L'oriente arabo rischia un'altra ondata di rivoluzioni

Vignetta di Niyaz Karim

Vignetta di Niyaz Karim

La Tunisia, dopo l'insanguinato Egitto, è in attesa di cambiamenti decisivi

L'ultima rivolta militare in Egitto ha messo la comunità internazionale in una situazione difficile. L'Occidente, Russia compresa, non si aspettava la rivoluzione del 2011, ma l'ha appoggiata perché credeva agli slogan democratici di piazza Tahrir. Poi si è dovuto prestare fede anche alle aspirazioni democratiche dei partiti islamici. Ora è arrivato un altro capovolgimento e la nostra logica finisce di nuovo in un vicolo cieco: se Mohammed Morsi era un presidente eletto democraticamente, noi avremmo dovuto difenderlo: di difenderlo, però, non abbiamo né la volontà, né i mezzi.

Ma non fa niente, troveremo ancora una volta le espressioni appropriate e delle belle citazioni per dimostrare che l'insurrezione militare è solo un'altra forma di espressione democratica delle autentiche aspirazioni popolari. Questa formula ci è indispensabile come l'aria che respiriamo, perché, con tutta probabilità, questo rivolgimento non sarà l'ultimo: i problemi economici e sociali dell'Egitto sono troppo complessi, le aspettative della popolazione sono troppo alte e la società egiziana è troppo polarizzata.

La giusta formulazione, però, ci occorre anche per un altro motivo: è del tutto verosimile che l'Egitto stia dando inizio a una seconda ondata rivoluzionaria e che presto verrà il turno della Tunisia, dove si fanno sentire sempre più distinte le richieste di allontanare dal potere i rappresentanti del partito islamico al-Nahda.  

Gli avvenimenti degli ultimi mesi sembrano indicare chiaramente che c'è da aspettarsi una replica dei fatti egiziani anche in Tunisia. Non è un caso che le dimissioni di Rachid Ammar, il generale che il 14 gennaio 2011 ha cacciato Ben Ali conquistandosi il favore del popolo, siano coincise temporalmente proprio con l'avvicendamento al potere in Qatar e con la messa in moto in Egitto del volano del movimento antislamico.  

Ma, a quanto pare, da queste dimissioni, dall'aumento dell'attività terroristica che ne è seguito e da tutti i successivi avvenimenti non nascerà per forza una marcia militare come quella che abbiamo sentito in Egitto. In Tunisia vi sono diversi scenari possibili.

Pièce polifonica espressionista. Il generale Ammar aveva dei contrasti con il primo ministro. L'aumento dell'attività terroristica era ampiamente prevedibile. Anche la polarizzazione della società era evidente, così come il malcontento della schiacciante maggioranza della popolazione nei confronti dei nuovi governanti. Ed ecco che ci si mette anche l'Egitto, e gli animi si infiammano. Ma la paura di una guerra civile costringe ciascuno dei protagonisti a essere più responsabile e moderato dei propri elettori, ed ecco che Rashid Ghannushi propone di indire un referendum per la pacificazione nazionale.

Concerto per muezzin e orchestra militare. I falchi islamisti potrebbero benissimo scegliere la strada della dittatura. Per far ciò occorre prendere il controllo di una buona parte delle imprese (in particolare, le importazioni di prodotti alimentari), della sfera amministrativa (in due anni sono stati nominati migliaia di funzionari locali) e delle forze dell'ordine, prime fra tutte polizia e servizi segreti. Inoltre, bisogna vedersela con l'esercito, che certamente non è forte come quello egiziano, ma ha un generale molto amato che è necessario togliere di mezzo. Fatto questo, se non si riesce a mantenere il potere con mezzi pacifici, con il pretesto della lotta alla crescente attività terroristica si può indire lo stato di guerra e rimandare la questione della fine del periodo di transizione e delle elezioni, in attesa di giorni migliori.

Tango per un generale e un liberale. Questo scenario è l'esatto opposto del precedente. L'esempio dell'Egitto e il malcontento della società sono in grado di spingere all'azione le forze laiche, che cercherebbero di appoggiarsi all'esercito. Rachid Ammar in questa situazione dovrebbe diventare un perfetto leader delle forze che si oppongono ad al-Nahda.

Il difetto sia del concerto che del tango è che l'arrangiamento di entrambi i componimenti richiede una chiara comprensione delle preferenze delle forze dell'ordine, ma questa comprensione, a quanto pare, non ce l'ha nessuno.  

Eppure, se la seconda prospettiva fosse quella corretta, il momento migliore per attuare un rivolgimento islamico sarebbe stato il ramadan, che però è già terminato. Se lo scenario giusto è il terzo, allora pare che le forze laiche non abbiano sufficienti strumenti o volontà politica per la sua realizzazione e, se in Egitto la questione è stata risolta dall'esercito, qui ci si dovrà accontentare della pressione delle piazze e di interminabili trattative con il potere.

Infine, è possibile una quarta prospettiva, che riassume in sé le tre precedenti.

Un sanguinoso freestyle. Le élite politiche si riveleranno impotenti di fronte alle pressioni dei manifestanti di piazza. L'opposizione sarà costretta a tentare di rovesciare il regime, al-Nahda dovrà allearsi con i jihadisti: scoppierà una guerra civile.  

Qualunque sia il componimento che verrà eseguito, noi ascoltatori dobbiamo renderci conto che il nostro orecchio non è ancora sintonizzato sulle melodie del risveglio arabo. Noi suoniamo sempre le stesse due antitesi: autoritarismo verso democrazia e laicità verso islamismo.

Entrambe ci impediscono di udire il tema fondamentale. Il nocciolo della questione è racchiuso in qualcosa di molto più noioso e complicato. Tanto la Tunisia che l'Egitto oggi si scontrano con gravissimi problemi socio-economici. E solo dopo aver risolto questi problemi sarà possibile creare un sistema politico dotato di una qualche stabilità.

Per comprendere i problemi del Paese, verosimilmente, bisogna applicare una metodologia neo-marxista. Quella con cui abbiamo a che fare oggi è una combinazione di lotta di classe e lotta anticolonialista. Per giunta, la pericolosità del colonialismo contemporaneo sta nel fatto che si tratta di un colonialismo intellettuale.

La principale risorsa che si riversa nella metropoli dalle colonie oggi sono i cervelli umani. Il deficit intellettuale che ne risulta non permette a questi Paesi di trovare delle soluzioni creative ai loro problemi socio-economici. Un'altra conseguenza è che sulla scena politica suonano dei musicisti che dovrebbero essere a casa da tempo, a godersi un meritato riposo: la lotta politica nella Tunisia contemporanea (e in parte anche in Egitto) è una lotta tra vecchi, tra la vecchia élite che si autodefinisce forza laica e la vecchia contro-élite che si definisce islamista. Dalla popolazione, dai suoi veri problemi e, più in generale, dalla sua realtà sia gli uni che gli altri sono estremamente lontani.

Una vittoria del caos e della violenza aggraverebbe soltanto questa carenza di cervelli, rendendo del tutto impossibile la soluzione dei problemi del Paese e a noi toccherebbe riascoltare all'infinito sempre le stesse note pseudo-rivoluzionarie.  

Vasilij Aleksandrovich Kuznetsov è docente presso la facoltà di Politica mondiale dell'Università di Mosca Mgu Lomonosov e collaboratore scientifico dell'Istituto di Studi orientali dell'Accademia Russa delle Scienze

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