Ucraina, da Minsk la speranza di una tregua

Foto: Reuters

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Il cessate il fuoco e l’auspicio della risoluzione del conflitto. Ecco il parere di alcuni esperti all’indomani delle trattative portate avanti in Bielorussia

Venerdì i rappresentanti delle autorità ucraine e delle repubbliche autoproclamate hanno firmato un protocollo sul cessate il fuoco. Come ipotizzano gli esperti russi, la tregua attuale potrebbe portare ad un progresso nella soluzione della crisi interna ucraina sulla base di posizioni più bilanciate e punti di contatto.

 
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Le parti in conflitto si sono impegnate a interrompere le azioni militari e ad assicurare la consegna degli aiuti umanitari alla popolazione delle regioni interessate dagli scontri. Sono stati proposti inoltre lo scambio di tutti i prigionieri, il ritiro dal territorio dell'Ucraina “di tutti i gruppi armati illegali, il ritiro della tecnica militare, dei combattenti e dei mercenari”, nonché l'amnistia per tutti i partecipanti alle azioni militari e finalmente l'inizio di un vero e proprio dialogo politico con la garanzia della sicurezza personale dei partecipanti ai futuri colloqui. Del monitoraggio della situazione al confine russo-ucraino si occuperà l'OSCE.

Gli accordi raggiunti includono anche l'attribuzione di uno status speciale alle regioni di Donetsk e Lugansk all'interno dell'Ucraina, per cui la Rada dovrà varare una legge apposita e indire elezioni anticipate degli organi locali del potere nelle repubbliche autoproclamate. Inoltre, le autorità ucraine hanno preso l'impegno di adottare un programma per la ripresa economica del Donbass.

Alexei Arbatov, direttore del Centro di sicurezza internazionale dell'Istituto di economia mondiale e di relazioni internazionali

L'attuale tregua si distingue dalla precedente per il mancato tentativo in passato di accordarsi. Ora sono state prese misure per controllare che venga rispettato il cessate il fuoco, cosa che non era stata fatta prima, ed è stato fissato un intero complesso di iniziative volte ad assicurare la durata della tregua e l'osservanza delle regole da entrambe le parti. Sono state inoltre poste le basi per il dialogo sullo status delle due repubbliche autoproclamate facenti parte dell'Ucraina. Si tratta ora di un accordo più solido di cui si fanno garanti la Russia e i rappresentanti della repubblica popolare di Donetsk (DNR), di Lugansk (LNR), Kiev e l'OSCE.

Sembra di avvertire nell'aria la sensazione che dopo due mesi dal fallimento del primo tentativo di tregua tutto stia muovendosi verso la fine dello spargimento di sangue: l'esercito ucraino, il popolo e le autorità sono stanche della guerra, così come l'Europa e Mosca. È arrivato il momento di dire “Basta! È tempo di uscire da questa situazione!”.

Il proseguimento del conflitto per Mosca porterebbe inevitabilmente allo scontro diretto con la NATO, nonostante tutte le dichiarazioni di Obama, di Putin e di tutti i membri dell'alleanza. Oggi, l'obiettivo principale del Cremlino è quello di evitare un simile scenario, dato che tutti negli ultimi tempi hanno parlato insistentemente degli sviluppi dei propri sistemi di sicurezza, promossi recentemente con eccezionale sfrontatezza. Il riferimento è in particolare agli avvenimenti in Iraq e nel Vicino Oriente e alle minacce dei terroristi all'indirizzo dei funzionari di governo e del Caucaso del Nord.

Evgeny Buzhinskij, senior vice-presidente del centro PIR, tenente generale in riserva

La questione principale è lo status futuro delle regioni di Lugansk e Donetsk. Poroshenko non farà concessioni né prima, né dopo le elezioni. Come ha esordito parlando dell'Ucraina unita, così continuerà a fare e proseguirà con questa politica. Un lieve cedimento è possibile a proposito degli status delle regioni orientali: sul piano dell'economia, delle finanze, della lingua, ma niente di più. Nel complesso, sarà del tutto possibile risolvere quei problemi con cui la crisi è iniziata nell'est dell'Ucraina.

Fra una settimana si terrà il nuovo appuntamento di turno a Minsk dove, evidentemente, verrà ancora una volta risollevata la questione dello status delle regioni. Poroshenko è costretto a fare le sue manovre fra Europa e Stati Uniti, dal momento che dopo la presa di posizione di Merkel sull'impossibilità di una risoluzione militare del conflitto, il presidente dell'Ucraina si è espresso per una risoluzione pacifica della crisi; mentre gli Stati Uniti hanno una posizione diversa e dichiarazioni analoghe a quelle della cancelliera tedesca, da parte loro non sono state pronunciate. Gli americani sono a sostegno di una soluzione politica, tuttavia, non sarebbero contrari ad una vittoria piena di Kiev. Il primo ministro dell'Ucraina, Arsenij Jacenjuk, rispecchia appunto questo tipo di approccio, affermando che con i terroristi non vi saranno trattative. 

Non sono certo che l'accordo di tregua raggiunto porterà ad un completo cessate il fuoco. Poroshenko controlla soltanto le forze armate del paese e la guardia nazionale. I battaglioni di Igor' Kolomojskij e Sergej Taruta non sono sottoposti al presidente e la tregua non fa che dar loro la possibilità di recuperare le occasioni perse e di ricominciare a sparare.

Andrei Kortunov, direttore generale del Consiglio russo per gli Affari Internazionali

Le ultime operazioni dei miliziani nell'est dell'Ucraina hanno dimostrato che l'obiettivo di Kiev di ottenere una piena vittoria entro la fine dell'estate è difficilmente raggiungibile. Nel contempo è anche evidente che le capacità militari dei miliziani sono limitate.

Le trattative di Minsk hanno messo in luce il fatto che alle parti manca un'unità di opinioni in merito alla regolazione del conflitto. La cauta posizione di Poroshenko scatena molte critiche a Kiev, sulle cui basi, molti politici ucraini costruiscono la loro campagna elettorale per il parlamento guadagnando sempre più favore politico. Allo stesso modo, anche nell'Ucraina dell'est non sono pronti al compromesso. Ci sono radicali che sostengono la piena indipendenza e separazione dall'Ucraina. Per raggiungere il successo nella negoziazione è necessario tagliare fuori i radicai di entrambe le fazioni.

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