È inevitabile una seconda guerra di Corea?

Vignetta di Niyaz Karim

Vignetta di Niyaz Karim

Sale la tensione nella regione, ma se si prova a mettere da parte le emozioni, a esaminare attentamente il corso degli avvenimenti più recenti nella penisola e a leggere con attenzione i documenti nordcoreani che vengono ripresi, si delinea un quadro diverso

Le informazioni che arrivano dalla penisola coreana sono allarmanti e contraddittorie. Da un lato, continua l'escalation di tensione. Non cessa il susseguirsi di dichiarazioni durissime da parte di Pyongyang e di Seul, che minacciano di "cancellarsi" a vicenda dalla faccia della Terra. Il risultato è che nella penisola coreana si è venuta a creare una situazione esplosiva quale non si era più verificata dalla crisi del 1968, quando la  Repubblica Democratica Popolare di Corea catturò la nave spia americana Pueblo.

Dall'altro lato, nel plenum del Comitato Centrale del Partito dei Lavoratori di Corea, tenutosi il 31 marzo 2013, è stato approvato un corso politico che prevede lo sviluppo parallelo dell'economia e degli armamenti nucleari, e nell'ultima sessione dell'Assemblea Popolare Suprema, che si è tenuta in seguito, è stato nominato capo del consiglio dei ministri Pak Pong-ju, noto come sostenitore delle riforme economiche.  

Questi fatti testimoniano che l'intenzione di Pyongyang non è quella di scatenare una guerra, ma di occuparsi della crescita economica. È importante anche il fatto che almeno per ora in entrambe le Coree il normale, pacifico ritmo di vita della popolazione non ha subito alterazioni.  

Analizzando la componente di crisi dell'odierna equazione coreana, bisogna rilevare come avvenimenti cruciali l'uscita, avvenuta l'8 marzo 2013, della Corea del Nord dal Trattato di pace del 1953 e dai relativi accordi con la Corea del Sud, l'abolizione della "linea diretta" tra i rappresentanti dei ministeri della Difesa di Corea del Nord, Usa, Pyongyang e Seul.

Inoltre, al centro dell'attenzione dei mass media internazionali vi è innanzitutto la fitta serie di minacciose dichiarazioni da parte di Pyongyang, che sostiene di aver già dato ordine di sferrare un attacco nucleare contro le basi militari americane in varie zone del mondo, che la Corea del Nord si considera in stato di guerra contro la Corea del Sud, etc. Notizie del genere non possono lasciare nessuno indifferente.  

Se, però, si prova a mettere da parte le emozioni, a esaminare attentamente il corso degli avvenimenti più recenti nella penisola, e a leggere con attenzione i documenti nordcoreani che vengono citati, apparirà chiaro quanto segue.

Innanzitutto, come le precedenti dichiarazioni della Corea del Nord, anche le più recenti contengono chiare indicazioni del fatto che tutti i devastanti colpi che essa promette di sferrare sono da intendersi come contromisure, nel caso in cui il Paese venga aggredito. Vi è, insomma, ragione di considerare queste mosse ufficiali come un minaccioso avvertimento agli avversari di non oltrepassare il limite estremo e di non attraversare la "linea rossa". Di conseguenza, i nordcoreani con tutta probabilità non covano piani di attaccare per primi i loro potenziali avversari.

In secondo luogo, nell'esaminare il pericoloso gioco di "equilibrio sul filo della lama", che ormai si è avvicinato fin troppo al confine con la guerra, bisogna tener presente il ruolo e il contributo di ciascuna delle parti in causa.  

Con non minore energia di Pyongyang, gettano benzina sul fuoco di questo potenziale incendio anche gli Stati Uniti e la Corea del Sud. Inoltre, se da parte della Corea del Nord la situazione per ora è limitata all'uso della retorica, benché oltremodo bellicosa, dall'altra parte vengono intraprese azioni concrete che portano a una escalation orizzontale e verticale del conflitto.  

La decisione di dispiegare altri dispositivi antimissile in Alaska e di puntarli contro la Corea del Nord; l'utilizzo per la prima volta dopo molti anni di vettori di armi nucleari, i bombardieri strategici B-52 e l'aeroplano invisibile B-2, nelle manovre americano-coreane "Key Resolve" e "Foal Eagle" che si stanno svolgendo in Corea del Sud, e in cui si stanno mettendo a punto gli attacchi nucleari alla Corea del Nord con l'impiego di finte bombe. Questa non è retorica, sono azioni militari concrete volte tra l'altro a spaventare e demoralizzare l'avversario.

In una situazione del genere qualsiasi Stato considererebbe queste azioni come una provocazione e reagirebbe con estrema durezza. Ciò nonostante, Washington e Seul hanno annunciato un'altra serie di manovre, la terza negli ultimi due mesi, che durerà per quasi tutto aprile 2013. Questa volta si tratterà di addestramenti della Fanteria di Marina.

Per condurre le esercitazioni è stata scelta la zona delle isole al confine tra le due Coree, in una regione contesa del Mar Giallo. Si tratta all'incirca della stessa zona in cui nel 2010 venne bombardata l'isola sudcoreana di Yeonpyeong, durante un combattimento di artiglieria scoppiato anch'esso sullo sfondo di alcune manovre sudcoreane.

Alla luce della situazione che si è venuta a creare, e per evitare che nella penisola coreana accada il peggio, la comunità internazionale deve rivolgere al più presto un appello inequivocabile a tutte le parti coinvolte nel conflitto, senza eccezione alcuna, da entrambi i lati del trentottesimo parallelo, affinché mantengano il più possibile la calma e comprendano la necessità di soppesare le proprie mosse in vista delle possibili conseguenze.

La Russia, che per tradizione nutre un profondo interesse per la penisola coreana e possiede una grande esperienza nel ruolo di mediatrice, ha già intrapreso una missione di pacificazione.  Forse per questa volta, e a questo scopo, avrebbe senso unire gli sforzi con i partner cinesi.

Aleksandr Vorontsov è responsabile del Dipartimento Corea e Mongolia presso l'Istituto di Studi Orientali dell'Accademia delle Scienze russa

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