Gorbachev, ansie di un mondo globalizzato

Disegno di Aleksej Iorsh

Disegno di Aleksej Iorsh

L’ultimo Presidente dell’Urss, padre della perestrojka, interviene sulla crisi della classe dirigente a livello nazionale e internazionale, analizzando poi cosa bisognerebbe fare per superare la crisi della politica mondiale

Dove sta andando il mondo globalizzato del XXI secolo? Oggi la gente si pone questa domanda con ansia crescente. E io con loro.

Con il mio amico Hans-Dietrich Genscher, scomparso di recente, ci siamo spesso chiesti cosa sia andato storto. La nostra generazione, fatta di politici i cui sforzi congiunti sono riusciti a porre fine alla "guerra fredda", ha fatto la sua parte. Ma perché il mondo di oggi è così inquieto, ingiusto e militarizzato?

La fine del confronto globale e le nuove opportunità date dalla tecnologia, soprattutto informatica, non dovevano forse dare al mondo un nuovo respiro, rendere la vita di ogni persona migliore? Eppure la realtà ha preso altri risvolti.

Non esiste una spiegazione semplice per tutto questo. Ho spesso sostenuto che i politici non sono stati all'altezza. A portare la maggior dose di responsabilità per lo stato attuale del mondo sono coloro che proclamarono la "vittoria dell'Occidente nella 'guerra fredda'", e che si rifiutarono di costruire un sistema di sicurezza nuovo ed equo. Il trionfalismo è cattivo consigliere degli affari mondiali.

Ma non è tutto qui. Finora il nuovo mondo globalizzato non è mai stato davvero capito e ragionato. Esso richiede nuove regole di comportamento e un'altra morale. E i leader mondiali pare non lo abbiano afferrato.

Credo questa sia la ragione principale della "turbolenza globale" di oggi.

Chi ha vinto e chi ha perso nel mondo globalizzato?

La gente è preoccupata per la tensione internazionale, ma non lo è meno per la sua situazione e le sue prospettive. D'altronde è tutto collegato.

Anche nei paesi più sviluppati la maggior parte delle persone appartiene alla classe media e la base di una qualsiasi società ben sviluppata sta nell'esprimere insoddisfazione per la propria vita. Gli elettori supportano sempre più spesso politici populisti che offrono soluzioni apparentemente semplici, ma in realtà pericolose.

D'altro canto, le irresponsabili istituzioni finanziarie si sono adattate bene alla globalizzazione e hanno imparato a sfruttarne i benefici, gonfiando una dopo l'altra “bolle di sapone” che hanno permesso loro di fare miliardi praticamente dal nulla. Questi miliardi si trovano a disposizione di una cerchia sempre più ristretta di persone, che li sottraggono alle tasse. Nei giorni scorsi abbiamo visto altri esempi di questo, ma è solo la punta dell'iceberg.

Per non parlare poi del fatto che in un mondo globalizzato si sentono al sicuro le strutture della criminalità organizzata, i trafficanti di droga e di armi, i gruppi che traggono profitto dai flussi in massa dei migranti, i criminali informatici e, soprattutto, i terroristi.

Crisi della politica, crisi della classe dirigente

La politica mondiale non ha ancora trovato una risposta efficace a nessuno di questi problemi. Nel frattempo è iniziato un nuovo round della corsa agli armamenti, si è aggravata la crisi ambientale, cresce il divario tra paesi ricchi e poveri, e tra ricchi e poveri all'interno dei paesi stessi. Proprio questi sono i problemi che dovrebbero essere al primo posto nell'agenda mondiale. Ma ovunque vediamo vicoli ciechi.

Pareva esistessero possibilità e meccanismi per il loro superamento, sia di lunga data, come le Nazioni Unite, sia recenti, create per esempio dal G20 per affrontare le nuove sfide. Difficile sostenere che le loro attività siano coronate dal successo. Sono sempre in ritardo, sempre indietro.

Siamo di fronte a una crisi della classe dirigente a livello internazionale e nazionale. I politici sono intenti a "spegnere gli incendi", a trovare soluzione ai problemi attuali, alle crisi e ai conflitti di oggi.

È indubbio: anch'essi vanno risolti e nelle ultime settimane ci sono stati alcuni sviluppi positivi.

Il dialogo sulla Siria è iniziato. Certo, ancora vi partecipano solo i maggiori soggetti esterni, in primo luogo USA e Russia. Ma ciò ha già contribuito a un certo allentamento delle tensioni nei rapporti tra la Russia e l'Occidente.

Se questa tendenza continuerà a evolversi, dovrebbe essere estesa anche ad altre sfere delle loro relazioni. Ma sarà un processo lungo e difficile. La fiducia è stata messa a dura prova.

Nessun progresso sul fronte della crisi ucraina. Gli attuali meccanismi di risoluzione non funzionano bene. Sembra si siano trasformati in routine. Da questi meccanismi (accordo di Minsk, formato Normandia) non ci si può sottrarre, ma evidentemente serve integrarli e promuoverne il lavoro. Forse attraverso la discussione in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite o ad altri meccanismi con la partecipazione della Russia e degli Stati Uniti.

