Il volto nuovo dell'Europa

Vignetta di Konstantin Maler

Vignetta di Konstantin Maler

Spesso l’Unione Europea viene criticata per essere troppo lontana dalla gente. Cosa bisogna aspettarsi dalla nomina del nuovo presidente?

I leader dei Paesi dell'Unione Europea hanno scelto il nuovo "capo" dell’Europa unita: si tratta dell'ex primo ministro del Lussemburgo Jean-Claude Juncker, che dovrebbe assumere la guida della Commissione europea, l'organo esecutivo dell'Unione. “Dovrebbe”, dal momento che i vari leader dei Paesi europei hanno solo proposto formalmente la sua candidatura, sarà poi il Parlamento europeo a confermarne la nomina. In questo caso, tuttavia, il voto del Parlamento non dovrebbe costituire un grosso problema: per la prima volta, la Commissione europea sarà guidata da una persona che non deve la sua nomina a una serie di intrighi, bensì alla scelta dalla maggioranza dei cittadini del vecchio continente. O perlomeno questo è quello che sembra.

La procedura per la scelta del Presidente della Commissione europea presuppone, di norma, un’intensa fase di negoziazione. Data la complessità dell'Unione e la sua estensione territoriale, il candidato deve soddisfare tutta una serie di criteri.

Il primo criterio è la geografia, ovvero dovrebbe sussistere una rotazione continua di cittadini dal Sud, Nord e centro del continente.

Il secondo criterio è di natura politica: il candidato dovrebbe idealmente rappresentare il partito di maggioranza in Parlamento.

E in terzo luogo, il candidato dovrebbe essere abbastanza conosciuto e rispettato tanto in Europa quanto nel mondo, senza però oscurare, in nessun modo, i leader dei principali Paesi, mantenendo buoni rapporti personali con tutti.

Naturalmente conta molto anche il livello di professionalità e le competenze personali, sebbene, a giudicare dalle crescenti critiche dei cittadini europei in merito alla qualità del governo centrale, quest'ultimo criterio non sembrerebbe rientrare sempre tra i più importanti. L'ultimo Presidente della Commissione europea che potrebbe rivendicare lo status di uomo politico di rilievo internazionale e di ideologo dell’integrazione è Jacques Delors, figura che ha lasciato il suo incarico 20 anni fa.

Quest'anno, la complessa, ma abituale procedura di elezione si è svolta con dei passaggi supplementari, dal momento che si è deciso di aggiungere la democrazia.

È da molto ormai che l’Unione Europea viene criticata per essere lontana dalla gente ed essersi trasformata in un mostro burocratico estraneo e incomprensibile ai cittadini dell'Europa unita. Ed è così che le regole sono cambiate. I principali partiti del vecchio continente - i populisti (conservatori), i socialisti e i liberali (in realtà, può vincere le elezioni paneuropee o un candidato di sinistra o un conservatore) - hanno annunciato con un certo anticipo i loro candidati alla carica di Presidente della Commissione. Questa persona è stata il volto del partito durante tutta la campagna. Il candidato ottiene automaticamente l’incarico di Presidente qualora il suo partito consegua la maggioranza dei seggi nel Parlamento europeo. L’idea è chiara: in questo modo si evitano possibili intrighi, come denunciavano in precedenza i cittadini. Tutto ciò è, in ogni caso, piuttosto arbitrario, giacché gli europei non considerano le elezioni del Parlamento europeo eccessivamente importanti per loro. Ma non importa. I conservatori hanno vinto con una maggioranza risicata e Jean-Claude Juncker, in qualità di candidato scelto dal partito, si prepara ad accettare l'incarico.

Ma qui è scoppiata una piccola disputa, innescata da David Cameron. La reazione del Primo Ministro britannico è del tutto comprensibile. Il candidato lussemburghese è un federalista convinto, sostenitore di un rafforzamento dei poteri di Bruxelles e della trasformazione dell'Ue in un’unione politica consolidata.

Per Londra si tratta di un duro colpo. Da un lato, gli inglesi non si sono mai fidati della burocrazia continentale. Dall’altro, Cameron ha messo in gioco non solo la sua reputazione, ma anche il futuro del suo Paese, dopo aver promesso di voler indire un referendum nel 2017 per l’uscita dall'Unione e, prima di ciò, di realizzare delle riforme per restituire una serie di poteri ai governi nazionali.

L'idea di Cameron è poter annunciare ai suoi cittadini: “Grazie a me, il Regno Unito ha recuperato il suo potere, di modo che adesso possiamo rimanere nell'Ue”. L'uscita del Regno Unito dall'Europa, infatti, comporterebbe conseguenze piuttosto gravi a livello economico.

Con Juncker, sarà molto difficile, se non impossibile, riformare l'Unione Europea e dirigerla verso una rinazionalizzazione. Per questo, per la prima volta nella storia, Londra ha richiesto una votazione, quando invece, in precedenza, il Presidente della Commissione veniva nominato per consenso.

Il risultato, tuttavia, non è stato quello che il Premier inglese si aspettava: Cameron ha ottenuto solo il sostegno del Primo Ministro ungherese Viktor Orban, mentre gli altri 26 leader hanno appoggiato il lussemburghese.

In questo modo, il precedente, che i britannici volevano evitare, si è verificato: il Presidente della Commissione europea è stato eletto contro la volontà di uno dei  Paesi-membri più importanti.

Tempi interessanti attendono ora la Gran Bretagna. Nel mese di settembre, la Scozia, che tra l’altro è la parte più filo-europea del Regno Unito, voterà in merito alla propria indipendenza. Qualora decida di lasciare il regno (il che è poco probabile), il numero di euroscettici nel plebiscito britannico aumenterebbe considerevolmente. Qualora, invece, la Scozia decida di rimanere e la Gran Bretagna voti contro l'Unione europea, gli scozzesi potrebbero indire un’altra votazione e questa volta avere successo.

La Russia non ha motivi di temere l'arrivo di Juncker. Si tratta di un politico e di un economista rispettabile, un intellettuale, non incline a scandali o a decisioni estreme. I rapporti tra i due Paesi, durante il suo mandato come Primo Ministro del Lussemburgo, si sono sempre evoluti in modo costruttivo e rispettoso. Inoltre, considerato l’esaurimento reciproco accusato tanto dalla leadership russa quanto dall'attuale Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, un cambiamento risulterà in ogni caso salutare.

Ciononostante, l'Unione europea versa in uno stato febbrile, che non può lasciare indifferente la Russia. E non si tratta solo di difficoltà puramente tecniche legate alla collaborazione con un’Unione dominata, a livello interno, da gravi squilibri. Peggio ancora, Bruxelles sta chiaramente cercando di compensare le discordie interne con un’intensa attività esterna, spesso con risultati inaspettati. Un esempio? La situazione in Ucraina. L'Ue ha contribuito in modo significativo a portare il Paese allo stato in cui versa. E siamo ancora molto lontani dal vedere la fine del tunnel.

L'autore è il presidente del Consiglio per la politica estera e di difesa.

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