Il passo falso di Putin in Ucraina

Le mosse della Russia e il rischio di dover affrontare una crisi di obiettivi, in uno scenario che deciderà la direzione futura di Mosca

Disegno di Viktor Bogorad

Quindici anni fa, il nove agosto del 1999, il presidente Boris Eltsin stupì la Russia annunciando alla televisione la nomina a primo ministro di Vladimir Putin. La scelta, a prescindere dalle motivazioni che aveva indotto Eltsin a compierla, si rivelò giusta. Per il secondo presidente far fronte alle proprie responsabilità e poter dimostrare la propria lealtà nei confronti del primo era un onore. E, ciò che più conta, dopo le sollevazioni degli anni Ottanta e Novanta Putin era esattamente il tipo di leader che il popolo voleva: non brillante ma affidabile; in grado di mettere finalmente fine al caos e ripristinare la speranza nel futuro.

 
Tra voli e cadute, sale l’indice
di gradimento di Putin

Benché all’inizio pochi lo considerassero adatto alla politica, Putin riuscì a consolidare la società russa attorno all’idea di stabilità. La stabilità richiedeva di implementare alcune misure mirate a ripristinare la gestione del Paese, gettare le basi per lo sviluppo economico e infondere nei russi un senso di finalità mettendoli in grado di contribuire attivamente alla costruzione e al miglioramento della propria esistenza. Putin iniziò a perseguire la stabilità in un momento in cui nel resto del mondo questa sembrava sul punto di esaurirsi; e questa contraddizione tra obiettivi interni e condizioni esterne divenne vieppiù apparente.

L’Occidente considera il presidente della Russia un nemico del progresso, simbolo di opinioni ormai superate. Lui, dal canto suo, appare stupito dalla condotta politica delle grandi nazioni, che gli sembrano voler deliberatamente alimentare il fuoco dei conflitti internazionali. La fiducia nella possibilità di un “grande accordo con l’Occidente” − che al momento della sua nomina Putin aveva considerato possibile − venne meno, così come la speranza che la Russia potesse entrare a far parte della cerchia delle nazioni in grado di definire la politica mondiale.

Tornato al potere nel 2012, Putin vide l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, come la principale forza destabilizzatrice del mondo − e non a causa del sentimento anti-russo di Washington o di Bruxelles, ma per via dell’interferenza sconsiderata ed arrogante con cui l’Occidente minava ripetutamente le basi della governance nazionale.

 
Il codice Putin

Molti osservatori esterni considerano Putin uno stratega astuto, le cui azioni sono motivate da vedute di più ampio respiro: l’espansione, la restaurazione di un impero, il rafforzamento del cosiddetto “potere verticale”, il ritorno all’Unione Sovietica, l’introduzione di misure anti-liberali, e via dicendo. In realtà egli preferisce reagire anziché indicare la strada: tutte le sue iniziative più influenti sulla scena mondiale non sono state che una reazione. Spesso sproporzionata e tale da causare conseguenze impreviste, ma pur sempre una reazione a un evento esterno.

L’attuale crisi in Ucraina non fa eccezione. Sino al suo terzo mandato Putin aveva mantenuto un atteggiamento enfaticamente non-ideologico. Era pragmatico, e si adoperava per accrescere le opportunità in ogni possibile ambito e preservare al tempo stesso la libertà d’azione. Una volta tornato al potere, avendo percepito la vulnerabilità della Russia nell’ingovernabile caos globale ed essendo consapevole dell’assenza di un programma in grado di promuovere lo sviluppo nazionale, ha abbracciato invece un’ideologia conservatrice. La crescente instabilità esterna ha sempre preoccupato Putin, perché riecheggia e intensifica il disordine interno alla Russia. Gli eventi di quest’anno sembrano confermare i suoi timori: il golpe in Ucraina ha rappresentato la maggiore sfida di Putin e ha segnato la fine di un paradigma − con delle conseguenze che rimangono in parte impossibili da prevedere.

Quindici anni fa, quando Putin era al vertice della struttura del potere, il suo compito sulla scena internazionale era chiaro, e consisteva nel ripristinare il ruolo che era stato della Russia, aumentandone il prestigio nella gerarchia internazionale e riportandola ad essere un Paese protagonista sulla scena globale. Alla fine dell’anno scorso Mosca sembrava infatti aver accresciuto la propria influenza.

Il realismo di Putin, la sua abilità nel definire e conseguire degli obiettivi con freddo pragmatismo si erano dimostrati vincenti. A marzo l’annessione della Crimea ha rappresentato una mossa rischiosa, ma calcolata, determinata indubbiamente dall’esigenza di garantire la presenza della flotta russa nel Mar nero e impedire l’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Questa mossa drastica, compiuta per proteggere gli interessi strategici della Russia e rafforzare la posizione del Paese, non si allontana molto dallo spirito realistico che ha sempre animato le scelte politiche di Putin. Eppure, il discorso da lui tenuto il diciotto marzo in Crimea non appartiene al genere “realistico” ma semmai a quello nazionalista/romantico. Putin si è rivolto ai russi come a un popolo diviso, sottolineando i valori nazionali. E quando un leader infonde la politica di ideologia − soprattutto se si tratta di un’ideologia improntata al nazionalismo romantico − si crea degli obblighi che gli legano le mani. L’allontanamento di Putin dal suo consueto approccio realistico ha gettato la Russia in una seria crisi internazionale: la guerra civile nell’Ucraina orientale ha ridimensionato il ruolo di Mosca, riportandolo dal livello globale a quello locale, e oggi la Russia è impantanata in un conflitto interno in un Paese vicino, con obiettivi poco chiari e metodi discutibili.

Ciò che possiamo evincere da questa situazione è che la Russia sta attraversando una crisi di obiettivi. L’identità sovietica è completamente svanita, ma nulla di convincente è emerso al suo posto e nessun progetto di sviluppo nazionale su larga scala è stato proposto. Inoltre la lotta per l’Ucraina, iniziata come controversia geopolitica, si è trasformata in una situazione che deciderà la direzione futura della Russia. Dopo essere riuscito a centrare gli obiettivi che si era posto quindici anni fa, Putin oggi deve raggiungerne altri, che ancora non sono stati definiti.

Fedor Lukyanov dirige Russia in Global Affairs. Qui la versione originale dell'articolo

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