Ripartire dalla Crimea

Vignetta di Alexei Iorsh

Vignetta di Alexei Iorsh

La storia ha lasciato in eredità relazioni complesse tra gli Stati. Che ora si riflettono sui delicati equilibri di politica internazionale

Il dibattito relativo alla crisi dei rapporti tra Russia e Оccidente ruota attorno all’annessione della Crimea, alla reazione che questa ha scatenato, al destino dell’Ucraina e alle sanzioni. Oserei dire che, sebbene queste questioni siano importanti, sono da ritenersi di secondo piano.

Il punto cruciale è il deciso intento di Mosca di cambiare le regole del gioco, imposte dall’Occidente nell’ultimo quarto di secolo. Avendo fallito e non volendosi arrendere, la Russia rinuncia al tentativo di diventare parte dell’Occidente.

In virtù della sua geografia, della sua storia e della sua cultura, la Russia come al solito si trova su un punto di ordinaria frattura e lancia sfide alle circostanze sorte dopo la guerra fredda, di fatto già in funzione antioccidentale ma non nella propria sostanza. La frattura è iniziata già nel 1990 con l’ascesa dell’Asia, ma allora questo fenomeno è rimasto nell’ombra per via della rivoluzione anticomunista che ha dato all’Occidente un forte sostegno economico e morale.

Passerò dalle considerazioni teoriche alla lettura dei fatti concreti che hanno portato all’attuale crisi.

La principale di queste è il fallimento dell’Occidente de facto e de iure nel portare a termine la guerra fredda, conclusasi in teoria un quarto di secolo fa. L’Occidente ha sistematicamente allargato la propria area di influenza e controllo, dal punto di vista militare, economico e politico. Non ha mai preso in considerazione gli interessi e le obiezioni della Russia, comportandosi con lei come con una potenza sconfitta.

La lezione del XIX secolo

I russi da parte loro non si sono mai sentiti sconfitti. Alla Russia è stata imposta la politica con i “guanti di velluto” di Versailles, senza un completo svezzamento dei territori o imposizione di indennità formali ma con un’indicazione chiara affinché la Russia mantenesse il proprio posto nel sistema internazionale: un posto di secondo piano.

Questa politica ha inevitabilmente generato una sorta di "sindrome di Weimar" ad una grande nazione i cui interessi e la dignità sono stati calpestati. Particolare irritazione nella classe politica russa è nata in seguito al sistematico inganno e all'atteggiamento ipocrita, quando non sono state mantenute le promesse, e per il fatto stesso che una politica globale in materia di controllo e di influenza sia stata dichiarata superata e non pertinente alla situazione contemporanea.

Nel frattempo l’Occidente ha costantemente ampliato la propria sfera di influenza “inesistente”. Mosca ha proposto l’adesione alle strutture occidentali, la loro riformattazione in chiave paneuropea. Boris Eltsin ha parlato dell’opportunità dell’ingresso nella NATO. Questa questione è stata posta anche da Vladimir Putin. Immancabilmente negative sono state le risposte alle numerose proposte (da Eltsin fino a Medvedev) di siglare un nuovo accordo sulla sicurezza europea o la costituzione di un unico spazio civile, economico, energetico da Vancouver a Vladivostok, una Unione Europea, o Grande Europa. Se questi accordi fossero stati messi in pratica tra le altre cose si sarebbe raggiunto un nuovo status quo e avrebbe posto la fine della lotta per le sfere di influenza. La simulazione dell’allargamento dell’Unione Europea in Ucraina è servita agli europei per dimostrare a sé stessi e al mondo che il loro progetto è il più attraente e sostenibile. Sono stati anche meno validi i motivi dell’intervento ucraino in UE. Alcuni europei e le forze dietro loro volevano accerchiare Mosca, vendicarsi per la sconfitta del passato, legarle le mani provocando la crisi.

 
Il peso dell’Occidente
nella partita ucraina

C’è stato il desiderio di abbassare il capitale estero della Russia, impennatosi negli ultimi anni grazie a una combinazione di abilità diplomatica e volontà politica e che ha permesso al paese di giocare nell’arena internazionale un ruolo che supera di gran lunga le sue possibilità economiche.