Non si può lasciare aperto l'ascesso della crisi ucraina rischiando che la febbre si estenda in tutta Europa e nel mondo. Ancora un altro "conflitto gelato" e l'Europa non riuscirà a reggere. Dopo la prima volta a gennaio 2014, rivolgo di nuovo ai presidenti Obama e Putin il mio appello ad incontrarsi e discutere la crisi in atto.

Guardare avanti

Riuscire a superare la crisi acuta in corso sarebbe già un passo importante, ma solo il primo al fine di affrontare un compito molto più difficile: imparare a vivere in un mondo globalizzato.

Senza un contesto globale è impossibile capire cause e conseguenze dei conflitti in corso, sviluppare un'agenda aggiornata e creare i mezzi per affrontare i problemi che inevitabilmente si presenteranno nel mondo.

Nell'agenda della politica mondiale la cosa principale è impostare bene le priorità.

Il Manifesto Russell-Einstein, le idee di Olof Palme sulla sicurezza comune, il discorso di John F. Kennedy sulla “pace per tutti”, la Dichiarazione di Ginevra di URSS e USA nel 1985, confermato da Reykjavik e dagli accordi sulla cessazione della corsa agli armamenti nucleari, erano tutte “richieste” mirate ad entrare in una agenda politica che vedesse al primo posto i veri grandi problemi dell'umanità.

Ad oggi questi sono:

- Il problema persistente delle armi di distruzione di massa, la corsa agli armamenti e la militarizzazione della politica mondiale

- Il problema della povertà e del sottosviluppo di una enorme fetta dell'umanità

- La sfida ambientale e dei cambiamenti climatici

- Il terrorismo

Altre questioni urgenti sono le migrazioni di massa, la xenofobia, l'intolleranza religiosa e il problema della coesistenza di diverse civiltà.

Il comune denominatore di tutti questi problemi è che nessuno di essi può essere risolto militarmente, con la violenza.

Simile ad un assioma: bisogna unire le forze. Ma finora ha dominato la disgregazione e l'incapacità di agire insieme.

La responsabilità principale di questa situazione ricade sugli Stati e la loro classe dirigente. In un mondo globalizzato sono comparsi anche altri agenti: le organizzazioni della società civile, le imprese, il mondo accademico, i gruppi religiosi. Ma il ruolo e la responsabilità degli Stati, dei loro leader e delle organizzazioni internazionali rimangono decisive.

La politica e la morale. Regole di condotta

Imperativa nel mondo globalizzato di oggi è anche la necessità di coniugare politica e morale.

Questo è un problema grande e difficile. Non si riesce a risolvere in un colpo solo. Ma se non ci si pone questo problema e non ci si lavora con determinazione, allora il mondo è destinato a vedere nuovi conflitti e contraddizioni irrisolte.

In un mondo globalizzato è particolarmente pericoloso il concetto di “due pesi e due misure”. Bisogna escludere qualsiasi eventualità di sostegno da parte degli stati, sulla base dei propri "interessi", a organizzazioni terroristiche ed estremiste di qualsiasi tipo che operano con la "lotta armata" per rovesciare con la forza i governi legittimi.

Le relazioni tra stati in un mondo globalizzato devono essere regolate non solo dal diritto internazionale, ma anche da specifiche regole di comportamento basate sui principi della morale universale.

Queste "regole di condotta" devono prevedere moderazione, considerazione degli interessi di tutte le parti, consultazione e mediazione nel caso in cui una minaccia o una crisi si aggravi. Sono sicuro che avrebbero potuto essere evitate sia la crisi ucraina che quella siriana se le parti in causa e i soggetti esterni avessero rispettato tali regole di condotta.

Credo che le regole di condotta, una sorta di codice etico, servano anche per i media. Direi che anche questi non sono privi di colpe. Spesso essi fomentano le paure, inquinano l'ambiente dell'informazione. Invece di dare il proprio contributo a prevenire e risolvere i conflitti, di fatto li aggravano.

Il mio punto principale è la necessità di porre al centro dell'attenzione di stati e società civile globale il problema di aggiornare l'agenda mondiale e di coniugare la morale e le regole di condotta in un mondo globalizzato.

Il ruolo della Russia

Sono fiducioso che il ruolo della Russia nel superare la crisi della politica mondiale può e deve essere importante e positivo. È tempo che l'Occidente abbandoni i tentativi di isolarla. Questo non ha mai portato a nulla. Ancora più sterili di risultati saranno le "sanzioni personali". Queste sono da abbandonare in primis, altrimenti non ci sarà dialogo, né possibilità di ripristinare la fiducia.

Nessuno dovrebbe aspettarsi che la Russia, nonostante le difficoltà economiche, accetterà un ruolo secondario nel mondo. Se questo dovesse accadere, nessuno ne uscirebbe vincitore. E ancora di più, tutti potrebbero perdere da una nuova "guerra fredda".

Pochi giorni fa, durante "linea diretta" in tv, Putin ha formulato il desiderio di normalizzare le relazioni con l'Occidente. Riusciranno i nostri partner ad allinearsi verso una direzione più costruttiva? Non è ancora chiaro, ma li incoraggio a farlo.

Ora il momento è cruciale. Dobbiamo mettere da parte le emozioni e gli eccessi propagandistici. Possono essere presentate serie critiche nei confronti dell'attuale generazione di leader, ma hanno ancora la possibilità di guadagnarsi uno spazio degno nella storia. E sarebbe un grosso errore non approfittare di questa opportunità.

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