Siria, la tregua fra speranza e cautela

Il Presidente siriano Bashar Al-Assad.

Il Presidente siriano Bashar Al-Assad.

: Valerij Sharifulin/TASS
L’annuncio del cessate il fuoco, atteso per il prossimo 27 febbraio, solleva diverse domande e tanti dubbi

L’accordo sul cessate il fuoco in Siria, che scatterà alla mezzanotte del 27 febbraio, solleva diverse domande e altrettante difficili risposte. Mediata da due attori principali, Russia e Stati Uniti, e sostenuta dal regime di Damasco e da alcune frange dell’opposizione, la questione dà origine a tre diversi sentimenti: il cauto ottimismo dei diplomatici; lo scetticismo degli esperti delle questioni del mondo arabo; e il cinismo degli avversari che si osservano l’un l’altro attraverso le mitragliatrici dislocate sui campi di battaglia.

Da un lato, le vittorie militari del regime di Damasco hanno ristretto lo spazio di manovra dell’opposizione, lasciandola senza quella “profondità strategica” necessaria per ottenere un degno ritiro.

Tuttavia anche la neutralizzazione di quell’opposizione che potrebbe condurre un processo di negoziazione sarebbe una buona opzione, perché potrebbe spingerli a lottare fino all’ultimo sangue.

Allo stesso tempo, l’operazione per prendere Aleppo ha appena influenzato l’amalgama di formazioni paramilitari che appartengono a gruppi islamisti moderati o radicali, che nell’arco di cinque anni hanno assediato questa città strategica del nord. Per il regime di Assad, qualsiasi ritardo nella più o meno morbida ripresa dei territori persi potrebbe essere controproducente. E, nel caso in cui il ritmo dell’offensiva subisse un rallentamento, gli avversari potrebbero approfittarne per riorganizzarsi, riarmarsi e tornare nuovamente all’attacco.

Ma c’è di più. Qualsiasi tregua non è altro che il primo punto di una sequenza di eventi, il prologo di un lungo processo. È come una roulette, poiché i termini di un possibile accordo finale dovrebbero essere “rivisti” con il proposito di supervisionare qualsiasi processo, specificando il modo di poter far fronte alle nuove sfide.

Grigory Kosach, esperto di questioni arabe dell’Università statale russa di scienze umanistiche, ha sottolineato la possibilità di trasformare l’accordo sul cessate il fuoco in una rampa di lancio per un processo politico di transizione in Siria. “Il giorno dopo l’annuncio della tregua ho letto quasi tutti i giornali dell’Arabia Saudita. Nessuno parlava dell’accordo. Finché l’Arabia Saudita e le monarchie del Golfo non firmano l’accordo, ci sono seri motivi per dubitare che esso avvenga”.

Durante il discorso tenuto in occasione della Giornata dei Difensori della Patria, il Presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che si sarebbe impegnato a convincere gli alleati russi nella regione a rispettare il cessate il fuoco. Il leader del Cremlino ha quindi aggiunto che spera che gli Usa facciano lo stesso.

Può essere che si tratti di una tattica giusta, ma la credibilità degli Usa come garanti della sicurezza a lungo termine in Medio Oriente è ormai minata, e non è sicuro che le monarchie sunnite si mettano a prestare attenzione agli Stati Uniti, così come era già avvenuto in passato. E questo non è l’unico problema che bisognerà affrontare. Il Presidente Assad ha ormai le spalle al muro e perciò Mosca potrebbe ritrovarsi in una situazione non molto semplice. Kosach fa notare che il Presidente siriano è un partner difficile e che talvolta può essere visto come “un docile cane che scodinzola”.

Al momento sembra che gli aspetti negativi pesino più di quelli positivi. Sarebbe molto meglio disfarsi di questi presagi come se fossero semplici segnali di malaugurio.

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