La Russia e la Banca Asiatica d'Investimento

Disegno di Konstantin Maler

Disegno di Konstantin Maler

Unirà 35 paesi e si occuperà prevalentemente di finanziare infrastrutture. Le opportunità per la Federazione e gli effetti sugli equilibri economici internazionali

La decisione della Cina di avviare una Banca Asiatica d'Investimento per le infrastrutture si sta concretizzando. Le autorità cinesi hanno dichiarato che almeno 35 paesi si riuniranno sotto l'ombrello del nuovo conglomerato finanziario. Un evento spartiacque atto a delineare un nuovo approccio, flessibile e più complesso, per coinvolgere tanto i paesi in via di sviluppo, in cerca di prestiti per stimolare le proprie economie, quanto le nazioni industriali a caccia di affari. L'opposizione da parte americana nel vedere i suoi vecchi alleati unirsi alla nuova struttura finanziaria capitanata dalla Cina era certo prevedibile. Tale reazione riflette infatti la logica dell'approccio a somma zero nei riguardi dell'ascensione della Cina ad un posto di rilievo globale. Essa inoltre non fa che evidenziare la lenta e progressiva perdita di presa, per parte americana, sui meccanismi di finanza globale. La domanda da miliardi di dollari è come possa tutto ciò influire sulla posizione e le prospettive della Russia. Finora, Mosca ha scelto di rimanere al di fuori della nuova alleanza. Si tratta di un atteggiamento saggio oppure no?

Le recenti guerre sanzionistiche, i conflitti in diverse parti del mondo, dalla regione del Medio Oriente e Nord Africa ad Hong Kong, hanno agito in concomitanza ai tentativi degli USA di recare sostegno economico ai propri cittadini sottoscrivendo con l'UE un accordo commerciale completo a danno del business europeo e dei contribuenti, minando così facendo credibilità delle maggiori istituzioni finanziarie internazionali. In aggiunta a ciò, il Congresso degli Stati Uniti ha negato in maniera miope alla Cina e alle potenze emergenti di avere voce influente nel capitolo del Fondo Monetario Internazionale. Questa opposizione ha provocato un contraccolpo, causando un inatteso sostegno al Fondo d'investimento per le infrastrutture promosso da Pechino.

L'idea di unirsi ad una banca cinese ha scatenato una raffica di critiche da parte degli Stati Uniti, creando una divisione all'interno dell'Alleanza Transatlantica e sollevando al contempo speranze e timori sulla rovina del Washington Consensus. Lo ricordiamo, il Washington Consensus rappresenta un pacchetto di direttive di politica economica destinate ai paesi in via di sviluppo, elaborato congiuntamente da istituzioni con base a Washington come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e il Dipartimento del Tesoro americano. La Banca di investimento per le infrastrutture cinese è progettata specificatamente per costruire strade, ferrovie e realizzare progetti energetici, ergendosi come alternativa alla Banca Mondiale e ad altre istituzioni finanziarie legate agli USA e competendo inoltre con un simile fornitore di fondi in Giappone, la Banca di sviluppo asiatica (ADB), a suo tempo, uno dei maggiori donatori per le nazioni asiatiche.

Al fine di evitare le accuse di un approccio reciso al prestito in assenza di meccanismi di trasparenza, la Cina ha preso l'impegno di tenere in considerazione le opinioni altrui garantendo ai partecipanti persino il diritto di veto. Le mosse abili di Pechino hanno creato confusione fra i fidi alleati degli USA. Alla fine, alcuni di loro hanno rotto i ranghi, scegliendo di saltare sul carro del vincitore nell'apparente timore di restare al freddo. La Gran Bretagna, la Germania, la Francia, l'Italia si sono messe in lizza per unirsi alla mega Banca guidata dalla Cina. Questo atto dimostrativo di diserzione ha fatto infuriare Washington, e non senza motivo. Nondimeno, potrebbe esserci un'altra spiegazione al voltafaccia degli europei.

Attualmente, i mercati monetari sono dominati da due giganti, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Entrambi sono nati come prodotti del sistema di Bretton Woods nel 1944, che stabilì la supremazia del dollaro americano come unico comune denominatore nel mondo delle finanze. Questo “pecking order” è rimasto incontrastato fino a pochissimo tempo fa, quando la gerarchia gradualmente cangiante dei poteri economici ha scatenato guerre commerciali e valutarie. “Money talks” e sembra che a breve lo farà con un marcato accento cinese.

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