Beslan, l'anno zero del terrorismo

Disegno di Konstantin Maler

Disegno di Konstantin Maler

Dieci anni fa la strage che trascinò la Russia nell'orrore. Da allora le minacce non sono più concrete. Ma il terrore resta sempre un avversario potenziale da fronteggiare

Sono trascorsi dieci anni dall’attacco più terribile che la Russia moderna abbia conosciuto, nel quale mille e cento persone furono prese in ostaggio all’interno di una scuola della città di Beslan, nell'Ossezia del Nord. Nel successivo blitz, messo a segno per porre fine all’assedio, trecentotrentaquattro ostaggi, per lo più bambini, rimasero uccisi. Un attacco terroristico di quella portata oggi non sembrerebbe possibile in Russia. Ciò non significa tuttavia che il terrorismo abbia smesso di rappresentare una minaccia; tutt’al più, da minaccia palese quale era è diventato una minaccia potenziale.

I militanti ceceni, daghestani e ingusci continuano a rappresentare una chiara minaccia terroristica, che tuttavia non è più considerata quella principale − come riconosciuto sia dagli esperti che dal pubblico in genere. E stando a un sondaggio condotto da Vtsiom, il terrorismo è motivo di preoccupazione per il tredici percento dei russi; tale percentuale è scesa di due punti rispetto allo scorso anno e del settantacinque percento rispetto al 2004, quando l’ottantotto percento degli interpellati − il valore massimo mai registrato dall’introduzione dei sondaggi in Russia − considerava il terrorismo il problema più impellente del Paese.

“Nel 2014 l’attività terroristica nel Caucaso settentrionale è diminuita”, ha dichiarato a Rbth Nikolai Silayev, esperto di studi caucasici. Le motivazioni di questo calo sono molteplici: negli ultimi anni i servizi di sicurezza hanno intensificato i controlli sulla rete terroristica clandestina, e molti militanti sono stati uccisi o incarcerati. I servizi speciali sono stati particolarmente vigili in corrispondenza con le Olimpiadi di Sochi (stando ad Alexander Bortnikov, direttore del Servizio federale di sicurezza, nei primi sei mesi dell’anno sono stati uccisi centotrenta militanti, di cui ventuno capibanda, e sono stati scoperti e distrutti più di centosessanta covi e nascondigli di armi dei ribelli). Anche l’intervento di commissioni speciali che tentano di convincere i ribelli a rinunciare alla lotta armata e tornare alla convivenza pacifica ha dato qualche frutto. Infine, molti dei militanti più zelanti sono andati a combattere in Siria o in Iraq.

 
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“A ridurre ulteriormente le tensioni hanno contribuito i tentativi compiuti da alcuni leader regionali per promuovere l’integrazione delle loro società all’interno della Russia. Il leader ceceno Ramzan Kadyrov, ad esempio, sta facendo il possibile per dimostrarsi convinto sostenitore delle idee nazionali russe, in particolare attraverso l’invio di aiuti umanitari nella regione di Donec, impegnandosi per ottenere il rilascio dei giornalisti russi detenuti dalle autorità di Kiev e promettendo di destinare fondi allo sviluppo economico della Crimea.

Georgia

Tuttavia, a dispetto della graduale stabilizzazione della situazione nel Caucaso settentrionale, alcuni fattori potrebbero creare nuovamente tensioni in questa zona e aumentare il livello di minaccia terroristica. I servizi segreti russi temono che la Georgia possa continuare a perseguire la stessa politica di destabilizzazione del Caucaso settentrionale portata avanti dal presidente Saakashvili in risposta alla secessione de facto delle repubbliche dell’Abcasia e dell’Ossezia meridionale. Alcuni politologi russi ritengono tuttavia che tale minaccia sia esagerata. “È vero che gran parte dell’infrastruttura della nuova “politica di Mikheil Saakashvili per il Caucaso settentrionale” rimane in Georgia. Tuttavia, sul nostro versante il confine è sicuro. Tbilisi inoltre non ha le risorse né la voglia di destabilizzare il Caucaso settentrionale”, dichiara Nikolai Silayev. “Avendo scelto di normalizzare i rapporti con Mosca, le autorità georgiane stanno aiutando la Russia a far fronte alla minaccia terroristica e hanno anche contribuito a mettere in sicurezza le Olimpiadi di Sochi”.