Il rifiuto da parte di Mosca di molti dei nuovi valori occidentali e perfino l’arroganza del governo del paese ha irritato i recenti vincitori. Le si voleva “abbassare la cresta”. Alla fine c’è stato il desiderio di far fallire il progetto eurasiatico russo che consisteva nel fatto che, attraverso unioni doganali e poi economiche eurasiatiche, si desse un nuovo volto prevalentemente economico a gran parte della vecchia area dell’impero russo e dell’URSS e si rafforzassero in questo modo il potere concorrenziale loro e dei propri partner nel mondo diviso in blocchi economici.

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Sia i funzionari russi che gli esperti hanno affermato che il tentativo di far entrare l’Ucraina nella zona di influenza europea attraverso un Accordo di associazione avrebbe condannato la gente del paese a catastrofi e sacrifici. Ma non hanno ascoltato i russi, hanno deciso di continuare con l’inerzia degli ultimi dieci anni facendo degli ucraini carne da macello della battaglia geopolitica.

Ripeto: la vera ragione della crisi è stata la mancata conclusione della guerra fredda, il mantenimento nel centro Europa di territori “contesi”. In primo luogo l’Ucraina ma anche la Moldavia, i paesi della Transcaucasia.

In Russia l’Ucraina è ritenuta parte integrante dell’area storica russa. La culla dello stato e della civiltà. Una parte significativa della popolazione ucraina storicamente è orientata verso la Russia. Per più di venti anni dopo il crollo dell’URSS l’Ucraina non ha sviluppato un’élite statale. Il furto e la corruzione, la povertà, la disperazione non hanno fatto altro che far esasperare gli ucraini. E quando l’Europa ha fatto solo un cenno, anche se concretamente non ha offerto nulla, loro sono stati pronti a credere che ciò fosse possibile. Inoltre il modello russo e il livello del suo sviluppo sono stati molto meno attraenti.

Viktor Yanukovich ha iniziato a ricattare l’Europa e la Russia, stampando volantini durante le manifestazioni, una volta “filorussi” e una volta “filoeuropei”. Questa volta ha offerto di più la Russia, “buttando via” l’Unione Europea. I cittadini scontenti e umiliati sono usciti in piazza. A loro si sono uniti combattenti addestrati. Il resto è noto. L’Ucraina è caduta in una profonda situazione di instabilità e collasso economico.

La ragione principale della crisi dell’Ucraina, l’accanimento propagandistico è finito in un vicolo cieco nel quale si sono trovati tutti i suoi partecipanti. Gli europeisti evidentemente non sono in grado in ambito ideologico e istituzionale di uscire dalla crisi profonda del complesso progetto europeo. La crisi si è manifestata in un altro modo, ma in maniera evidente anche in USA. La Russia già da sei anni dalla fine del periodo di ricostruzione non riesce a formulare per sé nessuna strategia di sviluppo, né di obiettivi nazionali. È diventato chiaro che con l’attuale burocrazia, corruzione, l’assenza di un’élite unita, l’assenza di patriottismo, lo scarso capitale umano (in quantità e qualità) del modello attuale non possano fornire, non solo lo sviluppo del paese, ma anche la tanto attesa sovranità.

Sembra che la spinta alla crisi proveniente dall’esterno esplicitamente o inconsciamente l’abbiano voluta tutti. Nel corso del 2012-2013, la propaganda occidentale è diventata negativa e addirittura totale. Il picco si è raggiunto durante le Olimpiadi. A me come ad altri osservatori più ufficiali ha fatto un’inequivocabile impressione. L’Occidente si prepara a un nuovo tour della politica di contenimento e di rigetto in base al modello della guerra fredda. E la Russia in questa situazione non ha effettivamente nulla da perdere.

La Russia si è preparata. I risultati intermedi sono stati favorevoli. Magistralmente è stata annessa la Crimea. L’ha presa e ne mantiene il controllo. Un potere non riconosciuto aveva portato a un colpo di stato. Ha superato le possibilità che non fossero riconosciute le future elezioni se queste (quasi inevitabilmente) si fossero svolte in condizione di illegalità. Non ha sostenuto teoricamente, ma solo in caso si trattasse di decisioni prese dal parlamento, la possibilità che fossero inviate in Ucraina forze armate in caso di violenza sanguinaria e di massa.

