La Macedonia ostacolerà la costruzione del Turkish Stream?

Vignetta di Alexei Iorsh

Vignetta di Alexei Iorsh

Uno dei paesi nodali per il transito terrestre del gasdotto ha vincolato la prospettiva della sua realizzazione all’approvazione da parte dell'Ue

L'integrazione in Europa è già da molti anni uno dei principali vettori della politica del governo macedone. Dal 2005 la Macedonia si è guadagnata lo status di paese candidato a membro dell'Ue. E dal 2009 i cittadini della Macedonia hanno ottenuto il diritto d'ingresso nello spazio Schengen senza visto, ma negli ultimi tempi i progressi in questa direzione si sono arrestati e l'avvio di negoziati ufficiali per discutere dell'integrazione della Macedonia nell'Ue viene procrastinato già da qualche anno.

L’Unione Europea rappresenta una prospettiva attrattiva per tutte le economie dei paesi dell'Europa Orientale, malgrado i controversi risultati ottenuti dai paesi che sono entrati a farne parte. Persino Viktor Yanukovich, tradizionalmente orientato verso gli elettori filorussi dell’Ucraina Orientale, per ottenere il consenso elettorale si dichiarò a favore del processo, per lui fatale, dell’integrazione europea. Ancora più forti appaiono le aspirazioni della Macedonia, che non ha nessun’altra alternativa di integrazione, a entrare a far parte dell’Ue. 

 
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La Macedonia non può essere essere certo considerata un paese ricco: per il suo livello di reddito è in grado di competere con la vicina Serbia, ed è superata in misura cospicua dalla Bulgaria e quasi due volte dalla Russia. È sufficiente pensare al suo tasso di disoccupazione, pari al 40%, e il paese è inoltre gravato da tensioni interetniche con la minoranza albanese al punto che non dovrebbe stupire la sua instabilità politica. Tuttavia, a onor del vero va rilevato che negli ultimi tempi la Macedonia è riuscita a registrare un ritmo piuttosto elevato di crescita economica annua pari al 3-4%  – un indice superiore a quello dei paesi vicini – e che grazie alla stabilità interna e a una congiuntura esterna favorevole nei prossimi anni la sua situazione economica potrebbe decisamente migliorare.

Ma per il momento uno sviluppo autonomo non riesce ancora a sostituire il “sogno europeo” che guida tutti i suoi politici, costretti a condividere l’aspirazione all’integrazione nell’Ue. L’Unione Europea monitora la situazione nel paese, pubblicando periodicamente Progress Reports che riguardano anche i mercati energetici. Nel campo dell’energia elettrica la Macedonia riesce ad armonizzare la sua costituzione con il Terzo pacchetto Energia Ue e si vedrà costretta a fare lo stesso con il mercato del gas. 

Proprio in questo contesto si manifesta per il momento la retorica delle autorità macedoni: non si tratta tanto di respingere la costruzione del gasdotto quanto di non voler assumere, a causa del progetto, dei rischi aggiuntivi minando così le relazioni con l’Unione Europea. Tanto più che il desiderio da parte della leadership dei paesi Ue di integrare nella propria compagine la Macedonia anche così non appare molto evidente. E la Macedonia, come la Serbia, non si trova in una condizione migliore di quella della Bulgaria che è già membro dell’Ue.

Per di più a questo si aggiunge che la Macedonia non è così dipendente dal gas russo. In realtà Gazprom risulta l’unico fornitore e il gas arriva attraverso un piccolo gasdotto dal territorio della Bulgaria. Ma la quota del gas nel consumo complessivo di energia e anche di produzione elettrica è solo pari al 5%.  Il settore elettrico nazionale è orientato prevalentemente verso il carbone, e malgrado l’aumento del consumo di gas registrato nell’ultimo periodo, le autorità non sentono come impellente la necessità di attirare fornitori supplementari.

Risulta più pressante la necessità di ottenere investimenti e pagamenti per centinaia di milioni di dollari per il transito del gas e al tempo stesso di creare nuovi posti di lavoro, perciò le autorità macedoni si trovano davanti a una scelta difficile.

Una scelta analoga spetterà anche alle autorità serbe - il paese limitrofo sulla via del gas - e all’Albania, che potrebbe costituire un’alternativa alla Macedonia, benché anche quest’ultimo paese abbia altre peculiarità degne di essere analizzate separatamente. In tutti i casi menzionati esiste la possibilità di un rifiuto ad appoggiare la costruzione del gasdotto, e persino con la Grecia le cose non appaiono così chiare. 

Al tempo stesso il Turkish Stream si distingue in modo netto dal South Stream e tale differenza non riguarda solo il percorso, ma anche l’organizzazione e l’ideologia del progetto. 

Lo sviluppo del progetto del South Stream ha avuto inizio prima dell’approvazione del Terzo Pacchetto Energia dell’Ue e questo progetto appariva già a priori in contrasto col Terzo Pacchetto.

Il Turkish Stream prende l’avvio con altre premesse: ora è chiaro che Gazprom dovrà fare i conti con il Terzo Pacchetto, ma anche che l’Unione Europea non potrà contare sul fatto che Gazprom costruirà a proprie spese tutte le infrastrutture necessarie.

Attualmente non vi sono fondamenti per ritenere che la costruzione della prosecuzione del Turkish Stream oltre il confine turco sia in contrasto con il Terzo Pacchetto. Esistono tutte le possibilità di realizzare le infrastrutture pianificate secondo la normativa europea in modo che la Commissione Europea e le autorità statali dei paesi balcanici non abbiano ragioni di rifiutare di appoggiare la costruzione dle gasdotto.

Gazprom è interessato alla sua realizzazione dal momento che ha bisogno di un corridoio meridionale per l’export. In via teorica esisterebbe la possibilità di aggirarlo  e di rinunciare al transito attraverso l’Ucraina mediante l’ampliamento del North Stream e la costruzione di una seconda linea del gasdotto Yamal-Europa, ma per il momento questa non appare l’alternativa più attraente.

Aleksandr Kurdin è direttore del Dipartimento di Studi strategici del Centro di analisi in campo energetico del Governo della Federazione Russa.

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