Sanzioni, il precedente della Cina

Vignetta di Alexei Iorsh

Vignetta di Alexei Iorsh

La questione ucraina e i provvedimenti dell’Occidente. Ecco perché, secondo un esperto, i tentativi di isolare una potenza mondiale come la Russia non hanno prospettive

Nel mondo contemporaneo, completamente pervaso dal tessuto connettivo della globalizzazione, l'idea stessa dell'isolamento internazionale di un grande Paese, e ancor più di una grande potenza, a qualsiasi persona di buon senso deve apparire a priori come una palese sciocchezza. Qualora pensieri del genere dovessero comunque affacciarsi alla mente di qualcuno, la cosa migliore da farsi è rivolgersi alla storia e ricordare come già una volta, più di vent'anni fa, un tentativo simile subì un completo e rovinoso fallimento.

Si tratta del tentativo messo in atto dagli Stati Uniti e dai loro alleati, in seguito agli avvenimenti di piazza Tienanmen del 3 e 4 luglio del 1989, di introdurre delle sanzioni internazionali ai danni della Cina.

Le sanzioni dell'Occidente

Vogliamo ricordare che l'iniziativa di esercitare una pressione internazionale nei confronti di Pechino sotto forma di isolamento globale venne in quell'occasione da Washington, che iniziò prendendo tutta una serie di provvedimenti per interrompere la sua cooperazione bilaterale con la Repubblica Popolare Cinese. Queste misure comprendevano la sospensione di tutti i contatti ad alto livello con la Cina, l'interruzione degli scambi in ambito militare, e una moratoria su tutte le forniture di armamenti e mezzi militari alla Cina.

L'Ucraina dopo piazza Maidan

Per costituire nell'arena internazionale un "fronte comune anticinese", gli stati Uniti indissero una riunione dei capi di governo del G7 che si tenne a Parigi dal 14 al 16 luglio del 1989. I partecipanti all'incontro approvarono una dichiarazione politica che condannava le violazioni dei diritti umani commesse in Cina. Nei confronti della Cina da parte dei Paesi del G7 furono annunciate sanzioni che prevedevano l'interruzione dei contatti politici ad alto livello e il rifiuto di concedere nuovi crediti alla Cina attraverso la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Asiatica di Sviluppo (Adb). Alle aziende occidentali fu data disposizione di non intrattenere scambi commerciali con le aziende cinesi e di congelare tutti i progetti di investimento nella Repubblica Popolare Cinese. Agli specialisti cinesi fu interdetto l'accesso alle tecnologie d'avanguardia nei Paesi industrialmente avanzati.

La reazione della Cina

Analizzata la situazione che si era venuta a creare, il governo cinese approvò un insieme di contromisure politiche, economiche e diplomatiche atte a scongiurare lo sviluppo degli eventi in una direzione indesiderata per la Cina. Si ritenne importante mostrare a tutto il mondo che la politica interna e quella estera della Cina rimanevano immutate, che la Cina di fronte alle difficoltà non passava la mano ma portava avanti la sua politica di riforme e di apertura.  

In primo luogo, la vecchia concezione dei rapporti con i poli di forza mondiali venne rivista a favore di una dottrina multivettoriale più bilanciata. Al primo posto, per la prima volta nell'arco di trent'anni, furono messe le relazioni tra la Cina e l'Unione Sovietica.

La roulette ucraina

In secondo luogo, nella politica regionale della Cina fu deciso di dare attenzione prioritaria allo sviluppo dei rapporti di buon vicinato con gli stati confinanti, e in particolar modo con i Paesi della regione Asiatico-Pacifica.

In terzo luogo, la partecipazione della Cina alla diplomazia multilaterale in breve tempo si intensificò notevolmente. Ciò si tradusse soprattutto nella direttiva impartita alla delegazione cinese all’Onu di fare maggiormente blocco con i Paesi schierati su posizioni simili a quelle della Cina, per la difesa degli interessi comuni. 

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La sconfitta dell'Occidente

Già alla fine del 1989 il meccanismo delle sanzioni anticinesi cominciò a perdere colpi. L'Occidente cominciò ben presto a rendersi conto del fatto che la politica di antagonismo nei confronti della Cina finiva per danneggiare in primo luogo i suoi stessi interessi.

