Putin III, un anno dopo

Vignetta di Sergei Elkin

Vignetta di Sergei Elkin

Lotta alla corruzione, economia e risanamento dell'apparato statale. Il punto della situazione, secondo il politologo Andranik Migranjan, sul mandato del Presidente della Federazione Russa a un anno esatto dalla rielezione

La tentazione di pronunciarsi in merito ai successi e agli insuccessi del Presidente russo Vladimir Putin rieletto il 4 marzo 2012 è forte. In fondo, quella data ha rappresentato uno spartiacque che doveva perlopiù chiarire l'assetto politico del Paese. Se prima c'erano formalmente un Presidente e un leader non ufficiale che stava alla guida del Paese, le elezioni sono state convocate per ufficializzare la funzione di quest'ultimo ed elevarlo a capo indiscusso dello Stato. 

A seguito delle elezioni presidenziali, politologi e analisti non hanno fatto altro che chiedersi quale sarebbe stato l'assetto politico in Russia dopo la cerimonia di inaugurazione di Vladimir Putin e la formazione del nuovo governo. Alcuni politologi avevano previsto che Putin avrebbe continuato ad operare in tandem anche dopo le elezioni e che per un certo periodo l'assetto governativo sarebbe rimasto inalterato.

Invece, di lì a poco si è capito che non c'era ragione di operare in tandem. Inoltre, se per espletare la propria funzione Medvedev aveva bisogno dell'autorità e dell'esperienza politica di Putin, della sua presenza a garanzia del consenso delle élite e della società, dopo l'insediamento del nuovo Presidente è venuta meno la necessità di un socio alla pari che portasse avanti un tandem politico. Nonostante quattro anni di presidenza, infatti, Medvedev non ha sviluppato alcuna influenza politica.

In secondo luogo, è importante soffermarsi a considerare un altro fenomeno: la lotta alla corruzione avviata da Putin subito dopo il suo ritorno al Cremlino. Per dimensioni, una lotta senza precedenti.

Sembra quasi che le autorità abbiano tutta l'intenzione di sottoporre funzionari e imprenditori connessi ad un processo di purificazione.

Alla Duma è in fase di approvazione un progetto di legge che prevede un divieto per i funzionari statali ad essere titolari di azioni o depositi in banche estere e un obbligo a dichiarare i beni immobili posseduti all'estero. Molti commentatori interpretano questa legge come un tentativo, da parte di Putin, di sottomettere l'élite russa al controllo dello Stato. C'è addirittura chi vede, nella politica di restituzione dei beni dei funzionari dello Stato, un tentativo di nazionalizzazione delle élite. Io credo invece che le iniziative intraprese in questo senso siano una componente inscindibile della lotta alla corruzione, volta ad aumentare la trasparenza dello Stato.

A tal proposito, nei circoli politici e tra gli esperti si fa un gran parlare della possibilità che Putin decida di togliere l'immunità ai funzionari di alto rango. A sua volta, questo potrebbe trascinarsi dietro un'ondata di denunce e inchieste ai massimi livelli, compresi ministri e vice-ministri coinvolti in casi di corruzione. Potrebbero addirittura esserci conseguenze penali con l'applicazione di pene detentive. Non esiste la possibilità che questo provochi una scissione tra le élite e un indebolimento della base di supporto politico del Presidente?

In genere, nelle società in fase di transizione come la Russia, il principale perno per restare al potere è in gran parte costituito dalle élite che si sono venute a consolidare nell'arco del tempo. Nel caso di Putin, tuttavia, sappiamo che dagli albori della sua presidenza non ha fatto leva sulle élite di imprenditori, né tantomeno su funzionari corrotti. Putin sa bene cosa significhi intraprendere una campagna seria contro un simile perno e una simile fonte di potere. Durante il governo di Eltsin, il perno del potere era rappresentato dagli oligarchi e dai capi delle amministrazioni regionali. Per sconfiggere queste forze, Putin aveva già scelto di affidarsi alle istituzioni del potere, ancora deboli e informi, facendo leva sul sistema giudiziario e, prima di tutto, sul sostegno popolare. Al giorno d'oggi queste istituzioni hanno maggiore forza e sono uno strumento più efficace nella nuova ondata di lotta alla corruzione.

Per questo concluderei che questa seconda iniziativa di Putin e del suo entourage per ripulire la classe dirigente russa dalla corruzione imperante ha ottime prospettive di successo. Dubito, al contrario, che possa costituire un pericolo per la classe dirigente.

Un anno dopo le elezioni il rating del Presidente sembra sceso di qualche punto percentuale. Si tratta di un fenomeno naturale, che capita ovunque nel primo anno di governo dopo le elezioni. Un'altra ragione è che la società russa si aspetta grandi cose da Putin: che risani l'economia del Paese e che riporti l'etica in Russia. Come già osservato in precedenza, Putin trae forza e autorità dal sostegno dell'intera popolazione. Per evitare un ulteriore calo del rating del Presidente, la popolazione chiede che gli vengano mostrati risultati concreti: progresso economico, vittorie nella lotta alla corruzione, risanamento dell'apparato statale, risollevamento etico del Paese, atmosfera politica stabile.

Poiché a causa della crisi derivante dal deterioramento delle condizioni economiche a livello globale risulterà difficile ottenere risultati rapidi e tangibili nella sfera economica, lo Stato può concentrarsi su altri settori. In particolare, può fare passi avanti nella lotta alla corruzione, che a sua volta produrrà un ambiente favorevole alla crescita economica.

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