Gli ostacoli sul cammino della conferenza sulla Siria

Vignetta di Sergei Elkin

Vignetta di Sergei Elkin

A Washington manca una visione unitaria del futuro di Damasco e gli americani giustificano talvolta la propria incertezza con l'irremovibilità della Russia

Quanto più chiaro diventa l'impegno di Mosca e di Washington per convocare una nuova conferenza internazionale, la cosiddetta Ginevra 2, per cercare di pacificare il conflitto siriano, tanto più complicate si fanno la situazione interna della Siria e quella intorno ad essa.  

Il conflitto, di fatto, è diventato internazionale: vi sono ormai coinvolti Libano, Qatar, Israele, Iran, e altri Paesi sono in procinto di entrarvi. Radunare al tavolo di una conferenza comune tutti i partecipanti siriani, o almeno una significativa maggioranza di essi, oltre agli attori esterni, sta diventando sempre più difficile.  

Il compito di Mosca non è poi così complesso. Il presidente Bashar Assad ha un carattere capriccioso; eppure, non è stata necessaria una lunga opera di convincimento per indurlo a partecipare a Ginevra 2. Il presidente è disposto a partecipare, senza porre alcuna condizione preliminare. Vale la pena di osservare che la Russia non sta lavorando solo con Assad, ma sta cercando di estendere la propria influenza anche tra gli oppositori. Negli ultimi tempi Mosca sta rivolgendo la sua attenzione al movimento locale dei Fratelli Musulmani, la componente meglio organizzata e più capace dell'opposizione, che per giunta si autodefinisce moderata. Sotto questo aspetto, i Fratelli siriani sono vicini ai loro compagni di idee che hanno preso il potere in Egitto.   

La Russia sta giocando inoltre la carta religiosa, ergendosi a difesa dei cristiani del Vicino Oriente e impiegando in qualità di diplomatici le più alte figure della Chiesa ortodossa russa, le cui idee, per il loro conservatorismo e per l'atteggiamento negativo nei confronti dell'Occidente, sono in sintonia con quelle dei fondamentalisti islamici.   

Quanto agli attori stranieri, la Cina e l'Iran, la responsabilità della Russia è relativa. La Cina non ha mai preso parte direttamente al conflitto, ma si è limitata a dichiarare in generale che è necessario raggiungere la stabilità nel Vicino Oriente. L'obiettivo della Russia sul fronte iraniano è ottenere la partecipazione del Paese alla conferenza, e prevenire azioni apertamente provocatorie da parte dei politici di Teheran. Anche questo obiettivo è assolutamente raggiungibile.

Gli Usa si trovano ad affrontare problemi più complessi. All'interno della Siria, essi hanno a che fare con un conglomerato di forze politiche assai diverse tra loro, per cui, mentre tentano di consolidare l'opposizione ad Assad, sono costretti a effettuare contemporaneamente una selezione al suo interno, per non compromettersi trattando con gli estremisti religiosi.

Altrettanto complessa è la situazione dei partner stranieri, i cosiddetti "amici della Siria". Da una parte, sia l'Unione Europea che gli Stati del Golfo Persico mantengono posizioni simili a quelle degli americani. Dall'altra parte, però, tra l'approccio degli europei e quello delle monarchie arabe vi sono delle differenze, e in particolare per quanto riguarda la componente islamista dell'opposizione siriana.

Gli Usa non sono favorevoli a una soluzione militare della questione siriana, e tanto meno deciderebbero mai di intromettervisi in maniera diretta. Per Barack Obama, che il prossimo anno ritirerà le truppe americane dall'Afghanistan (un fatto questo che nel mondo musulmano e non solo viene recepito come una sconfitta dell'America), non avrebbe senso invischiarsi in un nuovo conflitto che minaccia di diventare interminabile.   

A Washington non c'è una visione unitaria di quali misure si debbano intraprendere in Siria, e gli americani talvolta giustificano la propria incertezza con l'irremovibilità della Russia, scaricando così su di essa la responsabilità per le difficoltà della pacificazione siriana. Il fatto stesso che Washington sia d'accordo a convocare la conferenza di Ginevra 2 prova che la Casa Bianca comprende che sarebbe impossibile dirimere il conflitto siriano senza la partecipazione della Russia.

Nel frattempo è sorto un ostacolo, seppur prevedibile, sul cammino della preparazione di Ginevra 2: si tratta della questione delle forniture di armamenti all'opposizione siriana. La Russia ha espresso una netta condanna della decisione dell'Unione Europea di abolire l'embargo sulle forniture militari. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha sottolineato che l'abolizione dell'embargo compromette l'idea stessa della conferenza di pace.   

Bisogna però osservare che l'abolizione dell'embargo da parte dell'Unione Europea non significa che le forniture di armi cominceranno immediatamente. La decisione rappresenta piuttosto un tentativo di pressione sulla Russia affinché desista dal fornire aiuti militari ad Assad. Il ministro degli Esteri britannico William Hague sottolinea che, se si lavora per la conferenza di Ginevra, nessun Paese deve fornire armi a nessuno.  

La Russia, a sua volta, può sfruttare l'ultima risoluzione dell'Unione Europea per giustificare le proprie forniture di sistemi missilistici S-300, che aumentano il potenziale bellico dell'esercito siriano, circostanza particolarmente temuta da Israele.

Nel frattempo, gli alleati arabi dell'opposizione siriana, Qatar e Arabia Saudita, continuano a fornirle armamenti. Le armi vengono trasportate quasi allo scoperto attraverso il territorio della Giordania. È difficile dire con certezza a chi in particolare siano destinati questi equipaggiamenti, ma vi è ragione di supporre che una parte significativa di essi vada a finire nelle mani degli estremisti.   

In ogni caso, l'incessante corsa agli armamenti rende l'atmosfera ancor più tesa, e difficilmente pronosticabile l'esito di Ginevra 2.  

Alexei Malashenko, arabista, è membro del consiglio scientifico del Carnegie Center di Mosca

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