Perché la Cina ha bisogno della Russia?

Disegni di Natalia Mikhaylenko

Disegni di Natalia Mikhaylenko

Sullo sfondo della crisi nei rapporti tra la Federazione e gli Stati Uniti, e dopo la firma del maxi accordo sul gas, i motivi che spingono Pechino ad avvicinarsi a Mosca

In un articolo scritto più di due anni fa alla vigilia delle elezioni, Vladimir Putin affermava che la Russia voleva raccogliere il vento cinese nelle vele del suo sviluppo. Come ogni velista ben sa, quando il vento soffia in forti raffiche, e il mondo attualmente è scosso da una tempesta, governare un'imbarcazione a vela è estremamente complicato. Se vi si riesce, però, si può arrivare alla meta in molto meno tempo.

La visita di Vladimir Putin a Pechino non ha deluso le aspettative. Sullo sfondo della crisi nei rapporti tra Russia e Stati Uniti, il viaggio è stato interpretato come una ricerca da parte di Mosca del supporto di nuovi partner. La Russia sta intraprendendo la svolta da tempo annunciata in direzione dell'Asia: il conflitto ucraino ha fatto da catalizzatore in questo processo. Ma l'opinione secondo cui l'avvicinamento servirebbe solo a Mosca, e Pechino consentirebbe alla Russia di avvicinarsi per poterne sfruttare le risorse, è una semplificazione estrema. La Cina è interessata non meno della Russia a consolidare le fondamenta della propria politica.  

 
I Brics e le sanzioni

La Repubblica Popolare Cinese è preoccupata da quanto sta accadendo nel mondo. Un forte campanello d'allarme è stato rappresentato dalla "primavera araba". A Pechino essa è stata vista come un esempio assai pericoloso di come grandi forze esterne possano sfruttare l'incapacità degli stati di assicurare uno sviluppo stabile al proprio interno. Tanto più che Washington, nello stesso periodo, aveva annunciato un nuovo corso politico nei confronti dell'Asia. Nonostante le riverenze formali nei confronti di Pechino, è naturale che questa politica sia rivolta a frenare proprio la Cina.

I numerosi conflitti e le dispute territoriali tra la Cina e i suoi vicini sono rimasti a lungo "dormienti", ma adesso sono tornati ad acuirsi, e per giunta hanno chiaramente trasceso la dimensione locale. Proprio nei giorni della visita ufficiale di Putin a Shanghai si è improvvisamente arroventata la situazione dei rapporti con il Vietnam, fino a rendere necessario lo sfollamento dei cittadini cinesi. I rapporti sono tesi anche con il Giappone e con le Filippine. Durante il suo recente viaggio nella regione Asia-Pacifico, Barack Obama forse per la prima volta ha lasciato intendere apertamente che nelle dispute territoriali gli Stati Uniti sono pronti a sostenere con ogni mezzo i propri alleati.  

A ciò vanno aggiunte le accese discussioni in atto oggi in Cina sui modelli di sviluppo. L'economia del paese sta rallentando, e gli esperti segnalano tendenze negative, mentre solo una crescita rapida e costante è in grado di assicurare la stabilità del sistema politico e del potere del Partito comunista cinese. Il terzo Plenum del Comitato centrale del Partito comunista cinese, che si è tenuto alla fine dell'anno scorso, ha constatato l'esistenza di numerosi problemi interni. Essi sono legati in parte al surriscaldamento dell'economia dopo oltre tre decenni di crescita continua, e in parte al fatto che non sono mai state superate le diseguaglianze socio-economiche nel paese e l'arretratezza di una non piccola parte della società.    

Xi Jinping fin dalla sua ascesa al potere nel 2012, dunque ben prima dell'inizio dell'attuale crisi, aveva sottolineato la propria intenzione di portare a un nuovo livello i rapporti con la Russia. La situazione dell'Ucraina è guardata da Pechino con molta prudenza. La Cina, che al suo interno ha parecchi problemi di spinte separatiste (il distretto autonomo di XinJiiang-Ujgursk, il Tibet, Taiwan), ha un atteggiamento di diffidenza verso qualsiasi modifica dei confini. Pertanto, Mosca non può contare su un sostegno diretto. Al tempo stesso, la Cina sottolinea di comprendere le ragioni di quanto è avvenuto, e che le azioni della Russia sono una risposta alla pluriennale politica condotta dagli Stati Uniti nello spazio post-sovietico. I cinesi non vogliono che la Russia esca sconfitta dal confronto con Washington, perché ciò rafforzerebbe l'America. E gli Stati Uniti sono visti da Pechino come un inevitabile concorrente strategico in una prospettiva a medio termine.

