Putin e l’Europa: una battaglia per l’immagine

Vignetta di Alena Repkina

Vignetta di Alena Repkina

Cosa si nasconde dietro gli stereotipi sulla politica russa diffusi all'estero? L'opinione di due studiosi

Per molti anni le autorità russe non hanno prestato sufficiente attenzione all’immagine che della Russia veniva offerta al pubblico europeo: per descrivere la Russia, la sua società e la sua politica, la stampa europea ricorre spesso a vecchi stereotipi, che permettono di semplificare il flusso delle informazioni e informare lo spettatore e il lettore con grande rapidità.

In termini di contenuto, le opinioni più diffuse sulla Russia possono essere riassunte come segue:

1. “Vladimir Putin è il dittatore di uno Stato di polizia”.

2. “Qualsiasi movimento di opposizione è, per definizione, democratico, e non può che rappresentare un vantaggio per la Russia”.

3. “Qualsiasi procedimento legale contro l’opposizione rappresenta, innanzitutto e soprattutto, un gesto di prepotenza da parte delle autorità, mentre l’oggetto di tali vessazioni è un modello di moralità e purezza”.

Il pubblico europeo riceve dunque delle informazioni non solo incomplete, ma spesso anche approssimative. Nelle descrizioni fatte dalla stampa occidentale, ad esempio, l’opposizione esterna avrebbe un’unica piattaforma ideologica, in grado di rappresentare una concreta alternativa al governo di Vladimir Putin. Gli europei che affidano la propria informazione esclusivamente ai mezzi di informazione di massa non sospettano nemmeno che il movimento di opposizione non disponga di un programma tale da poter essere appoggiato dalla maggioranza dei propri membri. E che l’opposizione stessa, variegata com’è, non sarebbe in grado di accordarsi su un simile programma.

Un'altra discrepanza proposta dai media, a dispetto degli attuali eventi, riguarda la politica russa in Cecenia, spesso presentata come una serie di crimini di guerra e un succedersi di atti di violenza compiuti in risposta alle richieste di un popolo oppresso, che vorrebbe staccarsi dalla Federazione Russa. Che a presentare le richieste di indipendenza siano i militari, e non la popolazione civile, non viene mai menzionato.

Un esempio di questo atteggiamento è rappresentato dal documentario sulle carceri russe andato recentemente in onda sul canale LCP TV (“Il canale parlamentare” è una delle principali stazioni tv analitiche). Il filmato traccia dei paralleli tra le condizioni dei carcerati nella Russia moderna e ai tempi dei gulag. Le testimonianze e i commenti evocano continuamente l’anno 1927, e inducono lo spettatore a equiparare Putin a Stalin. Questo “documentario” è stato più volte mandato in onda su uno dei canali nazionali, malgrado si tratti palesemente di un’opera di propaganda, sia nella forma che nel contenuto.

La diffusione di simili informazioni può essere ricondotta a due regole base del giornalismo moderno: la prima, che impone di semplificare (e, talvolta, volgarizzare) l’informazione, perché l’impiego di stereotipi consente ai mass media di rendere le notizie più facilmente assimilabili dal proprio pubblico. La seconda prevede di dare la priorità alle informazioni nazionali rispetto a quelle internazionali, promuovendo la diffusione di notizie internazionali di tipo unidimensionale.

Di conseguenza Vladimir Putin e le autorità russe vengono presentati come un male assoluto, ed è indubbio che l’immagine di Vladimir Putin e della Russia ne risentano. E che questo, a sua volta, abbia delle conseguenze politiche tangibili.

In occasione dei viaggi ufficiali dei capi di Stato dei Paesi europei o della visita di autorità russe in Europa, l’ordine del giorno prevede immancabilmente una discussione sui diritti umani, sulla situazione in Cecenia, sul movimento di opposizione e sulle condizioni dei prigionieri politici, mentre la posizione ufficiale di Mosca rispetto a questi temi rimane spesso sconosciuta al pubblico europeo.

Anche la cooperazione politica, commerciale ed economica con la Russia viene penalizzata da tale situazione, dal momento che la cooperazione con un “regime dittatoriale” ha un impatto negativo sull’immagine dei leader europei, e rischia di ridurre il loro gradimento da parte degli elettori.

Alla luce di ciò, il Cremlino farebbe bene a sviluppare una strategia di comunicazione coerente, che miri a creare a livello internazionale un’immagine favorevole del capo di Stato e del Paese.

Nel proporre tale strategia non si vuole in alcun modo suggerire il ricorso a una propaganda che si limiti semplicemente a tessere le lodi dei leader; allo stato delle cose, una simile strategia causerebbe ulteriori danni e diverrebbe come minimo oggetto di aspre critiche da parte dalla stampa europea. È necessario invece sforzarsi di presentare al pubblico europeo una visione dei fatti a tutto tondo, e spiegare la posizione della Russia riguardo a temi chiave della politica nazionale e internazionale.

La leadership russa può certamente continuare a ignorare il fatto che l’immagine della Russia all’estero si sta deteriorando. Così facendo, però, dovrà anche accettare che le visite del Presidente della Federazione Russa nei Paesi europei continuino a svolgersi in un clima di “semi-clandestinità”, e che ogni volta che si riportano delle notizie sul movimento di protesta solo l’opposizione esterna abbia l’opportunità di dire la propria.  

Toma Genole, scienziato politico, professore presso l’Istituto di scienze politiche di Parigi; Katerina Ryzhakova, consulente di comunicazione

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