Ong russe sotto pressione

Lev Ponomarev e il suo avvocato, Valentina Bokareva, presso la Corte del distretto Zamoskvoretsky, a Mosca, dove ha presentato ricorso contro l'ispezione di un procuratore nella sua organizzazione (Foto: Ramil Sitdikov / RIA Novosti)

Lev Ponomarev e il suo avvocato, Valentina Bokareva, presso la Corte del distretto Zamoskvoretsky, a Mosca, dove ha presentato ricorso contro l'ispezione di un procuratore nella sua organizzazione (Foto: Ramil Sitdikov / RIA Novosti)

Il Movimento per i diritti umani è una delle decine di organizzazioni a rischio chiusura per aver protestato contro la nuova legge sugli agenti stranieri ed è la prima a essere costretta dalle autorità ad abbandonare la propria sede

Il settantunenne Lev Ponomarev, attivista dei diritti umani, sta attraversando un brutto periodo: nella notte tra il 21 e il 22 giugno 2013 un’unità speciale della polizia si è presentata alla sede del Movimento per i diritti umani, da lui fondato nel 1997, e, dopo aver picchiato lui e i membri del suo staff, li ha costretti a lasciare l’ufficio, situato nel centro di Mosca. Da allora il Movimento ha interrotto le proprie attività.

Il 26 giugno 2013 il ministro della Giustizia ha obbligato la ong indipendente Golos, che vigila sul regolare svolgimento delle elezioni, a sospendere per sei mesi la propria attività. Golos, che ad aprile 2013 aveva ricevuto una multa di 400mila rubli (pari circa a 12.200 dollari), era stata la prima ong a rifiutare di definirsi “agente straniero”. Un termine che in russo è sinonimo di “spia”.

Verso la fine del 2012 il Parlamento russo ha stabilito che le ong che ricevono finanziamenti dall’estero e sono impegnate in attività politiche devono aggiungere al proprio nome la definizione di “agente straniero”. Un provvedimento che aumenta le possibilità di subire ispezioni a sorpresa e rischia di tradursi in un calo delle donazioni private, dal momento che i potenziali benefattori potrebbero esitare a sponsorizzare una ong implicitamente considerata una spia.

Ponomarev si è battuto contro l’intensificarsi delle ispezioni imposte alla sua organizzazione da parte della Procura, decisa a far rispettare la legge entrata in vigore il 1° gennaio del 2013, in base alla quale il Movimento per i diritti umani avrebbe dovuto definirsi “agente straniero”.

Venerdì 28 giugno 2013, quando il ministro della Giustizia ha annunciato di aver aggiunto la prima ong alla lista degli agenti stranieri, Ponomarev ha abbandonato l’aula del tribunale distrettuale di Mosca accusando il giudice di favorire i procuratori. Alla fine di marzo 2013 questi avevano chiesto che gli fossero consegnati i documenti relativi all’organizzazione, che Ponomarev aveva già presentato poche settimane prima. Interrogati davanti al giudice, i procuratori non sono riusciti a fornire delle argomentazioni convincenti riguardo ai motivi che li avevano spinti a richiedere gli stessi documenti due volte in un mese. L’udienza è stata aggiornata al 31 luglio 2013.

Il Movimento per i diritti umani fornisce assistenza legale ai commercianti, segue gli ex detenuti nella ricerca di un impiego e aiuta i cittadini a risolvere le dispute con i datori di lavoro, le compagnie di pubblica utilità, etc.

Attualmente Ponomarev è in attesa di ricevere l’esito di un’indagine aperta dal ministro dell’Interno riguardo allo sfratto forzato della sua organizzazione. Il pomeriggio di venerdì 21 giugno 2013 Alexander Rudnev, direttore del Dipartimento del territorio di Mosca, si è presentato alla sede del Movimento per i diritti umani accompagnato da polizia, agenti di sicurezza e guardie di sicurezza private, ingiungendo a Ponomarev e al suo staff di abbandonare immediatamente l’ufficio, di proprietà del comune di Mosca e dato in affitto all’organizzazione dal 1999.

