Il vicolo cieco

Vignetta di Alexei Iorsh

Vignetta di Alexei Iorsh

La situazione in Ucraina sembra essere ormai incontrollabile. Almeno fin quando la comunità internazionale non deciderà modalità e tempi per intervenire

La questione Ucraina diventa sempre più problematica. La tensione accumulatasi dall’autunno si è conclusa con il “4 Ottobre” di Kiev. Poco più di vent’anni fa sulle strade di Mosca il potere e l’opposizione si scontravano avvalendosi della violenza di massa. Fino a poco tempo fa sembrava che in Ucraina un simile scenario non fosse possibile: diversa la cultura politica, gli usi, la capacità di negoziazione. Ma c’è decisamente di peggio. In Russia l’ottobre del 1993 è stato la tragica conclusione della lotta per il potere, ma ha messo un punto alla disputa sul futuro vettore di sviluppo del paese. In Ucraina non è stato messo alcun punto, al contrario, rimane aperta non soltanto la questione sullo sviluppo futuro del paese, ma anche sul futuro stesso dell’assetto statale.

Russia-Ue, l'Ucraina come opportunità

Da quando è iniziato "l’Euromaidan" in  molti hanno fatto il paragone tra i funesti avvenimenti attuali e la Rivoluzione Arancione. Ma il senso degli avvenimenti odierni è decisamente altro. Dieci anni fa, nonostante il carattere caotico e la drammaticità delle elezioni presidenziali e degli eventi che ne seguirono, in gioco vi era il rinnovamento della politica, dell’assetto economico e statale: in altre parole il futuro. Oggi la categoria “futuro” semplicemente non rientra nel corso degli eventi. Le parti del violento conflitto che ha luogo a Kiev, sin dal principio hanno dimostrato di non avere obiettivi strategici. Il presidente e la sua squadra si preoccupano soltanto di mantenere il potere. I rappresentanti delle opposizioni tentano di prendere il potere, ma, a quanto sembra, non si preoccupano neanche lontanamente di cosa farebbero nel caso in cui dovessero conquistarlo. L’attrazione di un alleato esterno è lo scopo principale di entrambi. Per Yanukovich è fondamentale il sostegno della Russia in quanto costituisce l’unico modo per colmare “i buchi” nel budget e l’unica garanzia di sopravvivenza economica. L’opposizione spera altresì nell’Occidente, il quale idealmente dovrebbe formulare in sua vece tattica e strategia d’azione. L’opposizione non è infatti in grado di occuparsene autonomamente.

L’Ucraina è vittima di una fatale contraddizione. I suoi problemi sono di carattere interno. Per più di vent’anni di indipendenza nel paese non si è riusciti a trovare risposte convincenti circa i fini e le forme di sviluppo nazionale. Obiettivo piuttosto complesso se si considera l’eterogeneità socio-economica e di mentalità. Il fallimento del tentativo di costituire istituzioni statali funzionanti ha fatto sì che l’Ucraina diventasse un paese in cui, al primo posto non vi è lo stato, bensì una “peculiare” società civile. Vale a dire quel complesso di formazioni sociali più o meno formalizzate, di gruppi di interesse e di pratiche di interazione. I temi che la politica ucraina deve affrontare nel 2014 sono analoghi a quelli che si discutevano già nel 1992. Tale è il livello di progresso da più di vent’anni a questa parte.

Sulla strada della collaborazione

La rivoluzione arancione ha mostrato che l’occidente ha centrato la “specifica” Ucraina seguendo i propri assetti ideologici e facendo leva sulla società civile. Tuttavia il dialogo diretto con la società civile, seppure da una parte aiuta a catalizzare i necessari processi, dall’altra non garantisce il risultato desiderato, come ampiamente dimostrato dalla stessa Rivoluzione Arancione. La regolazione di tali processi nella realtà politica spetterebbe infatti ad uno stato “funzionante”. In Ucraina tuttavia le istituzioni non possono adempiere a tale funzione poiché non hanno consolidato una struttura in grado di prendere decisioni.

La situazione è molto pericolosa. Il collasso delle istituzioni in Ucraina comporta un alto rischio di ingerenza da parte di attori esterni. Si pensi al desiderio della Germania di mostrare il gusto recentemente acquisito per  la leadership dell’Europa, all’istinto americano che richiede una attenta vigilanza sul potenziale rafforzamento della Russia, agli sforzi di Mosca per dimostrare il proprio diritto di prelazione sullo spazio post sovietico. Tutto questo lascia presagire un inasprimento del conflitto che nessuno si auspicava. Considerato l’oggetto del contendere e i costi eventuali, non c’è niente di meno necessario in questo momento che la lotta per l’Ucraina.

Lo scenario ideale prefigurerebbe il raggiungimento di un accordo tra Russia e UE a proposito dell’istituzione di un protettorato non ufficiale, che garantisse la conservazione dell’Ucraina entro i confini attuali e si assumesse la responsabilità di cui non è riuscita a farsi carico l’elite nazionale sconfitta. Tuttavia, sfortunatamente, lo scenario più verosimile è un altro: la Russia e l’Occidente continueranno a imputare l’un l’altro la responsabilità dell’inasprimento della crisi ucraina e intraprenderanno una battaglia “su delega”, appoggiando le parti in conflitto e rendendo sempre più profonda la spaccatura nel paese.

Nel 2008 quando per iniziativa dell’amministrazione di George Bush si pose la questione della presentazione a Ucraina e Georgia di un piano di azioni per l’ingresso nell’alleanza atlantica, la fuga di notizie sul dialogo durante il summit tra Vladimir Putin e gli interlocutori della Nato ebbe grande risonanza. Il presidente russo in quella sede illustrò la natura fittizia dei confini interni dell’Ucraina ed esortò a non smuovere ulteriormente le acque per non provocare un conflitto intestino al paese. Nel mondo occidentale fu interpretata come una minaccia, mentre invece Putin conduceva una sorta di Likbez (campagna per la liquidazione dell’analfabetismo NdT) per il collega americano. Per Bush la breve storia della nascita dell’Ucraina all’interno degli odierni confini fu una chiara scoperta.

Lo scontro del 2013/2014 dimostra come nessuno nel mondo occidentale si sia reso veramente conto della gravità della situazione ucraina.  I riflessi geopolitici in combinazione agli slogan ideologici (“scelta europea” ecc.) conducono ad una crisi profonda le cui conseguenze minacciano di andare ben oltre le aspettative.

L'autore è Presidente del Consiglio per la politica estera e di difesa. Qui la versione originale del testo

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