il centrocampista dai piedi buoni. Quasi centonovanta centimetri, una falcata elegante, una delle poche concessioni al talento puro, in un concetto di calcio robotico, mnemonico, quasi ossessivo. Con calciatori che diventavano pedine, tra ritmo, intensità, manovra rapide e avvolgenti. E un paio di campioni, come il portiere Rinat Dasaev, erede di Lev Jascin.

Come Oleksij Mikhailichenko, che ha compiuto 50 anni. L’unico tassello comune all’Urss del commissario tecnico Byshovets che vinceva la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Seul 1988 e alla macchina da guerra di Lobanovskij, fermata qualche mese prima nella finale degli Europei tedeschi dall’Olanda di Van Basten, Gullit e Rijkaard.

Mezz’ala offensiva, il biondissimo Mikhailichenko fece parte del gruppo di atleti che tentarono la strada dell’Occidente, mentre l’Unione Sovietica veniva cancellata dalle carte geografiche. La perestrojka di Gorbaciov aveva aperto le frontiere, avvenne l’emorragia di campioni che cercavano ricchezza, prestigio, un calcio più competitivo. Togliendo però alla Nazionale sovietica il vantaggio di allenarsi sempre assieme, prepararsi come un club.

Mikhailichenko finiva alla Sampdoria nel 1990 per 6,5 miliardi di lire. Scrivendo, assieme alla grande coppia del goal Vialli-Mancini, il capitolo più felice della storia del club genovese, nell’era di Paolo Mantovani, vincendo lo scudetto.

Lui, rispetto ad Alekandr Zavarov, altro emblema del calcio sovietico che aveva fallito clamorosamente alla Juventus, impressionava per la tecnica, la raffinatezza del tocco. Ventiquattro partite, tre gol decisivi, ma il fisico mostrava crepe. Non reggeva i ritmi della serie A. Assieme alle difficoltà d’inserimento – avvenne per tanti calciatori sovietici, in diversi campionati europei - in un mondo troppo diverso dal suo.

Dopo la Samp, ecco la Scozia. Cinque anni ai Glasgow Rangers, calcio meno intenso, venti gol, tante giocate, un fisico che comunque reggeva a stento il peso delle lunghe leve.

A fine carriera, “Mikha” tornava in Ucraina come secondo allenatore alla Dinamo Kiev, dietro il maestro Lobanovskij, che l’aveva formato calcisticamente 15 anni prima. Il Colonnello moriva tre anni dopo, l’ex centrocampista della Sampdoria prendeva il suo posto, fino al 2004. Andriy Shevchenko, il calciatore ucraino più forte di sempre che aveva mosso i primi passi alla Dinamo, aveva eletto mito l’ex biondo della Samp, qualche anno prima. Accettando i suoi consigli, prima di scegliere l’Italia, il Milan, il calcio europeo.

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