L'Iran e la questione nucleare

Vignetta di Alexei Iorsh

Vignetta di Alexei Iorsh

Più si allontana la speranza di trovare un’intesa reciproca in sede internazionale più risulta necessario formulare con chiarezza un accordo che risulti di sicura efficacia. I colloqui riprenderanno tra sei mesi

I colloqui sul programma nucleare iraniano saranno differiti di sei mesi. Fino ad alcuni giorni fa la maggior parte dei commentatori sosteneva che quello del 24 novembre sarebbe stato in realtà il termine ultimo dei negoziati e che nel caso non si fosse riusciti a rispettarlo, tutte le possibilità sarebbero inevitalmente sfumate. Oggi, però, al contrario, vi sono state rassicurazioni sul fatto che la proroga possa avere dei risvolti positivi, consentendo di giungere senza urgenza a un documento d’intesa davvero equilibrato.

L’urgenza di rispettare la data già programmata era dettata da una serie complessa di fattori. Da un lato la necessità di imporre dei limiti ai diplomatici che altrimenti avrebbero negoziato all’infinito. I professionisti della diplomazia tendono al perfezionismo poiché preferiscono sempre non cedere troppo presto, contando di poter ottenere delle condizioni ottimali o anche semplicemente di allungare i tempi nella speranza di trovare nuovi atout. D’altro canto, però, l’esperienza della “guerra fredda” ha dimostrato in modo evidente che un documento non adeguatamente elaborato e siglato solo per rispettare i termini  di un quadro già preordinato, sovente non funziona, e anzi peggiora radicalmente la situazione.

Un documento di tal genere, con ripercussioni estremamente negative, è apparsa la risoluzione di “no fly zone” in Libia, approvata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu nel 2011; unica volta in cui Mosca abbia dato il suo appoggio a un intervento esterno in un conflitto politico interno per ragioni umanitarie. Una circostanza che si era verificata durante l’operazione per il cambio di regime. È comprensibile come dopo una simile esperienza il Cremlino possa aver perduto qualunque desiderio di essere coinvolto in scelte analoghe per non parlare poi della sorte che minaccia.attualmente la Libia.

Comunque sia, la soluzione della questione del nucleare iraniano appare per i tempi odierni un raro caso di negoziati travagliati e incessanti e di esito incerto. Le parti sanno perfettamente che in assenza di una fiducia di base - tale è la situazione tra Iran e Usa che sono i principali attori del processo - soltanto una piattaforma estremamente dettagliata potrebbe garantire l’attuazione degli accordi. Meno speranze d’intesa esistono, più i protocolli formali devono essere stilati con chiarezza perché ogni conflitto possa essere regolamentato secondo un meccanismo già codificato.

Era proprio così che venivano condotti i negoziati sulla limitazione delle armi nucleari durante il periodo della “guerra fredda” in modo che non restasse alcun margine possibile per altre varianti. Oggi questa capacità è andata gradualmente scomparendo. A un certo punto il fenomeno  stesso della diplomazia a finale aperto, senza cioè alcuna certezza degli esiti, ha cominciato a risultare quasi anacronistico.

 
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Come ha di recente rilevato un collega americano riguardo a un’altra questione (i negoziati sul Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti) “ci siamo allontanati dalla trattativa reale”. Eppure nella stragrande maggioranza dei casi l’Europa e soprattutto gli Stati Uniti hanno cooperato con nazioni che hanno ceduto a priori alla loro potenza e che erano in grande o piccola misura da esse dipendenti. L’algoritmo era il seguente: questo è l’esito finale basato sulle nostre (di noi occidentali) categorie e ora vediamo di esaminare insieme in quali modi lo attuerete. Quando tale approccio risultava inadeguato, per esempio, nel caso del Wto, dove gli interessi del mondo avanzato entravano in collisione con quelli delle potenze in via di sviluppo, non veniva stipulato nessun documento formale, o ci si limitava a delle dichiarazioni di intenti.

L’unica eccezione in tempi recenti è costituita dal nuovo trattato sulla riduzione delle armi strategiche tra Russia e Stati Uniti, nel solco di una buona e consolidata tradizione fin dai tempi della “guerra fredda”, in cui ogni singolo dettaglio veniva esaminato e discusso di volta in volta al tavolo dei negoziati. Ma in compenso qui il risultato parla da sé. Oggi i rapporti tra Mosca e Washington sono, per dirla francamente, pessimi, eppure il trattato continua a funzionare e a essere attuato poiché risulta davvero equilibrato e risponde agli interessi di entrambe le parti.

Ma i negoziati tra Russia ed Unione Europea, che, secondo quanto si riteneva fino a tempi recenti, doveva essere finalizzato al potenziamento e allo sviluppo di una partnership strategica, era costruito neppure a farlo apposta su un modello unilaterale che prevedeva che Mosca dovesse avvicinarsi alle norme e alle pratiche europee e anche in fretta. Tuttavia, il prezzo di questa urgenza è apparso evidente oggi, nella crisi attuale, allorché questi istituti costruiti con tanto tanto zelo hanno cominciato semplicemente a crollare.

Infine, nel caso del programma nucleare esiste anche un’altra componente importante: la capacità di “vendere” certi risultati al proprio pubblico interno. L’amministrazione Obama opera nell’ambito delle condizioni imposte dal Congresso, apertamente ostile sia all’Iran che al presidente stesso. Ma il gabinetto di governo di Rohani deve convincere dell’opportunità del negoziato anche i circoli religiosi conservatori e i massimi vertici del paese, orientati verso una posizione di estrema prudenza nei riguardi degli Usa. Per tale ragione il prolungamento dei negoziati risuta il migliore degli scenari possibili. Fermo restando, che neppure tra sei mesi sia lecito attendersi dei successi.

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