Nessun potere, nessuna minaccia: allora perché tutto questo risentimento in Occidente?

Vignetta di Natalia Mikhaylenko

Vignetta di Natalia Mikhaylenko

Richard Sakwa, docente di Politica russa ed europea presso l'Università di Kent, parla del ruolo della Russia sulla scena internazionale

Malgrado i tentativi intrapresi da Vladimir Putin, fin dai primi giorni della sua leadership, per “normalizzare” le relazioni tra Russia e Occidente, i rapporti restano in linea generale anomali. La definizione di Putin di normalità del resto era chiara e contemplava che la Russia non fosse più trattata come un caso speciale, ma come un altro Paese sovrano e indipendente.

Con  questo obiettivo, alla prima occasione egli ha ripagato la maggior parte del debito sovrano e ha posto fine a varie forme di dipendenza, che si erano venute ad accumulare negli anni Novanta, per esempio nei confronti del Fondo Monetario Internazionale. Al tempo stesso, Putin ha accelerato le dinamiche di integrazione che negli anni della presidenza di Eltsin si erano affievolite. Ciò ha incluso anche allacciare più intensi rapporti con l’Unione Europea e, dopo l’11 settembre 2001, il tentativo di creare una partnership alla pari con gli Stati Uniti.

Tuttavia, è stato subito evidente che questa strategia della “normalizzazione” nella pratica non funzionava. La Russia non è stata capace di diventare un’altra grande potenza. Le richieste politiche formulate al Paese sono consistenti, in parte perché la Russia stessa le ha accolte nell’ambito del processo finalizzato a diventare uno Stato-nazione nel 1991, e in parte per essersi auto-identificata come uno Stato europeo, un membro di spicco della comunità internazionale delle nazioni.

Le contraddizioni identitarie e di sistema che sussistono irrisolte in Russia implicano che questi aspetti “anomali” resteranno a far parte dei rapporti della Russia con il mondo occidentale nell’immediato futuro. Il fatto che le potenze occidentali e gli attivisti parlino di boicottaggi e di minacce non fa che esasperare le contraddizioni della politica russa, invece di  contribuire a risolverle.

L’accettazione della Russia nella comunità transatlantica è stata problematica fin dall’inizio: ecco spiegate le parole del discorso del presidente Boris Eltsin, quando, già nel dicembre 1994, parlò di  una “pace fredda”. Uno degli aspetti di questa sindrome della pace fredda è l’assurdo linguaggio dei resettaggi e delle interruzioni. Nessun Paese normale parlerebbe agli altri in questi termini, ed è umiliante per tutte le parti in causa che il discorso sia degenerato al punto che così oggi avvenga. Queste parole sono il segnale di quanto ancora si dovrà attendere prima che siano instaurate relazioni normali.

È giunta l’ora che da entrambe le parti si decida a favore di un rapporto più maturo. Per l’Occidente, malgrado si parli tanto della relativa marginalità e insignificanza della Russia, un solido rapporto con Mosca è essenziale per ragioni strategiche, economiche e semplicemente diplomatiche. Malgrado molti senatori americani e attivisti della società civile cerchino di acquisire notorietà e uscire dall’anonimato a colpi di critiche contro la Russia – e ci sarebbe ancora molto da dire dal punto di vista politico in merito a questa attività – questo tipo di politica è sterile e azzardato.

La vera tragedia degli ultimi anni è che l’Ue non si è rivelata capace di trovare una sua voce distintiva, che le fosse peculiare, essendo uno dei rappresentanti più importanti delle nazioni europee e mediatrice nel processo di trasformazione della comunità transatlantica. Quando l’Europa ha una propria voce, la sua incapacità di contestare gli errori della potenza dominante nell’egemonia occidentale al riguardo di molteplici questioni, compresa la guerra in Iraq, mette a repentaglio la sua credibilità di potenza legale a tutti gli effetti.

Naturalmente, ciò consente alla Russia di rivelarsi all’altezza della situazione, e invece di ribadire la marginalità che i suoi avversari vorrebbero imporre al paese, la Russia può intervenire in maniera positiva per contribuire a risolvere alcune delle situazioni di stallo create dall’Occidente stesso. Una sottomissione passiva del tipo di quella britannica nei confronti dell’egemonia americana non giova a  nessuno. Compito dell’amico è segnalare gli errori che commettono gli altri amici. Pertanto, la Russia può a giusto titolo ricollocarsi come  risolutrice di problemi, da creatrice di problemi come era percepita.

Sia Barack Obama sia Vladimir Putin capiscono che tra la Russia e l’Occidente non sussiste alcune reale lacerazione ideologica e, di conseguenza, parlare di una nuova Guerra Fredda è assolutamente fuori luogo. Ciò nonostante, esistono tensioni che alimentano il clima della pace fredda.

Dalla Siria a Snowden, non c’è fine alle questioni sulle quali la Russia non abbia proprie opinioni. Anche se un informatore non è naturalmente ben visto da Putin, la Russia aveva il diritto dal punto di vista normativo di offrirgli asilo, se non altro per un anno. Nello stesso modo, l’analisi russa della crisi siriana è stata fin dall’inizio molto più accurata di quella delle potenze occidentali.

La questione fondamentale è capire se queste sono normali divergenze di opinione o se stanno a indicare un’incompatibilità di fondo negli interessi strategici. Ma ci sono poche prove che sia vera la seconda ipotesi. Perfino i tentativi più accaniti dell’Occidente di alimentare una disintegrazione geopolitica dello spazio euroasiatico non possono essere presi come la conseguenza di un conflitto di fondo.

Questo è semplicemente ciò che le potenze imperiali hanno sempre fatto e continueranno a fare fino a quando l’Occidente stesso non passerà a una forma autenticamente “postmoderna” di politica internazionale. Dare alle ambizioni imperiali tradizionali l’aspetto di governance democratiche avanzate convince pochissime persone.

La fonte più importante dell’influenza russa oggi è il fatto di agire come una forza moderatrice nella politica internazionale. L’Occidente si ritrova in guai non indifferenti e la Russia può sicuramente agire da intermediaria per attenuare alcuni di questi conflitti e le contraddizioni della politica occidentale.

Richard Sakwa è docente di Politica russa ed europea all’Università del Kent

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