Medio Oriente

Una minaccia ben più seria e quella che giunge dal Medio Oriente, dove alcuni russi stanno combattendo a fianco dei militanti dello Stato Islamico. Mosca teme che al loro ritorno in Russia questi individui possano mettere in atto le nuove competenze e l’esperienza acquisita per destabilizzare la situazione in patria, soprattutto nel Caucaso settentrionale, in Tatarstan e in Crimea. Alcuni opinionisti spiegano pero che le mire del terrorismo mediorientale sono rivolte non tanto alla Russia in se’, quando agli interessi di questa nell’Asia centrale. “Tra gli jihadisti stranieri che combattono in Medio oriente, i cittadini russi sono relativamente pochi e ammonterebbero a circa quattrocento-seicento individui. Se per la Russia, che può contare su dei servizi segreti potenti e delle risorse considerevoli, la potenziale minaccia dei mercenari che combattono in Iraq e in Siria è relativamente bassa, per i Paesi dell’Asia centrale, dove le autorità non sono ancora riuscite ad eliminare le reti clandestine islamiste, potrebbe invece rivelarsi fatale”, dichiara Leonid Isayev, esperto di studi arabici. La forte islamizzazione e destabilizzazione dell’Asia centrale potrebbe a sua volta radicalizzare la comunità musulmana russa, e indurre i terroristi addestrati nell’Asia centrale a venire qui (soprattutto dal momento che chi proviene da questi Paesi non ha bisogno di un visto per entrare in Russia).

Ucraina

Una serie minaccia è rappresentata, infine, dall’ulteriore radicalizzazione della situazione in Ucraina, dove gli attuali processi “politico-nazionalistici” stanno seriamente mettendo a rischio la sicurezza in alcune zone di tre distretti federali. Oltre a subire la minaccia terroristica, tutti i distretti federali sono interessati dal traffico di armi e dall’immigrazione incontrollata”, dichiara Yuri Chayka, procuratore generale della Russia. Lo Stato ucraino sta delegando parte del proprio diritto alla violenza a numerosi “eserciti privati” formati da battaglioni di volontari. Esistono poi diversi gruppi paramilitari, come il Settore destro. A partire dalla fine dello scorso anno, tutte queste strutture non statali “considerano la Russia un nemico, e praticamente invocano l’occupazione dei territori di confine”, afferma Alexander Brod, direttore dell’Ufficio dei diritti umani di Mosca.

Non possiamo quindi escludere che anche nel caso in cui Petro Poroshenko raggiungesse un accordo di pace con la milizia autonomista del Donec, alcune unità irregolari filogovernative potrebbero rifiutarsi di rispettarlo, continuando a combattere. Gli uomini di queste unità conoscono il russo e possono spostarsi senza visto, e potrebbero quindi infiltrarsi facilmente in Russia. Per non parlare del fatto che i radicali hanno ormai accesso ad armi e materiali estremamente pericolosi, e il consiglio dei ministri ucraino ha aggiunto alla lista delle merci speciali sottoposte alla sorveglianza dei combattenti della Guardia nazionale razzi vettori e materiali nucleari, ivi compreso il combustibile nucleare esaurito. Nel complesso, le minacce che emanano dal Medio oriente e dall’Ucraina sono attualmente più potenziali che effettive, e la Russia dispone di tempo a sufficienza per ridimensionarle. L’opzione migliore sarebbe naturalmente quella di collaborare con gli Usa e l’Europa, per i quali l’islamizzazione dell’Asia centrale rappresenta una seria minaccia (in quanto porrebbe fine ai loro piani per esportare in Europa gli idrocarburi centroasiatici). Considerando l’attuale stato dei reciproci rapporti, però, qualsiasi fruttuosa collaborazione appare al momento improbabile. Il che è un peccato, poiché la storia della cooperazione tra i servizi segreti russi ed occidentali è costellata da successi.

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