Le radici della xenofobia russa

Vignetta di Niyaz Karim

Vignetta di Niyaz Karim

Secondo Sergei Markedonov, esperto di questioni caucasiche, l’attuale ondata anti-immigrati in Russia richiede delle soluzioni urgenti e complesse

Gli scontri nel quartiere moscovita di Biryulevo hanno sollevato ancora una volta il tema dei rapporti interetnici nella Russia moderna, richiamando l’attenzione dei mass media. Il dibattito attualmente in corso sulle cause e le conseguenze la dice lunga sulla mancanza di un’adeguata comprensione del problema.

Il contrasto tra cittadini autoctoni e nuovi arrivati è diventato di grande attualità. I reati o le trasgressioni commessi da una singola persona scatenano dibattiti sulla responsabilità etnica collettiva. La parola “diaspora” è tornata di moda. Spesso, insieme ad atri temi di politica interna ed estera si parla di flussi migratori. Simili valutazioni non sono semplicemente fallaci, ma producono delle soluzioni e delle decisioni sbagliate.

Questo o quel gruppo etnico sono spesso presentati come una struttura unica e monolitica, una sorta di Stato nello Stato. Tuttavia, tale approccio non ha nulla a che vedere con la realtà e può essere spiegato con la natura virtuale di tale “unità”.

Gli azerbaijani, saliti all’attenzione della cronaca in seguito agli scontri di Biryulevo, potrebbero essere cittadini dell’Azerbaijan, della Russia o della Georgia (originari della regione di Kvemo Kartli) e rappresentare diverse denominazioni musulmane (sunnita o shiita). Quanto agli azerbaijani del Daghestan, che rappresentano il sesto gruppo più numeroso del Caucaso settentrionale, potrebbero essere considerati cittadini autoctoni a maggior diritto di alcuni residenti della capitale di seconda e terza generazione che scandivano per strada lo slogan “La Russia è per i russi, Mosca è per i moscoviti”.

Altrettanto vale per alcuni armeni del Don, di Kuban e di Stavropol, i cui antenati si stabilirono in questa regione del XVIII secolo. Molti di loro non parlano nemmeno armeno e hanno come lingua madre il russo, al pari degli abitanti di Mosca, San Pietroburgo e Novosibirsk.

I rappresentanti delle “diaspore” appartengono anche a diverse categorie sociali. Gli uomini d’affari russi Vagit Alekperov, Alisher Usmanov e Ruben Vardanyan non possono essere paragonati a dei negozianti o a dei piccoli commercianti. È quasi assurdo credere che all’interno di organizzazioni pubbliche siano presenti dei gruppi che rappresentano le varie diaspore, come gli azerbaijani, i georgiani o gli uzbeki.

Di questi gruppi fanno parte molte persone rispettabili, ma non esistono dei meccanismi legali, istituzionali o politici- né le risorse finanziarie - necessari a controllarne i rappresentanti o i rappresentati.

Spesso una diaspora è rappresentata in diverse organizzazioni pubbliche, in competizione tra loro. Queste tuttavia, non possono essere considerate responsabili dei reati commessi dai loro affiliati (i quali, peraltro, potrebbero avere più di una cittadinanza). Sarebbe estremamente pericoloso sostituire al principio di responsabilità individuale quello di colpa collettiva. Ciò provocherebbe una mobilitazione nazionalistica su “basi difensive”, e dimostrerebbe l’incapacità dello Stato a far fronte a problemi (come la lotta contro la criminalità e la corruzione) che andrebbero risolti.

A differenza degli Stati Uniti o dell’Unione Europea (la Francia, ad esempio, ha assistito pe molti anni al manifestarsi di forti sentimenti nazionalistici e populistici), nel nostro Paese i flussi migratori esterni e interni sono di primaria importanza. Ciò è dovuto al fatto che oggi in Russia vivono rappresentanti di diversi gruppi etnici e religiosi, provenienti da regioni dal passato assai variegato.

Il problema principale, tuttavia, deriva dal fatto che i residenti di Mosca e di altre grandi città russe non colgono la differenza fondamentale tra ceceni e daghestani - che possiedono il passaporto della Federazione Russa - e gli azerbaijani o gli uzbeki, entrati nel Paese per svolgere dei lavori temporanei. Il perpetuarsi di questo modo di pensare è pericoloso perché potrebbe dare adito, nelle regioni del Caucaso settentrionale e nella regione del Volga, a sentimenti anti-russi e separatisti. Ciò potrebbe portare a un apartheid de facto o persino de jure, che porrebbe fine all’integrità del Paese.

Qualsiasi tentativo di imporre dei limiti al rilascio di visti per i migranti provenienti dal Caucaso meridionale e dall’Asia centrale sancirebbe la fine dell’Unione Eurasiatica e dei progetti di integrazione, ivi comprese le alleanze di natura politico-militare (come il Csto), e andrebbe inoltre ad alimentare le tensioni anti-russe in quei Paesi, dove oggi vivono molti russi (sono più di tre milioni nel Kazakhstan, più di un milione in Uzbekistan e circa centoventimila in Azerbaijan). Tutte queste persone potrebbero diventare ostaggi nella lotta per la purezza del sangue. Inoltre, i limiti al rilascio dei visti non porrebbero fine alle minacce geopolitiche, come quella della fuoriuscita degli afghani.

Se in Russia l’escalation di xenofobia non sarà combattuta tramite una strategia politica nazionale (che dovrebbe comprendere la regolamentazione dei flussi migratori interno ed esterno, la diffusione dell’istruzione e, persino, oso aggiungere, la promozione di un’identità politica russa unita e iniziative mirate a conseguire l’integrazione in diversi settori), l’intero Paese patirà gravi conseguenze, sia a livello domestico che internazionale.

Sergei Markedonov è collaboratore scientifico esterno del Centro Studi strategici e internazionali di Washington, Usa

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