Dal Club Valdai si apre una discussione sulla Siria

Partecipanti al Forum Club Valdai dell'edizione 2012 (Foto: Anton Denisov / RIA Novosti)

Partecipanti al Forum Club Valdai dell'edizione 2012 (Foto: Anton Denisov / RIA Novosti)

Evgeny Shestakov, tra i giornalisti presenti al forum al seguito del ministro degli Esteri Sergei Lavrov, sonda l’opinione di alcuni esperti russi riguardo a speranze e timori su una soluzione alla crisi di Damasco

Sembrava improbabile che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu possa accettare una risoluzione sulla Siria entro la fine di settembre 2013, com’era stato esortato a fare dal Segretario di Stato Usa John Kerry. L’incontro tra i ministri degli Esteri di Russia e Stati Uniti in occasione dell’Assemblea Generale dell’Onu, in corso a New York, non appianerà le divergenze che sono nuovamente emerse tra la Casa Bianca e il Cremlino. Secondo fonti vicine all’amministrazione presidenziale russa, Mosca ritiene di essere stata truffata.

Una discussione tra adulti

Dopo la sua nomina a Segretario di Stato, in occasione di uno dei primi incontri con il suo omologo russo, John Kerry aveva invitato Sergei Lavrov a tenere un “comportamento da adulti”. L’accordo tra Russia e Stati Uniti per la distruzione delle armi chimiche siriane è stato, di fatto, il primo esempio di come i due Paesi possono trovare una soluzione ai più pressanti problemi internazionali. Tuttavia, stando a delle fonti vicine alle missioni diplomatiche russe, il documento su cui Kerry e Lavrov avevano trovato un accordo, che tracciava una “road map” per la distruzione delle scorte di sostanze chimiche di Bashar al-Assad, è stato successivamente travisato.

Contrariamente a quanto stabilito dall’accordo, i rappresentanti di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti hanno presentato al Consiglio di Sicurezza una bozza di risoluzione sulla Siria che, oltre al piano per la distruzione delle armi chimiche, fa riferimento a un articolo delle Nazioni Unite che consente l’impiego di forza militare contro Damasco. Secondo gli autori della risoluzione, il venir meno agli impegni presi da parte del regime di Assad potrebbe giustificare un attacco.

Secondo fonti vicine al Cremlino, durante l’incontro tra Lavrov e Kerry non si era parlato di nulla di simile, e Mosca adesso esorta i suoi alleati occidentali a rispettare il piano precedentemente approvato. Questo prevedeva l’adesione della Siria all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw) e il rispetto delle raccomandazioni da essa indicate, e l’adozione da parte del Consiglio di Sicurezza Onu di risoluzioni che non facessero alcun riferimento a delle possibili sanzioni contro Damasco. Se la Siria non tiene fede alle sue promesse, Mosca propone di adottare un’altra risoluzione che autorizzi sanzioni contro il regime di Assad. Il ministro degli Esteri vorrebbe in questo modo “separare il grano dal loglio”, come dice il proverbio.

Un altro punto principale degli accordi, stando a fonti vicine ai colloqui russo-americani, prevedeva che gli americani si astenessero dal muovere nuove minacce contro il presidente della Siria, così che questi potesse adempiere ai propri obblighi. A quanto pare, però, Washington ha interpretato i colloqui avvenuti a Ginevra tra Lavrov e Kerry in maniera diversa. Oltre alla risoluzione che approva un attacco militare contro la Siria, gli Usa hanno annunciato l’intenzione di trasferire il caso di Bashar al-Assad alla Corte penale internazionale, e iniziato a raccogliere prove di crimini contro l’umanità.

Secondo il Cremlino, le forze politiche di Washington appaiono dunque decise a violare gli accordi stretti tra Lavrov e Kerry a Ginevra, o di rivederli a proprio vantaggio.

Stando a fonti vicine ai negoziati, la Russia sarebbe pronta ad aggiungere alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza la propria disponibilità a vigilare sull’eventuale violazione di Damasco al piano che prevede la distruzione di armi chimiche. Questo punto però sarà discusso solo nelle risoluzioni successive.

Non esiste un piano alternativo

Nell’eventualità in cui il regime di Assad non tenga fede agli impegni assunti, la Russia ha forse un piano alternativo? Secondo fonti vicine al Cremlino, la risposta è no. Mosca è convinta che se l’Occidente si atterrà al piano su cui Kerry e Lavrov si sono accordati a Ginevra, la Siria non verrà meno alle promesse fatte. Al tempo stesso, Mosca non è sicura del fatto che anche se Damasco distruggesse le armi chimiche in suo possesso Washington e i suoi alleati si asterranno dal ricorrere alla forza per rovesciare il regime di Assad, soprattutto dal momento che la Casa Bianca è tornata a definirlo “illegittimo” e ha affermato di non voler vedere Assad al potere in futuro.

Chi distruggerà le armi chimiche, e dove? Il ministro della Difesa Sergei Shoigu ha affermato chiaramente che la Russia potrebbe unirsi alla coalizione internazionale che prenderà parte all’operazione. Ciò non significa però che Mosca agirà da sola. Secondo Kommersant, l’esercito sta tenendo delle consultazioni “riguardo alle dimensioni del contingente” da inviare in Siria. Si ritiene che del gruppo faranno parte esperti di radiazioni e di sicurezza chimica e biologica appartenenti alle forze armate russe. È inoltre possibile che sul luogo dell’operazione venga inviata un’unità di forze speciali.  

