Aspettando le presidenziali in Iran

Vignetta di Alena Repkina

Vignetta di Alena Repkina

La campagna elettorale a Teheran ha preso il via il 21 aprile 2013. A prescindere dalla piega che prenderanno gli eventi, in Medio Oriente il Paese occupa una posizione nevralgica

A giugno 2013 gli iraniani si recheranno alle urne per eleggere un nuovo presidente e, a prescindere dall’esito della consultazione, il mondo accoglierà i risultati in un clima di aspettativa. Mahmud Ahmadinejad, noto per la sua posizione intransigente e ostile nei confronti di Israele e degli Usa, lascerà la carica dopo due mandati, il numero massimo previsto.

I commentatori, tuttavia, sono concordi nel ritenere che anche nel caso in cui ad affermarsi sia un candidato più moderato, sarebbe folle aspettarsi da parte di Teheran un improvviso cambiamento di rotta per quanto riguarda il programma nucleare e i rapporti con Bashar al-Assad. Ciò significa che la “questione iraniana” è destinata a rimanere in primo piano, compresa la decisione da parte di Israele, Usa e monarchie del Golfo sull’opportunità di riconoscere o meno all’Iran il diritto (che il Paese di fatto già esercita) di possedere armi nucleari.

Un faro della democrazia islamica
Prima della primavera araba l’Iran era, ironicamente, lo Stato democratico più progredito del Medio Oriente (ad esclusione di Turchia, Israele e dell’Iraq occupato). Rispetto agli Stati arabi, infatti, Teheran ha sempre difeso la natura pluralistica della propria politica, e ha tenuto delle elezioni competitive, ragionevolmente libere, dall’esito non scontato.

Per molti versi l’Iran è stato un pioniere dei cambiamenti che hanno sconvolto la regione dagli inizi di questo decennio. Non per nulla Teheran ha accolto positivamente gli eventi di Tunisia, Egitto e Libia, i cui regimi dittatoriali erano, se non apertamente filo-occidentali, palesemente anti-islamici.

Nel caso della Siria però, l’entusiasmo iraniano si è raffreddato: anche se in termini di struttura politica il regime siriano – secolare, e un tempo filosovietico – è ben lontano dalle idee della Repubblica islamica dell’Iran, i due Paesi sono legati dal comune rifiuto della dominazione sunnita più di quanto non siano separati da differenze ideologiche.

Dalla parte della storia
Benché il contesto storico sia mutato, l’Iran di trentacinque anni fa e la primavera araba oggi poggiano sulla medesima base; il risveglio dei popoli islamici dell’Oriente sta determinando una trasformazione fondamentale, per la quale le principali potenze sembrano impreparate.

Verso la fine degli anni Settanta la tensione in Iran iniziò a crescere. Sotto l’influenza di Jimmy Carter, all’epoca presidente degli Usa e convinto sostenitore dei diritti umani, lo scià fece alcune concessioni che esasperarono il malcontento dei contestatori.

Carter finì per dover dare rifugio al monarca, e pagò a sua volta un prezzo enorme, in termini politici: la presa dell’ambasciata Usa con l’ingiunzione di consegnare lo scià, lo scandalo che accompagnò la pubblicazione della corrispondenza diplomatica, il catastrofico fallimento del tentativo di liberare gli ostaggi e l’umiliante trattativa con Teheran gli costarono infatti il secondo mandato alla Casa Bianca.

Nel 2011 un altro presidente democratico, Barack Obama, si è trovato in una situazione analoga quando Hosni Mubarak, leale alleato degli Usa, è stato oggetto di proteste di massa. In quel caso però, Washington si è rifiutata di sostenere il proprio alleato, schierandosi invece dalla parte del popolo.

La lezione tratta dalla rivoluzione iraniana fa pensare che gli Usa oggi temano di trovarsi “sul fronte sbagliato della storia”.

Il peso del passato
La situazione di stallo rispetto all’Iran e l’incapacità di trovare un terreno comune sono per molti versi da collegarsi agli eventi del 1979-1980. L’America prova un tacito risentimento per la mancata vendicazione di quell’onta, e considera l’assunzione di una posizione irriducibile l’unica via perseguibile.

C’è chi ritiene che tra la fine degli anni Novanta e gli inizi del nuovo millennio la presidenza di Khatami, di vedute relativamente liberali, abbia rappresentato un’occasione – perduta – per cambiare rotta.

Oggi, alla vigilia delle prossime elezioni, nessuno si fa più illusioni: a prescindere da chi assumerà la carica di presidente, l’Iran continuerà a rifiutare le pressioni esterne. L’unica speranza alimentata dalla dipartita di Ahmadinejad è quella di vedere diminuire le dichiarazioni apertamente provocatorie e politicamente inopportune.

Certo, la peculiare democrazia iraniana potrebbe produrre un personaggio altrettanto colorito, tanto più se si considera la crescente insoddisfazione del popolo nei confronti della situazione economica, determinata dalle sanzioni imposte dall’Occidente.

L’occhio del ciclone
A prescindere da ciò che accadrà in Medio Oriente, una cosa è certa: l’Iran rimarrà al centro degli eventi. In quanto polo di attrazione per gli sciiti di tutta la regione, scontenti delle proprie condizioni di vita; in quanto grande potenza con ambizioni di respiro (quanto meno) regionale; in quanto modello politico di un certo tipo, e, nel caso gli venisse riconosciuto il diritto a possedere armi nucleari, in quanto Paese, non solo in grado di alterare gli equilibri di potere, ma di annullare di fatto il trattato di non-proliferazione nucleare, la cui sopravvivenza attualmente è incerta.  

Il prossimo presidente iraniano ha già garantito un posto nella storia: o perché compirà un gesto decisivo, o, com’è più probabile, o perché assisterà a un gesto decisivo, contro la sua stessa volontà.

Fedor Lukjanov è presidente del Presidium del consiglio per la politica estera e di difesa

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