La rinascita della diplomazia

Vignetta di Konstantin Maler

Vignetta di Konstantin Maler

La questione siriana, il G20, il caso Iran. Un anno intenso per le ambasciate mondiali. E la fine del mondo multipolare mette alla prova gli equilibri geopolitici del pianeta

Il 2013 potrebbe passare alla storia come l’anno della rinascita della politica internazionale. Sullo sfondo dei tumultuosi e caotici avvenimenti che l’hanno caratterizzato si è andata riaffermando la capacità di negoziazione. Per trovare, secondo il gergo usato dalla diplomazia, “soluzioni” reciprocamente vantaggiose, e stipulare accordi che soddisfino le esigenze di entrambe le parti.

Verso un mondo multipolare. Su tali imprescindibili basi dovrebbe fondarsi la diplomazia, ma, tuttavia, negli ultimi due decenni le cose sembrano essere andate in modo diverso. Dopo la fine della guerra fredda e la scomparsa di un equilibrio strutturale globale, un apparente equilibrio delle forze costringeva le parti ad agire tenendo conto dei reciproci interessi. Il vincitore della grande contrapposizione globale ha avuto la possibilità di comportarsi per lungo tempo secondo il modo che reputava giusto, senza curarsi di eventuali reazioni altrui. Tanto più che il finale dello scontro era stato pacifico, senza vittorie conquistate sul campo di battaglia, ma con la rinuncia volontaria dell’avversario, la qualcosa attribuiva a tutto una connotazione di correttezza etica e ideologica, come è stato palesemente dimostrato nel corso dei conflitti locali esplosi in diverse parti del mondo.

Sulla strada della collaborazione

Le sfide per la diplomazia. Se prima le forze esterne avevano di regola un proprio favorito e detenevano un ruolo di arbitri e mediatori, cercando di costringere le parti in conflitto a un compromesso, dagli anni ’90 in poi non è stato più così. In un conflitto interno spettava alle potenze dominanti decidere di fatto chi avesse torto o ragione. E la forza che dal loro punto di vista aveva ragione veniva attivamente sostenuta sia mediante l’appoggio politico che attraverso attacchi militari mirati, come è avvenuto in Bosnia; o attraverso un intervento militare diretto per destituire con la forza il regime al potere, come in Libia. Le negoziazioni diplomatiche alla base di ogni regolamentazione politica venivano quindi successivamente condotte non in quanto esito dello scontro, ma  a condizione della capitolazione delle “parti cattive”.

La questione siriana. Nel settembre 2013 questo modello è tramontato. Gli Usa non hanno attuato la loro intenzione di attaccare la Siria, malgrado le dichiarazioni rilasciate al riguardo. Si potrebbero enumerare le cause concrete di tale decisione, ma a determinarla sono stati principalmente cambiamenti di ordine strutturale. L’epoca in cui gli Stati Uniti e i loro alleati esercitavano una supremazia indiscussa e schiacciante sulle questioni internazionali si è ormai chiusa; in parte a causa delle difficoltà interne di America ed Europa e in parte per la crescita dell’influenza della Cina e il recupero della capacità politica della Russia, e anche grazie a un rafforzamento del ruolo di nazioni medie per dimensioni e peso politico, come Turchia, Brasile, Iran e Indonesia.

Il destino delle relazioni Russia-Ue

La ricerca dell'equilibrio. Il sistema mondiale si è mosso in direzione del ripristino di un equilibrio, il che necessitava il ricorso a meccanismi che avevano funzionato già in epoche precedenti. In primo luogo, a un minuzioso lavoro diplomatico dal “finale aperto”, il cui esito non sarebbe stato così scontato o predeterminato e incerta sarebbe apparsa la vittoria dei “buoni”, e che sarebbe stato solo il risultato di una combinazione di interessi reciproci e abilità professionali. Il dramma siriano non si è ancora concluso e per di più  ancora non è chiaro in quale modo i successi ottenuti riguardo alla distruzione delle armi chimiche sfoceranno in una soluzione di tipo politico. Tuttavia, l’esperienza dell’autunno-inverno appena trascorso sta a dimostrare che quando esiste la volontà di risolvere un problema, esso si risolve, a dispetto della quantità di difficoltà di ordine tecnico e politico. Malgrado il cordiale scetticismo degli esperti a settembre, in merito alle possibilità di successo del piano della Russia, il piano si è concretizzato.

Il caso Irane i diritti civili. Altri importanti avvenimenti dell’anno hanno confermato questo cambiamento di rotta o quantomeno la sua necessità. A un tratto è risultato chiaro che il nodo spinoso del nucleare iraniano, che sembrava poter essere risolto solo con una guerra, ora appare del tutto suscettibile di “soluzioni”. Per il momento, a dire il vero, è stata dichiarata solo una tregua, ma si tratta di un progresso dato che prima gli avvenimenti sembravano andare ineluttabilmente verso un’unica direzione. Un’altra dimostrazione di questa nuova tendenza è stata la conclusione di una vicenda che aveva suscitato tanto clamore come quella di Mikhail Khodorkovskij, che si è risolta proprio alla fine dell’anno con la mediazione riservata del governo tedesco. Senza entrare nel merito del caso, che è stato oggetto per oltre dieci anni di ampi dibattiti, vale la pena rilevare che è stato possibile arrivare a una soluzione solo quando dagli ultimatum e dalle dure dichiarazioni rilasciate dalle parti interessate si è passati a un lavoro diplomatico sotterraneo che ha permesso di conseguire un risultato soddisfacente per entrambe le parti.

Tra Europa e Ucraina. Un’altra dimostrazione per assurdo è stato lo scontro intorno all’Ucraina. Qui neppure a farlo apposta, sulla ricerca di un modello ragionevole e condiviso hanno prevalso il pathos sportivo della competizione e la volontà di strappare a qualunque prezzo la “vittoria”. La “battaglia per Kiev”, divisa tra Russia ed Europa, ha dimostrato per l’ennesima volta la sua mancanza di senso. L’Ucraina è un paese organicamente incapace di scegliere il proprio orientamento geopolitico e in grado di svilupparsi solo se i suoi potenti vicini coopereranno di comune accordo. Ora, a quanto sembra, gli umori cominciano a placarsi e forse la proposta russa di procedere in tre a una progressiva disamina di tutti i problemi il prossimo anno verrà accettata. Prevedere che cosa accadrà anche solo da qui a un anno non ha senso, ma potrei arrischiarmi ad affermare che la tendenza che si è andata delineando continuerà poiché non si tratta solo di un fortuito concorso di circostanze, ma di un nuovo trend che avrà lunga durata.

L'autore è Presidente del Consiglio per la politica estera e di difesa. Qui la versione integrale dell'articolo

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