Sembra che Mosca, questa volta, abbia deciso di non ritirarsi, finché non raggiungerà i propri obiettivi. Tra gli obiettivi della Russia non c’è soltanto un crescente ricongiungimento con la Crimea o con altre terre, ma anche il temporaneo rafforzamento della legittimità della sua autorità. Lo scopo principale è terminare la non ancora conclusasi guerra fredda che di fatto l’Occidente ha continuato a condurre. E in una variante ottimale – perfino la sigla di un accordo mondiale a condizioni ottimali. Il programma-minimo consiste nella formazione di condizioni, che rendano impossibile o eccessivamente costosa una futura distribuzione delle zone di influenza e il controllo dell’Occidente nelle regioni che Mosca reputa di vitale importanza per la propria sicurezza.

Il baratro finanziario dell'Ucraina

Tra gli obiettivi di Mosca rientra anche il mantenimento, per quanto possibile, di una Ucraina federale unita. Solo tale organizzazione ha permesso che si mantenesse anche l’integrità formale dello stato con le sue lingue, culture, differenze economiche e la memoria storica. Io non sono sicuro delle potenzialità di vita dello stato ucraino anche negli attuali confini, un poco ristretti dopo la perdita della Crimea. Ma il crollo particolarmente violento porta esorbitanti rischi e costi per tutti gli ucraini, russi, e altri europei. Dopotutto nel territorio dell’Ucraina ci sono 15 unità energetiche, molte industrie pericolose, vulnerabili ed estremamente logorati sistemi di sostentamento.

Parte dell’élite russa ha probabilmente un programma-massimo cioè l’unificazione, in una forma o nell’altra, con gran parte dell’Ucraina. Penso che questa non sia una strada realistica e percorribile. In ogni caso adesso la Russia non diventerà ricca con uno stato effettivo e una società migliore, unirsi alla quale vuole la maggior parte degli abitanti dell’Ucraina. Per ora ritengo basti la Crimea, la fine della guerra fredda in Europa e l’inizio finalmente di un nuovo round di riforme. Solo un tale scenario permetterà effettivamente di sfruttare la nuova, ritrovata - grazie all’annessione della Crimea - legittimità della sovranità russa.

Questo scenario di fatto favorisce le posizioni prevalenti nella Russia in oriente e sud-est dell’Ucraina, la semi-autonomia dei territori occidentali. Ma questo sarà possibile solo quando e se Mosca e Berlino, Russia e Unione europea capiranno l’assurdità e la controproducente lotta con zero risultati. E inizieranno a non lottare per l’inclusione di Kiev unilateralmente in una delle due zone di influenza. Invece al contrario, insieme salveranno l’Ucraina, trasformandola come altri territori simili da frutto della discordia a strumento di ravvicinamento.

Adesso, nello sfondo delle reciproche minacce e farneticazioni, i miei sogni sull’Unione Europea, la fine della guerra fredda e l’unità della debole e tecnologica forza dell’Europa e le risorse, la dura forza e volontà della Russia pare abbiano preso nuova luce. Sebbene oggettivamente e razionalmente tale integrazione è utile alla Russia questa impedirebbe la futura separazione dalla materna civilizzazione europea. Questa è anche vantaggiosa per la stessa Unione Europea incapace, senza un nuovo progetto di sviluppo, di uscire dalla sua crisi interna, che la condanna a un posto mediocre a livello internazionale.

Forse si fermerà la scossa ucraina che da tempo ancora non è finita e che quasi inevitabilmente porta in sé nuovi drammatici colpi di scena? È chiaro che nel prevedibile futuro la Russia non ha speranze di essere inclusa in Occidente. Ma ancora non ha scelto di stare dalla parte anti-occidentale e tanto meno anti-europeista.
E questo è quello che è più importante.

Non sarà un dramma internazionale, bensì un dramma russo se la crisi nelle relazioni con l’occidente - creata da Mosca per lo più consapevolmente - non sfocerà in una serie di riforme, in un rapido sviluppo, che dia prospettive al paese e alle persone. 

Il paese non ha ancora sfruttato la crisi degli anni 2008-2009 per le riforme. Sarà molto triste se ci lasciassimo scappare anche l’odierno innalzamento del sentimento patriottico, della legittimità e popolarità del potere del paese.

L’autore è preside della facoltà di economia mondiale e politica alla National Research University, Higher School of Economics, presidente onorario del Presidio del CFDP

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