Greenpeace tra responsabilità e sicurezza

Vignetta di Niyaz Karim

Vignetta di Niyaz Karim

Gli ecologisti, la Russia e l'Occidente: ecco come l'attacco alla piattaforma petrolifera si è trasformato in un caso di carattere globale

L’azione di protesta di Greenpeace nel Mare di Pechora si è trasformata in un conflitto internazionale che ha raggiunto dimensioni globali. La questione non sta tanto nella reazione dei singoli governi o nella particolare rilevanza assunta dall’Artico nello scenario geologico di un futuro ormai prossimo. Il rompighiaccio battente bandiera olandese ha “navigato” sfiorando una pericolosissima collisione col mondo contemporaneo che riguarda l’interrelazione tra lo Stato, come istituzione fondante del sistema internazionale, e quella forza che si è soliti definire come società civile globale, che mette in discussione il ruolo e i diritti dello Stato in quanto tale.

Gli ambientalisti si appellano invece a una questione opposta: esistono beni comuni e responsabilità collettive che esulano da certi vincoli restrittivi e dalle giurisdizioni nazionali e che l’apparato burocratico di qualunque Nazione è obbligato a riconoscere. Greenpeace si attiene a una norma che nella sfera politica è definita come “responsabilità di proteggere” e che ha insite in sé una serie di contraddizioni, come è stato dimostrato, per esempio, dal caso siriano. Se un governo non garantisce la sicurezza e il benessere dei suoi cittadini, le forze esterne e la comunità internazionale hanno il diritto di intervenire per costringere lo Stato in questione ad adempiere alle sue funzioni. Fino alla sostituzione di coloro che rappresentano nello specifico quello Stato. Ben prima dell’insorgere del dibattito sulla “responsabilità di proteggere” sotto l’egida dell’Onu Greenpeace aveva di fatto esteso tale responsabilità alla difesa dell’ambiente in quanto bene comune.

Le proteste di Greenpeace
in Italia e nel mondo
per la liberazione degli attivisti
in questa fotogallery

La logica di Mosca è chiara. Muovendo accuse palesemente esagerate e adottando le misure repressive più severe, le autorità russe è come se lanciassero un monito esplicito:  “Allontanatevi, via di qua!”. La Russia vuole dimostrare a chi intende lottare per la tutela dell’ambiente che il prezzo di tali azioni può essere estremamente elevato, che non si tratta di un gioco, ma che a essere coinvolta è tutta la politica ai più alti livelli.

Greenpeace ha già avuto modo in passato di scontrarsi con situazioni simili; è sufficiente ricordare l’affondamento della nave Rainbow Warrior negli anni ’80 ad opera dei servizi segreti francesi, ma da allora i modi sembrano essersi ammorbiditi. I governi e le corporation occidentali, pur nutrendo uno scarso amore per gli ambientalisti, preferiscono evitare lo scontro diretto con loro, ritenendo che così facendo sarebbero destinati alla sconfitta. L’immagine stessa degli attivisti di Greenpeace come paladini disinteressati del bene pubblico, per corretta o meno che sia, fa apparire le autorità di qualunque Paese come schiere di avidi egoisti.

Rispetto alla percezione negativa della Russia ora ipotizzabile sulla scena internazionale, la sorte della rompighiaccio non serve certo a migliorare l’immagine del Paese in Occidente, ma le autorità russe sono sempre più inclini a valutare l’opinione dell’Occidente e quella mondiale come due visioni divergenti. Dopotutto, la maggioranza della popolazione della terra vive in Nazioni che ritengono "l'assunzione di responsabilità" come un  mezzo d’ingerenza nei loro affari interni e uno strumento di pressione volto a forzare determinate politiche.

I pirati di Greenpeace
come il Mahatma?

Inoltre, la Russia fa appello a questa maggioranza rivendicando il suo ruolo di custode dei buoni principi antichi. Non di quelli affermati dagli Stati Uniti e dall’Europa come criteri determinanti per valutare la condotta e i processi decisionali, ma proprio quei principi concordati che sono alla base del sistema internazionale.

Il piano dei tutori russi della legge per contrastare Greenpeace è consistito, a quanto sembra, nell’intimorire il più possibile con pesanti accuse i suoi attivisti per poi allentare gradualmente il tiro, una volta dimostrato un gesto di buona volontà. Tuttavia, la controreazione, l’escalation del conflitto a livello giuridico e politico internazionale, riduce lo spazio di manovra. Più s’intensificano gli interventi di minaccia, più diventa difficile fare marcia indietro. Tuttavia, sconfiggere Greenpeace sembra assai difficile: a definire i tempi reali per gli attivisti arrestati saranno i governi occidentali costretti al ruolo di garanti di una società aperta, qualunque opinione possano nutrire riguardo alle aggressioni degli ambientalisti i funzionari della stessa Olanda.

L’opposizione a uno Stato che cerca di preservare forme tradizionali di governo dall’anarchia di una società globale incline a cancellarle appare il principale fulcro dello sviluppo globale.

Non s’intravede alcuna possibilità di compromesso poiché la società globale opera attraverso slogan attrattivi, senza proporre altri principi alternativi su cui poter costruire il sistema mondiale. Principi chiari e condivisi di “assunzione di responsabilità” non sono stati ancora formulati, né probabilmente lo saranno, di là dai vaghi concetti  che costituiscono le regole formali alla base del “sistema di Westfalia”.

Pertanto gli Stati difenderanno i loro diritti di sovranità quale unico mezzo per regolamentare l’ambiente, ma esponendosi alle sempre maggiori pressioni di un ambiente non governato da regole.

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