Gli strepiti di Pyongyang

Vignetta di Niyaz Karim

Vignetta di Niyaz Karim

L'esperto Andrei Lankov spiega perché, nonostante i media internazionali temano lo scontro nella penisola coreana, la realtà della situazione è molto diversa: due ragioni motivano la retorica belligerante della Corea del Nord e l'apparente indifferenza di quella del Sud

A voler credere ai mezzi di comunicazione, la penisola coreana sarebbe sull’orlo di una guerra. Il governo nordcoreano ha adottato i toni di una retorica decisamente bellicosa, affermando che a partire dall’11 marzo 2013 avrebbe rinunciato al trattato di armistizio, tagliato la “linea rossa” che collega telefonicamente Pyongyang e Seul e annullato il patto di non-aggressione con la Corea del Sud.

Contemporaneamente il Rodong Sinmun, organo di stampa del governo nordcoreano, ha pubblicato un editoriale in cui si afferma che il glorioso esercito nordcoreano, recentemente dotato di missili e armamenti nucleari d’avanguardia, trasformerà Seul e Washington in “mari di fuoco”, presumibilmente non appena il Comandante Supremo avrà modo di impartire ordini a tale riguardo. Stando ai comunicati nordcoreani, inoltre, le principali città della Corea del Nord si starebbero preparando a dei possibili attacchi aerei con delle frequenti, intense esercitazioni.

Secondo la versione ufficiale tutte queste misure rappresenterebbero una risposta alla risoluzione con cui il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha condannato il test nucleare (il terzo) condotto a febbraio 2013 dalla Corea del Nord. La risoluzione, che ha introdotto alcune nuove sanzioni contro Pyongyang, è stata definita dal governo nordcoreano come un “atto di guerra”.

La comunità internazionale è preoccupata e alcune testate hanno iniziato a inviare i propri corrispondenti a Seul, temendo imminente lo scoppio di un conflitto. Probabilmente però stanno sprecando il loro denaro. L’eventualità di uno scontro, o addirittura una guerra, rimane infatti piuttosto remota. Ciò a cui stiamo assistendo non è che l’ennesimo round tattico con cui Pyongyang minaccia ostilità per mandare un chiaro messaggio tanto all’estero che al proprio popolo.

E questo Seul – non solo il governo, ma il popolo in generale – lo sa bene. Mentre la Corea del Sud diffonde diligentemente le tetre minacce che giungono da Pyongyang, la sua popolazione presta in genere pochissima attenzione a queste alzate di testa e agli apparenti segnali di pericolo. È inoltre significativo il fatto che di fronte alla crisi la Borsa sudcoreana non abbia manifestato alcuna reazione negativa.

Comprendere i motivi di questa tranquillità è facile: i sudcoreani hanno già vissuto circostanze analoghe in molte occasioni. Almeno ogni uno o due anni. La Corea del Nord ha dichiarato più volte nullo l’armistizio del 1953, la più recente risale al maggio del 2009, dopo che una risoluzione delle Nazioni Unite aveva condannato, come accaduto di recente, un test nucleare.

Quanto alla promessa di trasformare Seul in un “mare di fuoco”, anch’essa è stata già reiterata in diverse occasioni: la prima nel 1994 e, successivamente, nel 2003. In alcuni casi i media nordcoreani non si sono limitati a delle minacce generali, ma sono stati ben più specifici riguardo ai presunti obiettivi. Nel luglio del 2012, ad esempio, il quotidiano ufficiale della Corea del Nord minacciò l’esplosione delle sedi dei principali giornali sudcoreani, colpevoli di aver pubblicato articoli e documenti non graditi a Pyongyang.

Nulla però è accaduto alle sedi di quei giornali, né alla capitale sudcoreana. L’esperienza dimostra che la Corea del Nord non mantiene mai ciò che minaccia a voce e, per questo, con ogni probabilità, il popolo sudcoreano fa bene a prendere l’ennesima bordata di Pyongyang con molta leggerezza.

Ma se così stanno le cose, che senso hanno simili minacce? Il ripetitivo comportamento di Pyongyang sembra dovuto essenzialmente a due motivi: per cominciare, i toni retorici costituiscono ormai una reazione standard alle risoluzioni con cui il Consiglio di Sicurezza Onu condanna lo sviluppo di missili e armamenti nucleari da parte del Nord. Malgrado l’enfasi dei toni, si tratta, innanzitutto, e soprattutto, di un gesto diplomatico, un modo con cui Pyongyang esprime la propria contrarietà nei confronti della risoluzione, oltre che la decisa riluttanza a cedere a pressioni esterne.

All’origine degli scatti di bellicosità vocale di Pyongyang c’è però anche un altro motivo: il desiderio di ricordare continuamente al popolo nordcoreano che il Paese è circondato da nemici che complottano, per evitare che i nordcoreani inizino a porsi delle domande politicamente pericolose; come, ad esempio, interrogarsi sul perché la Corea del Nord, la cui industria un tempo era la più avanzata di tutta l’Asia orientale continentale, stia perdendo sempre più colpi rispetto alla Cina, e, soprattutto, alla Corea del Sud.

Le minacce esterne rappresentano il modo migliore per giustificare le infinite difficoltà economiche e una o due esercitazioni in vista di presunti attacchi aerei possono fare miracoli quando si desidera mantenere la popolazione in uno stato di terrore ed evitare che si ponga interrogativi sacrileghi. Inoltre, ricordano ai nordcoreani della necessità di mantenere la disciplina e stringersi compatti attorno all’attuale leader e alla sua “gloriosa” famiglia.

Sembra dunque che il mondo abbia preso troppo sul serio la retorica di Pyongyang. Ciò non significa che la penisola coreana sia una luogo in cui regna la pace. Al contrario: come decenni di esperienza ci insegnano, possiamo essere piuttosto certi che i confini di terra e di mare tra le due Coree saranno, di quando in quando, teatro di qualche scontro (di proporzioni relativamente ridotte).

Per adesso, tuttavia, la probabilità che simili scontri si verifichino appare bassa. Gli strepiti che giungono da Pyongyang, infatti, non sono che semplici strepiti. 

L'autore è uno studioso russo di Asia e uno specialista in studi coreani

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