La prima delle grandi potenze industriali a staccarsi dal "fronte comune" fu il Giappone. Nell'agosto del 1991 il premier giapponese Toshiki Kaifu fu il primo leader politico dei Paesi del G7 a recarsi in visita ufficiale nella Repubblica Popolare Cinese.

L'esempio del Giappone fu poi seguito dall'Europa. Nell'ottobre 1990, con una risoluzione della conferenza dei ministri degli Esteri dei Paesi membri dell'Unione Europea che si tenne in Lussemburgo, la maggior parte delle sanzioni introdotte nei confronti della Cina furono revocate.

Il processo per ristabilire dei normali rapporti tra Cina e Stati Uniti fu più laborioso. Ma anche la Casa Bianca alla fine fu costretta a "fare marcia indietro". La visita del ministro degli Esteri cinese Ziang Zi Cheng negli stati Uniti nel novembre del 1990 segnò di fatto la ripresa dei contatti a livello governativo tra i due stati. Nel 1993 gli USA abbandonarono definitivamente la linea dell'isolamento della Cina e si indirizzarono verso una normalizzazione dei rapporti bilaterali.  

I risultati del blocco

Non c'è bisogno di dimostrare che l'ingresso della Cina nel novero dei principali centri di forza politico-economici è indissolubilmente legato al superamento dell'ostracismo inflittole dai Paesi occidentali tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta del secolo scorso.

Pechino imparò a difendere strenuamente i propri interessi e si mostrò capace di adottare misure dure e persino di andare allo scontro diretto, al limite del "fallo", laddove riteneva che i propri diritti e la propria dignità nazionale fossero messi in discussione.  

I tentativi di esercitare brusche pressioni esterne sulla Cina e l'ingerenza nei suoi affari interni portarono a un aumento della diffidenza verso l'Occidente e al rafforzamento dei sentimenti antioccidentali nella società cinese.

Traendo le dovute conclusioni da quanto era accaduto, Pechino cominciò a dare primaria importanza alle questioni della sicurezza nazionale e al rafforzamento delle sue capacità difensive militari. Le sanzioni costrinsero la Cina a intraprendere una massiccia attività di costruzione militare, e l'embargo degli armamenti imposto alla Repubblica Popolare Cinese diede forte impulso allo sviluppo dell'industria militare nazionale.   

Le contromisure di politica estera adottate dalla Cina condussero a un radicale riassetto degli equilibri di forze, sia globali che regionali. Il partenariato strategico tra la Russia e la Cina, formatosi in quegli anni, rappresenta ancora oggi un fattore strutturale determinante nel sistema della politica mondiale. La posizione della Cina si rafforzò nel Sud-Est asiatico, in Africa, nel Medio Oriente, nell'Europa dell'Est e nell'Asia Centrale.  

Fu proprio nel periodo della sua lotta per la sopravvivenza nei mercati mondiali, all'inizio degli anni Novanta, che la Cina diversificò sostanzialmente le proprie relazioni economico-commerciali. Tra i suoi partner commerciali assunsero un ruolo preminente quei Paesi che non supportavano la campagna di isolamento internazionale nei confronti della Cina: Russia, Corea del Sud, Singapore e altri Paesi membri dell'Associazione delle Nazioni del Sud-est Asiatico (ASEAN), oltre ai Paesi dell'area post-sovietica. Proprio in quel periodo, i circoli imprenditoriali di Hong Kong e di Taiwan videro ampliarsi le possibilità di intensificare la loro presenza commerciale e gli investimenti nel mercato cinese.  

La lezione che si sarebbe dovuta trarre dal tentativo di isolamento internazionale della Cina dopo gli avvenimenti di piazza Tienanmen è evidente. Nel mondo contemporaneo non si può parlare il linguaggio delle sanzioni. I tentativi di usare misure deterrenti e di isolamento non portano a nulla e sono privi di senso. In una situazione di crescente interdipendenza e indeterminatezza nei rapporti internazionali, ogni mossa che non sia ponderata può portare conseguenze impreviste e può rivolgersi come un boomerang contro i suoi stessi iniziatori. Bisogna rinunciare una volta per tutte alla politica della forza; sulle questioni che suscitano controversie bisogna condurre un dialogo paritario, basato sul rispetto reciproco, al fine di risolverle con mezzi esclusivamente politico-diplomatici, rigorosamente in ottemperanza alle norme del diritto internazionale.

Kirill Barskij è dottore di ricerca in storia, ambasciatore con incarichi particolari del Ministero degli Esteri della Russia

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