Gli attivisti dei diritti umani si sono però rifiutati di obbedire: stando alla legge russa un inquilino può essere sfrattato solo con un’ordinanza del giudice, mentre il caso del Movimento per i diritti umani non era mai stato portato in tribunale. Il 21 giugno 2013 l’organizzazione di Ponomarev era ancora alle prese con le pratiche per la richiesta di proroga del contratto d’affitto. Il 15 febbraio il Dipartimento del demanio di Mosca aveva fatto sapere a Ponomarev di non avere intenzione di rinnovare il contratto alla sua organizzazione. Tuttavia, il 27 febbraio, durante un incontro con il Commissario per i diritti umani di Mosca Alexander Muzykantsky, il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin aveva dichiarato che la decisione sarebbe stata revocata. Ponomarev ha versato l’affitto sino al primo agosto.

Il 22 giugno 2013, dodici ore dopo che le forze dell’ordine si erano presentate all’ufficio del Movimento per i diritti umani informando gli attivisti che avrebbero potuto “uscire dall’edificio, senza più rientrarvi”, un corpo speciale della polizia noto come Omon ha cacciato Ponomarev e il suo staff dall’edificio.

Le operazioni di sfratto sono state affidate a due uomini in abiti civili, che si sono presentati semplicemente come Verigin e Gordeyev. Successivamente alcuni blogger hanno riconosciuto in uno di loro il generale Aleksandr Birin, capo del Reparto anticorruzione dei servizi di sicurezza di Mosca.

“[Gli uomini dell’Omon] mi hanno afferrato, buttato a terra e trascinato verso l’uscita, mentre i due uomini non identificati mi tiravano calci sulla testa e sui reni”, ha dichiarato Ponomarev al Consiglio presidenziale per i diritti umani, che si è riunito il 26 giugno in seduta straordinaria.

Oltre a Ponomarev, il direttore del Consiglio Mikhail Fedotov aveva invitato a partecipare alla seduta le altre parti in causa, ovvero il sindaco di Mosca, il capo del Reparto del demanio della sua amministrazione, il capo della polizia di Mosca e il procuratore di Mosca.

“I rappresentanti dell’ufficio del sindaco avrebbero potuto fare chiarezza su molti punti, ma devono aver ritenuto inutile partecipare all’incontro”, ha affermato Fedotov.

Alla seduta hanno partecipato invece Vladimir Lukin e Aleksandr Muzykantsky, commissario per i Diritti umani per la Russia, il primo, e per Mosca, il secondo. La sera del 21 giugno si erano presentati entrambi alla sede del Movimento per i diritti umani, ma la polizia ha negato loro l’accesso all’edificio, contravvenendo in questo modo alla legge russa che garantisce ai commissari dei diritti umani accesso illimitato ai luoghi dove è stata denunciata una violazione dei diritti umani.

“Mi trovavo in piedi accanto agli uomini dell’Omon, che non mi hanno lasciato entrare, - ha affermato Lukin. - Di fronte alle mie richieste, coloro che si definivano i locatori della sede non hanno esibito alcun documento di identità né alcuna ordinanza del tribunale, limitandosi invece a rispondere: Di quale tribunale parli? Possiamo sbrigare l’intera faccenda rapidamente e senza documenti. Sembrava che stessero aspettando che Muzykantsky ed io ce ne andassimo. E appena lo abbiamo fatto sono entrati come furie nell’ufficio”.

Alle due e mezzo del mattino gli attivisti sono stati cacciati dal proprio ufficio. Ponomarev ha riportato diverse contusioni, mentre un membro del suo staff ha subito la frattura di un osso radiale.

Durante l’incontro del Consiglio presidenziale per i diritti umani, il capo del reparto per l’ordine pubblico del Ministero dell’Interno, il tenente generale Yuri Demidov, ha dichiarato che sull’incidente è stata aperta un’inchiesta, e che “le indagini preliminari non hanno evidenziato alcuna violazione della legge”.

Ad oggi il sindaco Sobyanin, che è candidato alle elezioni dell'8 settembre 2013, non ha rilasciato alcuna dichiarazione al riguardo. Il Movimento per i diritti umani sta cercando una nuova sede a Mosca. Il 22 giugno il miliardario Mikhail Prokhorov ha annunciato di essere disposto a pagare per dodici mesi l’affitto della nuova sede.

Prokhorov si è inoltre detto interessato alla carica di sindaco, ma la decisione di Sobyanin di anticipare le elezioni ha messo a rischio le probabilità che egli possa presentarsi. In base a una nuova legge entrata in vigore il 7 maggio 2013, chi possiede beni all’estero — come Prokhorov — non può presentarsi per ricoprire una carica pubblica.

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