Le parti in causa hanno accettato che i soldati di Russia, Usa e di diversi Paesi europei (tra cui forse Francia e Gran Bretagna) prenderanno parte alla messa in sicurezza del perimetro dell’area dove si svolgerà l’operazione. La loro partecipazione all’operazione potrebbe ridurre il rischio di un attacco da parte dell’opposizione siriana. Tuttavia, la sicurezza del personale impegnato nell’operazione sul campo di battaglia rimane di primaria importanza. Alla distruzione delle armi chimiche potrebbero partecipare sino a diecimila individui, provenienti da diversi Paesi.

Tempo e denaro

Secondo stime preliminari, l’operazione costerà più di un miliardo di dollari e richiederà almeno un anno di tempo. La tempistica, affermano gli esperti, dipende da molti fattori, mentre il conflitto interno alla Siria potrebbe aumentare significativamente i costi associati allo smaltimento delle sostanze tossiche e il tempo necessario a completarlo.

Ahmet Üzümcü, direttore generale dell’Opcw, ha affermato il documento costituente dell’organizzazione entrerà in vigore in Siria il 14 ottobre 2013, quando il Paese diventerà il suo centonovantesimo Stato membro. Ciò significa che la Siria dovrà fornire quanto prima un inventario completo delle armi chimiche, delle attrezzature per produrle e di tutti i materiali connessi di cui è in possesso.

Chi sono i responsabili dell’attentato?

Gli Usa continuano ad affermare che l’attacco chimico che il 21 agosto 2013 ha colpito un sobborgo di Damasco, causando tra le 500 e le 1.400 vittime, è da ascrivere al regime di Bashar al-Assad. Secondo Washington, il rapporto degli ispettori dell’Onu confermerebbe la responsabilità del regime siriano. Damasco, dal canto suo, ha consegnato all’Onu le prove che imputerebbero il crimine ai ribelli. Stando a fonti vicine al Cremlino, il documento presenta alcuni dati che dimostrerebbero che i razzi erano dotati di congegni artigianali.

Riassumendo, le prove dimostrerebbero quanto segue: innanzitutto, l’esercito regolare siriano non possiede razzi del tipo che è stato rinvenuto sul luogo dell’attacco. Questi furono prodotti in Unione Sovietica negli anni Sessanta e venduti, all’epoca, a circa cinquanta Paesi. In secondo luogo, la Russia non avrebbe mai consegnato alla Siria delle testate dotate di agenti chimici. I razzi utilizzati erano sprovvisti di sistema di guida, o del cosiddetto “precursore” di cui erano dotati i missili sovietici convenzionali. Terzo, nella zona dell’attacco sono stati rinvenuti dei cilindri artigianali di gas nervino. Quarto: secondo i servizi segreti, l’area da cui stando agli americani sono stati sparati i razzi non era completamente sotto il controllo delle forze leali ad Assad.

Per concludere, un altro fatto poco noto: a marzo 2013, nei pressi del confine tra Turchia e Siria, l’esercito siriano ha arrestato diversi individui trovati in possesso di un cilindro di gas nervino. Malgrado le richieste di Damasco, l’Onu non ha mai indagato sul fatto. Secondo i servizi segreti russi, circa il 75 per cento dei gruppi impegnati a combattere in Siria contro il regime di Assad sono direttamente o indirettamente collegati ad al-Qaeda; alcuni di loro figurano nella lista delle organizzazioni terroristiche stilata dagli Usa.  

Interessi comuni

Quali misure adotteranno Russia e Stati Uniti se sarà dimostrato che l’attacco chimico non fu ordinato da Damasco? Per quanto ne so, durante l’incontro di Ginevra Lavrov e Kerry non hanno discusso di questa eventualità, dal momento che la versione ufficiale degli eventi non permetterà né a Mosca né a Washington di fare marcia indietro. Cosa ha dunque in serbo il futuro per la Siria?  

Nella comunità di esperti e nell’amministrazione russa non vi è un consenso unanime. In una conversazione intercorsa tra me e il professore Vitaly Naumkin, direttore dell’Istituto Studi Orientali dell’Accademia russa delle Scienze, questi ha proposto che nel valutare il futuro della Siria i ricercatori dovrebbero abbandonare l’approccio tradizionale e sforzarsi invece di osservare in che modo gli interessi dei principali attori geopolitici si sovrappongono.

Attualmente, tra gli interessi di Russia e Occidente esistono molti più punti in comune che di contrasto. Entrambe le parti desiderano eliminare le armi di distruzione di massa siriane, dare assistenza ai rifugiati siriani e lottare contro i radicali. Quanto ai possibili scenari, secondo il professor Alexei Malashenko, del Centro Carnegie di Mosca, potrebbero profilarsi almeno tre esiti. Tra questi, nel caso in cui Assad tradisca la comunità internazionale e rimanga al potere sino alle prossime elezioni, vi è la possibilità di un attacco contro la Siria, con o senza una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Tutti concordano sull’estrema difficoltà di prevedere gli sviluppi futuri della situazione, ma le mie fonti si dicono certe che “la Siria non si frantumerà. Nessuno ha interesse che ciò accada”.

Intervenendo nella sessione finale del Club Valdai, che riunisce duecento esperti provenienti da più di trenta Paesi, Sergei Ivanov, capo dell’amministrazione presidenziale russa, ha affermato scherzando che per i politologi la Guerra Fredda era una pacchia, in quanto tutto nel mondo appariva chiaro, e gli eventi non erano molto difficili da prevedere. Oggi nel mondo, ha aggiunto Ivanov, è impossibile prevedere cosa accadrà domani.

Per Russia e Occidente, gli eventi in Siria offrono un chiaro esempio di quanto i rapporti internazionali siano divenuti imprevedibili.

Al tempo stesso, però, la risposta alla crisi dimostra che quando si rispettano le regole del fair play Mosca e Washington sono in grado di concertare un’iniziativa comune per risolvere i conflitti mondiali.

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