 
Sanzioni, il precedente della Cina

Quali sono, in concreto, i motivi che spingono la Cina ad avvicinarsi alla Russia?

In primo luogo, si tratta di una questione di equilibrio strategico mondiale. La Cina concepisce il proprio ruolo mondiale e le possibilità degli altri partner in un triangolo di superpotenze: Cina, Stati Uniti e Russia. L'importanza di ciascun vertice del triangolo dipende dai rapporti che esso mantiene con gli altri due. Il vertice che perde contatto con uno degli altri due, nell'ottica cinese, si indebolisce e vede aumentare la propria dipendenza dal terzo vertice.

In secondo luogo c'è la questione della sicurezza in quell'area geopolitica. Le pressioni esercitate dagli Stati Uniti nei confronti di Pechino continueranno ad aumentare, nella misura in cui i vicini della Repubblica Cinese si sentiranno sempre meno sicuri di fronte alla sua ascesa. La Russia è l'unica potenza confinante (oltre agli stati dell'Asia Centrale) con la quale la Cina non ha dispute territoriali in corso.  L'obiettivo massimo a cui tende la Cina è quello di ottenere l'appoggio della Russia in questi conflitti. È poco probabile che ciò accada: Mosca cercherà di restare neutrale, ma se non altro non si schiererà con la parte avversa.  

In terzo luogo c'è la sicurezza delle forniture di energia. La Cina per tradizione ha sempre fatto affidamento sui mercati globali, ma, dato l'aumento generale della tensione nel mondo e nella regione, ora Pechino si trova a dover fare i conti con la componente politico-militare. La Russia è l'unica fonte di materie prime energetiche le cui forniture, nel caso di un brusco aggravarsi della situazione, non possono essere bloccate dalla Marina militare americana. Oggi questo scenario sembra poco probabile, ma la storia recente ci ha dimostrato più volte che tutto è possibile. 

In quarto luogo, c'è il problema del governo globale. La crisi ucraina ha avuto una conseguenza imprevista: con l'intento di esercitare una pressione sulla Russia, gli Stati Uniti hanno usato le leve politiche per interferire con il funzionamento dei mercati globali. Parlo dell'esclusione delle banche russe dai sistemi di pagamento internazionali, della manipolazione delle agenzie di rating, e dell'influenza esercitata sugli istituti finanziari internazionali. La Cina non ha mancato di notare tutto ciò: misure di questo genere possono essere adottate nei confronti di qualsiasi paese che venga a trovarsi in forte contrasto con l'America. Pertanto anche la Cina, come la Russia, avrà interesse a indebolire il monopolio americano negli affari economici globali. 

In quinto luogo vi sono i nuovi stimoli per lo sviluppo. La Cina, come ogni altro paese, è orientata all'export, dipende dalla congiuntura internazionale e si pone come obiettivo la costante ricerca di nuovi mercati. La Russia fino a tempi recenti era rimasta tiepida nei confronti dei massicci investimenti cinesi; temeva un aggravarsi dello sbilanciamento economico. Il riavvicinamento politico favorisce l'intensificarsi dei contatti in quest'ambito, come ha dimostrato anche la visita di Vladimir Putin.  

La cooperazione russo-cinese non si preannuncia facile come una passeggiata. Questi due enormi paesi confinanti tra loro, entrambi con una lunga tradizione imperiale, sono condannati agli attriti e alla non coincidenza dei rispettivi interessi. Ma è un fatto naturale. Ciò che conta non è l'assenza di conflitti, ma la capacità di gestirli. La Russia dovrà imparare a compensare la sua relativa debolezza economica, in confronto alla Cina, con la maestria e l'esperienza politiche che le sono proprie. In questo, Mosca per il momento è più avanti rispetto a Pechino.   

Fëdor Lukianov è redattore capo della rivista "Rossija v globalnoj politike" ("La Russia nella politica globale")

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