La tragedia di Boston riavvicinerà Usa e Russia?

23 aprile 2013 Sergei Markedonov, politologo
L'attentato alla maratona cittadina ha riaperto la questione dell'integrazione degli immigrati e la risposta cercata dai giovani nel radicalismo islamico. Punti su cui Washington e Mosca dovrebbero tornare a cooperare
Vignetta di Alexei Iorsh
Vignetta di Alexei Iorsh

L’attentato terroristico alla maratona di Boston ha richiamato di nuovo l’attenzione della comunità internazionale sul tema della sicurezza. Il coinvolgimento di individui di etnia cecena nell’esplosione ha ricordato a esperti, politici e giornalisti americani l’esistenza di soggetti provenienti dal Caucaso del Nord.

Questi problemi sono stati e sono solo una parte di un quadro di politica estera più ampio, che comprende i rapporti bilaterali russo-americani, il terrorismo internazionale, la situazione nel Grande Medio Oriente o i preparativi per le Olimpiadi di Sochi del 2014, dove gli Stati Uniti invieranno una delle più grandi delegazioni di atleti e allenatori.

L’acceso dibattito che è sorto sui media americani e nella blogosfera in seguito alla tragedia di Boston conferma perfettamente quanto appena detto. La “guerra in Cecenia” è ritornata di nuovo sotto i riflettori, nonostante gli intensi scontri armati in questa Repubblica si siano conclusi già nel 2002 e, in termini di numero di attentati terroristici, la Cecenia abbia ormai ceduto il passo a Paesi come il Daghestan e l’Inguscezia. Per fare un confronto: nel 2012, in Daghestan, sono rimaste colpite da atti di violenza politica 695 persone (con 405 morti), mentre in Cecenia solo 174 (con 82 morti).

In America, si è riacceso il dibattito sul “separatismo ceceno”, nonostante, dopo la tragedia di Beslan del 2004, tutti i maggiori attacchi terroristici con coinvolgimento di individui provenienti dal Caucaso del Nord (l’attacco terroristico all'aeroporto Domodedovo nel 2011, le esplosioni nella metropolitana di Mosca nel 2010) siano stati perpetrati non sotto lo slogan di autodeterminazione etnica e politica, bensì sotto quello dell’islamismo radicale. Come se non bastasse, i mezzi di informazione degli islamisti sono pieni di espliciti messaggi anti-americani.

Gli esperti americani sono soliti individuare due ragioni dietro al radicalismo caucasico: la politica repressiva attuata dalla Russia e i relativi svantaggi socio-economici. Tuttavia, ciò non è applicabile alla tragedia di Boston: era da tempo infatti che la famiglia Tsarnaev aveva lasciato la Cecenia e non era pertanto venuta in contatto con le campagne militari caucasiche. Inoltre, non era il primo anno che i due fratelli Tamerlan e Dzhokhar vivevano fuori dai confini della Russia, liberi dalla “macchina repressiva russa” e dai bassi standard sociali.

Va notato, poi, che casi simili alle esplosioni di Boston (quando cioè gli imputati sono immigrati provenienti dalla regione del Caucaso del Nord), si sono già verificati anche in Europa. Nel settembre del 2010 a Copenaghen è stato arrestato Lors Dzhokaev, di etnia cecena, con l’accusa di aver cercato di organizzare un attacco terroristico contro un giornale danese, che aveva pubblicato delle caricature sul profeta Maometto. Prima di ciò, l’accusato aveva vissuto sei anni in Belgio. Nel maggio del 2011, la polizia della Repubblica Ceca ha arrestato diversi membri della rete terroristica daghestana “Shariat Jamaat”. A marzo del 2011, la Norvegia (che fino ad allora era stata uno dei Paesi più liberali nei confronti degli immigrati provenienti dalla regione del Caucaso del Nord) ha condotto una deportazione di massa di immigrati provenienti da tale regione.

Purtroppo, per molto tempo, per ragioni di correttezza politica, si è ignorato il fatto che nelle comunità di immigrati possano sorgere sentimenti radicali che non sono più tanto indirizzati contro la Russia, bensì contro l’Occidente. In cerca di risposte alle domande: “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove stiamo andando?”, i giovani si rivolgono a coetanei, amici dalla propria patria storica e le risposte che ricevono non sono quelle a cui auspicherebbero gli Stati Uniti e i Paesi europei. Il movimento di protesta del Caucaso settentrionale si sta islamizzando molto rapidamente e Stati Uniti, Europa e Israele sono visti dagli islamisti come dei nemici, che conducono una lotta contro i fedeli musulmani.

Per venire a contatto con queste idee radicali non è necessario appartenere all’"Emirato del Caucaso", o al “Vilayat Daghestan” né tantomeno essere coinvolti attivamente nelle attività di Al-Qaeda. È sufficiente avere accesso a Internet e alle reti sociali.

Ciò che forma un islamista radicale non è l’aspetto esteriore, l’aderenza dogmatica a una serie di norme religiose né tantomeno il corso di un giovane jihadista in Afghanistan o in Daghestan. È sufficiente una ricerca ideologica autonoma sullo sfondo di un sentimento di delusione suscitato dalla nuova patria. Pertanto, sarebbe quantomeno ingenuo credere che una vita relativamente agiata, lontano dai “punti caldi” sia automaticamente una garanzia di lealtà e attaccamento ai valori occidentali.

Dopo la tragedia di Boston sui mezzi di comunicazione sono apparse una serie di pubblicazioni che evidenziano la necessità di una cooperazione su questioni di sicurezza tra Mosca e Washington. Il che è più che ragionevole.

Tuttavia, sarebbe sbagliato parlare solo della cooperazione a livello di servizi speciali. Senza cambiamenti fondamentali nel contesto sociale e un miglioramento del livello di fiducia, questa cooperazione non darà l’effetto desiderato. La comunità di esperti e politici russi deve essere coinvolta il più attivamente possibile nell’interazione con i membri del Congresso americano, i media più influenti e le università. In caso contrario, un’immagine semplificata degli eventi legati al “separatismo ceceno” e alla “guerra cecena” accompagnerà sempre ogni discussione relativa al Caucaso del Nord.

L'opinione pubblica negli Stati Uniti non è meno importante delle decisioni dell’Amministrazione, del Dipartimento di Stato e della comunità dell’intelligence.

L’autore è ricercatore invitato presso il Centro di studi strategici e internazionali di Washington, Stati Uniti

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