Perché la Russia dovrebbe rifornire la Siria di armi?

Vignetta di Alexei Yorsh

Vignetta di Alexei Yorsh

In attesa della Conferenza di pace, sembra che la stabilità sia un ricordo lontano, ma gli attuali passi della Russia sono dettati dalla logica di accrescere le chance del processo di pacificazione

I preparativi per la Conferenza mondiale di pace sulla Siria sono accompagnati dal diffondersi di notizie riguardanti la presenza di armi russe nel territorio del Paese. Mosca evita di entrare in polemica, sebbene non lo smentisca, appellandosi agli accordi ancora da concludere.

Va rilevato che l’ondata di accuse riguardanti il cinismo sanguinario della Russia e la sua ambiguità di condotta appare alquanto modesta. Perlomeno da parte occidentale. Ma che cosa sta accadendo sul fronte siriano in procinto di trasformarsi nella principale arena degli eventi mondiali?

Tutti i protagonisti esterni sembrano essere consapevoli del fatto che la conferenza in programma rappresenterà un momento di svolta. Se si attuerà la spinta verso un compromesso delle parti belligeranti esso costituirà un evento di portata storica sullo sfondo della totale impasse in atto ormai da molto tempo. Se non si troverà  al contrario alcuna convergenza, lo status quo non verrà salvaguardato ed è assai probabile che si assista a una rapida escalation del conflitto.

Il fallimento delle trattative sarà un segnale per le forze contendenti del fatto che una soluzione potrà essere raggiunta solo sul campo di battaglia. I partecipanti e i loro veri sponsor dei Paesi vicini triplicheranno gli sforzi nel tentativo di capovolgere la situazione a loro vantaggio. I fautori della linea di non intervento, inclusa l’amministrazione Obama, si ritroveranno a subire una forte pressione.

È improbabile che si ricorra a un intervento diretto, ma risulterà difficile resistere all’insistenza delle lobby che intimano di rifornire i ribelli di armi. La Russia da parte sua continuerà a fare tutto il possibile per salvaguardare un equilibrio delle forze, vale a dire per aiutare Damasco. Si manifesterà inevitabilmente una nuova spirale di tensione che potrebbe trasformare questa guerra in un conflitto russo-americano “per procura”. Molti osservatori ritengono che ciò stia già avvenendo, ma in realtà non è così. 

Gli attuali passi della Russia sono dettati dalla logica di accrescere le chance del processo di pace. A detta del Cremlino, infatti, l’alternativa sarebbe solo un’intensificazione del caos nel territorio siriano dal momento che i partner di Damasco non consentirebbero mai ai loro avversari di acquisire una supremazia.

Si tratta naturalmente di un gioco duro e alquanto rischioso. Le forniture di armi sofisticate a una delle parti in campo nel bel mezzo dell’esplosione del conflitto non appare certo un’azione  generosa e sul piano dell’immagine finisce con l’apparire come un segno di debolezza. La Russia rifornisce consapevolmente la Siria di mezzi di difesa che hanno il solo scopo di prevenire un massiccio intervento dall’esterno. Il fatto che nel conflitto siriano sia contraria a un intervento di tipo libico è dimostrato dalla linea di intransigenza e coerenza seguita dalla Russia; una linea che non sempre ha caratterizzato la sua politica. Negli ultimi due anni si sono uditi nei confronti di Mosca appelli, critiche, parole di scherno e di condanna per la miopia e lo smarrimento e gli osservatori hanno cercato ripetutamente una linea più morbida… Ma nella sostanza nulla è cambiato.

L’intransigenza russa oggi suscita ancora più impressione all’esterno di qualche mese fa, in particolare perché la Russia è riuscita a dimostrare quanto fossero vani tutti i tentativi di rinunciarvi. E il secondo ordine di ragioni è dettato dalla visione sempre più cupa sul futuro della Siria dopo Assad che si sta progressivamente diffondendo tra i sostenitori dell’opposizione. La prospettiva della dissoluzione del paese in una serie di differenti enclave etniche e religiose sembra ormai più che probabile e ciò garantirebbe nella pratica l’estendersi del conflitto ai paesi vicini: Turchia, Giordania, Libano e anche Iraq, dove la situazione appare estremamente fragile.

Tuttavia, se sul piano simbolico la Russia è riuscita a ottenere qualcosa, nella pratica i risultati ottenuti sono stati modesti. Mosca fin dall’inizio si è presentata come una forza conservatrice che ha cercato di resistere alla spinta distruttiva del cambiamento nel timore che l’instabilità, generata dalle rivoluzioni, producesse un effetto di risonanza che alla fine avrebbe investito la Russia sotto forme diverse, fino all’attivazione della jihad nel Caucaso. Timori del tutto fondati, ma neanche a farlo apposta in questa direzione il risultato appare avvilente. La stabilità appartiene ormai al passato, qualunque sia l’esito della guerra. Che Assad rimanga o meno, che il passaggio di potere avvenga tranquillamente o che si realizzi un brusco rivolgimento, la Siria di prima non esiste più.

L’integrità di Mosca risulterà legittimata solo se il risultato sarà quello di una soluzione politica. Se il conflitto siriano avrà esiti catastrofici, la Russia potrà anche farsi da parte, ma il faticoso lavoro di due anni e più andrà in briciole, e la sua cattiva reputazione di alleato “eternamente ancorato al passato” e perciò condannato potrà solo accrescersi.

Dai risultati della carneficina siriana, qualunque sia l’esito, si dovrebbe creare un “capro espiatorio” internazionale e determinare dei punti che fornissero la possibilità di scongiurare un’escalation del conflitto per giungere a una sua risoluzione. Non per punire i colpevoli, ma in modo da ricavare insegnamenti per il futuro. Tuttavia, ciò non accadrà, dalla politica contemporanea si è ormai smesso di trarre lezioni per principio.

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