La psicologia della lista Magnitsky

Vignetta di Niyaz Karim

Vignetta di Niyaz Karim

Le tensioni legate alla decisione Usa sono destinati a durare: il Congresso rimane ancorato alle proprie posizioni, mentre la Casa Bianca non si arrischia a liberarsi di questo fattore irritante per le relazioni con Mosca

Il confronto russo-americano sulla legge Magnitsky ha compiuto un nuovo passo, che si potrebbe definire “conciliativo”. Stando alla versione del Dipartimento di Stato americano, la lista degli individui soggetti a sanzioni, conterrebbe 18 nominativi, una cifra molto modesta rispetto ai quasi 300 nomi che erano stati proposti dal congressista James McGovern, il quale ha però subito precisato che i lavori sono appena iniziati, e che il documento sarà ampliato.

Non vi è alcun dubbio che i lavori o, meglio, la lotta politica dell’amministrazione e del Congresso, originatasi con il pretesto della tragica fine dell’avvocato russo, continuerà, dal momento che il caso non ha solo ripercussioni a livello intergovernativo ma anche a livello di politica interna.

E vi è anche un’altra ragione. La legge, approvata alla fine del 2012, quale risultato di una combinazione di tutta una serie di cause e interessi specifici, è diventata uno strumento politico nelle mani degli americani. E il Congresso non è affatto disposto a rinunciare a questo strumento che potrebbe essere utilizzato non solo in relazione al caso Magnitsky.

L’amministrazione di Barack Obama non ha mai appoggiato con entusiasmo l’intenzione del Congresso di dare al caso Magnitsky una risonanza internazionale. La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti hanno cercato in tutti modi di rallentare questo processo, in modo da ridurre al minimo i danni nelle relazioni con la Russia.

Ciò non per rapporti di simpatia con il Cremlino, bensì per ragioni puramente pragmatiche. L’amministrazione americana deve risolvere assieme a Mosca una serie di questioni specifiche, legate principalmente alla risoluzione di alcuni conflitti regionali (Iran, Afghanistan, Siria, Corea del Nord, ecc.).

Il Congresso, invece, non è tenuto a prendere atto di tali oneri. Come si dice a Capitol Hill: ciascun senatore e membro del Congresso ha una propria politica estera. Essa è definita da una serie di compiti elettorali, giacché i membri del Parlamento degli Stati Uniti sono soggetti a una campagna elettorale continua: la composizione del Congresso viene infatti rinnovata ogni due anni.

Di norma, i congressisti non hanno tempo per lasciarsi distrarre da problemi periferici, che riguardano quasi sempre la sfera estera. Si dimostrano interessati a essi solo quando la situazione riguarda direttamente gli interessi di determinati elettori, o è in atto una forte attività di lobbying, o si presenta l’opportunità per un politico di affermarsi quale difensore di importanti valori, sfruttando tale posizione di principio per mettere in cattiva luce l’opposizione.

Il caso Magnitsky tocca tutta una serie di aspetti che hanno suscitato l’interesse di deputati e senatori. Il tema è passato all’ordine del giorno grazie all’attività di lobbying esercitata dal datore di lavoro di Magnitsky, Bill Browder. È stato proprio grazie a lui e ai suoi colleghi che il caso ha ottenuto una risonanza a livello mondiale.

L’adozione della legge Magnitsky è stata incentivata dalla necessità di abrogare l’emendamento Jackson-Vanik, che ostacolava gli imprenditori americani. Dal momento che il Congresso non può semplicemente prendere e annullare una misura sanzionistica nei confronti della Russia (ciò sarebbe visto come una concessione, anche se la misura di per sé ha perso da tempo significato), si pensò di pareggiare tale abrogazione con l'introduzione di un altro “atto di rivalsa”.

La forte contrapposizione ideologica che caratterizza i rapporti tra i repubblicani e l’Amministrazione Obama, si sta riducendo a una serie di attacchi diretti alle iniziative della Casa Bianca considerate importanti ed efficaci. Siccome il riallaccio dei rapporti con Mosca è considerato un successo dell’Amministrazione Obama, i repubblicani concentrano i loro attacchi proprio su questa sfera, cogliendo l’occasione per accusare il presidente americano di tralasciare tutta una serie di imperativi morali.

Infine, come ha osservato un sagace commentatore americano, la tragedia di Magnitsky non poteva di certo lasciare indifferenti i legislatori, dal momento che la vittima era un avvocato, ovvero una persona con la stessa formazione professionale e la stessa posizione sociale della stragrande maggioranza dei senatori e dei membri del Congresso. Essi hanno estrapolato, consciamente o inconsciamente, le circostanze della morte di Magnitsky, applicandole a loro stessi, e ciò ha contribuito alla radicalizzazione del caso.

Tutto ciò, ovviamente, avrà delle ripercussioni future. I conflitti legati alla legge Magnitsky sono infatti destinati a durare. Il Congresso non ha intenzione di rinunciare alle proprie posizioni più per motivi generali che riguardanti specificatamente la Russia. L’Amministrazione cercherà di ridurre i danni che la collisione arrecherà alle relazioni bilaterali, ma difficilmente si arrischierà a liberarsi di questo fattore irritante senza valutare prima tutte le conseguenze possibili.

La legge, infatti potrebbe di per sé rivelarsi uno strumento utile anche per la Casa Bianca. Inoltre, Obama e i suoi colleghi intrattengono con il Congresso un’ampia gamma di relazioni e interazioni, di cui le relazioni russo-americane costituiscono solo un elemento, e non il più importante. Pertanto è improbabile che l’amministrazione Obama voglia spendere su di esso capitale politico che potrebbe risultare estremamente necessario in altri settori.

Fedor Lukjanov è presidente del Presidium del Consiglio sulla politica Estera e di Difesa

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