L'integrazione delle minoranze

Vignetta di Alexei Iorsh

Vignetta di Alexei Iorsh

Nella storia della Federazione il 2014 sarà ricordato come l'anno della Crimea. Ma quali problemi vanno affrontati e risolti?

Gli storici del futuro, parlando delle dinamiche politiche nello spazio post-sovietico, battezzeranno molto probabilmente l’anno in corso come l'anno della Crimea. Per la prima volta dopo il crollo dell'Unione Sovietica, si è venuto a creare un precedente importante in cui due entità statali hanno ottenuto la giurisdizione di soggetti autonomi. A differenza dell’Abcasia, dell’Ossezia del Sud, di Nagorno-Karabakh e della Transnistria, la Repubblica Autonoma di Crimea assieme a Sebastopoli, dopo essersi separati dall’Ucraina, non sono diventati due entità non riconosciute, bensì due soggetti autonomi, all’interno della Federazione russa. Esperti e politici vedono in ciò un rafforzamento della posizione della Russia nella regione del Mar Nero e in tutta l'Eurasia. Tuttavia, la storia di Crimea non finisce qui. Con la risoluzione di una serie di problemi e sfide ne sorgeranno presto degli altri. E la questione più importante da risolvere ora è l'integrazione della popolazione multietnica della penisola all’interno della Russia.

 
La distanza di Mosca

È abbastanza ovvio che l'inclusione dei nuovi cittadini della penisola all’interno della Federazione russa è impossibile senza passi simbolici da parte delle autorità. Uno di questi passi è stato compiuto proprio il 21 Aprile di quest’anno. Il Presidente Vladimir Putin ha firmato un decreto per la riabilitazione dei tatari di Crimea e di altre minoranze della penisola (armeni, tedeschi, greci) dopo le deportazioni staliniane al termine della Seconda Guerra Mondiale. Bisogna prestare particolare attenzione al contesto temporale in cui questa decisione è stata presa. Da un lato, il 9 maggio 2014 si celebrerà il 70esimo anniversario della liberazione di Sebastopoli durante la Grande Guerra Patriottica. Si tratta di un evento a cui, attualmente, i mezzi di informazione stanno prestando particolare attenzione, di modo che il nuovo decreto diventerà un simbolo speciale del Giorno della Vittoria 2014. D'altra parte, il 18 maggio, in Crimea ricorre un'altra data importante: la Giornata della Memoria, che ricorda le vittime delle varie deportazioni avvenute il secolo scorso. E quest'anno non sarà solo un anniversario bensì una data memorabile in Crimea.

I primi a essere deportati, nell'agosto del 1941, furono i tedeschi (circa 60mila persone). Successivamente, tra la fine del gennaio e l’inizio del febbraio 1942, fu la volta degli italiani, che vivevano principalmente nel distretto di Kerch. La deportazione dei tartari di Crimea (circa 183mila persone, senza contare i soldati di questo Paese che servirono nell'Armata Rossa) venne realizzata il 18 maggio 1944, seguita, il 27 giugno dello stesso anno, da quella dei bulgari, greci e armeni di Crimea (per un totale 37mila persone). La ragione ufficiale di queste misure fu la collaborazione dei rappresentanti della popolazione crimeana con gli occupanti nazisti. La collaborazione ebbe naturalmente luogo e non si trattò di casi isolati. Le deportazioni, inoltre, interessarono anche cittadini innocenti, quelli che avevano lasciato la Crimea prima dell'occupazione, nonché i veterani della Grande Guerra Patriottica, a seguito della loro smobilitazione. Ma la cosa più importante è stata poi l’estensione del principio di "colpa collettiva" su tutta la popolazione, il fatto che sia stata fatta giustizia e che la profanazione sia stata giustamente condannata.

 
Kosovo e Crimea. Le differenze

Ad aprile, il governo russo ha posto un altro punto fermo sull'eredità della politica nazionale stalinista. E l’ha fatto alla vigilia di due date importanti. Mosca stessa vuole rendere chiaro che per lei è importante tanto la memoria della vittoria nella Grande Guerra Patriottica quanto la memoria di coloro che sono rimasti vittime di eccessi politici e decisioni illegittime. Oggigiorno, i tentativi di ritrarre le autorità russe come eredi di Stalin sono strumenti molto di moda tra gli esperti e i politici occidentali. Ma il Cremlino, al contrario, sta cercando di dissociarsi da questa eredità e di trovare nuove opportunità di dialogo con i suoi nuovi cittadini, per i quali la memoria della deportazione è stata per molti anni il principale elemento unificante. Non meno importante nel contesto del decreto di Putin è la menzione alla popolazione armena, un popolo che vanta la comunità più numerosa tra tutte le diaspore del mondo. Va ricordato che l'Armenia è uno degli alleati più consistenti della Russia in Eurasia. Tre altre popolazioni menzionate - i greci, i bulgari e i tedeschi - hanno alle spalle tre Paesi che sono partner importanti nella Russia europea.

Tuttavia, seppur riconoscendo l'importanza e l'attualità del decreto di Putin, va tenuto presente che l'integrazione della Crimea non si può limitare solo a gesti simbolici. È necessaria una politica sistematica mirata all’armonizzazione dei rapporti tra i diversi gruppi etnici e religiosi. Ovviamente, la restaurazione della giustizia non può trasformarsi in un’inversione della democrazia, dove la correzione di crimini del passato dà adito a nuove misure discriminatorie. Difficilmente le pretese di predominio etnico o il riconoscimento di diritti esclusivi in materia di accesso alle terre potranno diventare motivi di compensazione per le deportazioni di Stalin. Non meno importante poi è la questione dell'interpretazione se la riabilitazione si sia stata realmente completata oppure no. Qui, molti attivisti sociali possono avere le proprie idee su in che momento questo processo possa considerarsi concluso.

Per concludere, un importante passo simbolico è stato fatto. La Russia ha ribadito l'inaccettabilità della politica nazionale stalinista. Tuttavia, il processo di integrazione dei nuovi russi e dell’intera penisola di Crimea è appena iniziato. E il suo successo dipende non solo dalle intenzioni degli alti funzionari, ma anche dalla volontà dei rappresentanti delle varie strutture sociali e informali ad agire secondo regole comuni, con l’obiettivo di raggiungere compromessi piuttosto che muoversi in direzione della propria esclusività etnica.

Sergei Markedonov è docente presso il dipartimento di studi regionali e di politica estera dell'Università statale russa di studi umanistici.

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