Calcio, fischio finale per l’era Abramovich

Vignetta di Niyaz Karim

Vignetta di Niyaz Karim

La Fondazione del patron del Chelsea ha erogato circa 200 milioni di dollari per dare impulso al football russo, ora però ha chiuso i rubinetti

Con il crollo dell’Unione Sovietica, capitombolò anche il programma calcistico statale, così fortemente strutturato e progettato per incanalare tutto il talento russo in una squadra nazionale che giocasse un “calcio scientifico” con l’obiettivo di dimostrare al mondo intero la superiorità del nuovo uomo socialista.

Il crollo di tale sistema condannò il calcio giovanile russo a un profondo declino: gli impianti sportivi iniziarono a cadere in disuso e i club russi si videro costretti a vendere i loro giovani talenti all’estero per sopravvivere.

Dopo nove anni di lavoro, durante i quali ha fatto costruire 130 nuovi campi da gioco, finanziato numerosi eccellenti programmi di formazione calcistica per bambini e investito diversi milioni di dollari per ingaggiare Guus Hiddink in qualità di ct della nazionale, la Fondazione Accademia nazionale di calcio del magnate e patron del Chelsea Roman Abramovich ha annunciato la cessazione della propria attività, avendo raggiunto tutti gli obiettivi che si era prefissata per contribuire al rilancio del mondo del pallone russo. A confermarlo è stato John Mann, portavoce della Millhouse Capital, la holding di Abramovich.

Uno dei principali obiettivi raggiunti dal progetto è stato trasformare un’accademia di provincia, situata vicino a Togliatti (città russa famosa soprattutto per gli impianti dell’industria automobilistica), in un centro di formazione calcistica di prim’ordine, con campi di gioco nuovi, strutture mediche e un servizio di tutoraggio per i suoi giovani talenti. Gli allenatori dell’accademia sono stati persino inviati al Chelsea per imparare dalla squadra inglese.

Finora il simbolo più potente del successo del progetto è Alan Dzagoev, formatosi proprio presso l’accademia di Togliatti e ora un eccezionale playmaker capace di fare scintille per il Cska Mosca e la Nazionale di calcio della Russia.

Abramovich ha investito, nel calcio, circa 2 miliardi di dollari della sua fortuna, costruita sul petrolio. Gran parte di questo denaro è andato alla squadra del Chelsea, acquistata dal magnate russo nel 2003. Con la cessazione dell’attività della Fondazione Accademia nazionale, Abramovich smetterà di finanziare progetti legati al mondo del pallone russo ma, come ha dichiarato Mann, “è possibile” che egli torni a farlo in futuro.

Abramovich non è il primo e unico oligarca ad aver ridotto il suo coinvolgimento nel calcio russo. Il miliardario Sulejman Kerimov, azionista di maggioranza del colosso dei fertilizzanti russo Uralkali, ha lasciato a bocca aperta il mondo del calcio a settembre 2013, dopo aver annunciato un taglio netto dei costi per il suo Anzhi Makhachkala (che un tempo vantava un budget annuale da far invidia al mondo intero) e ha messo in vendita i suoi gioielli, tra cui Samuel Eto’o e Willian, che indosseranno la maglia del Chelsea.

Da allora, diverse speculazioni si sono susseguite sullo stato di salute di Kerimov e sui suoi problemi legali (il magnate russo è ricercato in Bielorussia nell’ambito di un’inchiesta penale nel settore dei fertilizzanti) e l’Anzhi ha dovuto rinunciare alle sue ambizioni di diventare il club principale della Russia, tornando rapidamente a essere una modesta squadra di provincia.

Lo speciale su Sochi 2014

Non si può, tuttavia, parlare di un esodo generale degli oligarchi dallo sport. I fratelli Boris e Arkady Rotenberg, miliardari e vecchi compagni di judo del Presidente Putin, sono infatti all’offensiva.

Hanno finanziato parte delle Olimpiadi invernali di Sochi 2014, hanno assunto il controllo della squadra di calcio e di hockey su ghiaccio della Dinamo Mosca e stanno ora cercando di far partecipare la prima squadra finlandese di hockey al campionato russo della Khl.

In Russia, così come nel resto del mondo, i miliardari sembrano non essere in grado di resistere al richiamo dello sport. Un oligarca difficilmente si separa dal suo denaro a meno che non ci sia un pallone di mezzo.

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