Nell’occhio del ciclone

La questione ucraina, al centro dei colloqui tra Russia e Occidente (Foto: AP)

La questione ucraina, al centro dei colloqui tra Russia e Occidente (Foto: AP)

In occasione del vertice di Ginevra, dove Russia, Stati Uniti, Ue e Ucraina si riuniranno attorno a uno stesso tavolo per cercare accordi sulla crisi ucraina, ecco i possibili scenari futuri relativi a Kiev e alla Crimea

“De-escalation”: sembra essere questa la parola più utilizzata oggi nel mondo della politica internazionale. La parola più diffusa. Ma anche quella più difficile da realizzare. Pare avere significati diversi, a seconda di chi la utilizza in relazione alla crisi in Ucraina. Secondo molti esperti, i possibili scenari di sviluppo futuro dipendono proprio dall’interpretazione che si dà a questo termine.

L'Occidente preme affinché la Russia si muova verso una “de-escalation” di ciò che vede come un suo incoraggiamento ai disordini nell’Ucraina orientale, dove risiedono diversi cittadini di lingua ed etnia russa.

Secondo la Russia, invece, tali disordini sono una reazione popolare alla escalation della retorica nazionalista e anti-russa che si respira a Kiev, e che sta cominciando a tradursi in una soppressione forzata dei diritti legittimi della popolazione locale. Per questo motivo, come ha dichiarato il Presidente russo Vladimir Putin alla cancelliera tedesca Angela Merkel nel corso di una conversazione telefonica, per la Russia “de-escalation” significa condurre trattative per riportare la situazione a una cooperazione pacifica.

Una dimostrazione di forza

Kiev, tuttavia, si trova coinvolta in un tiro alla fune tra vari centri di influenza, spiega Vladimir Zharikhin, vicedirettore dell'Istituto per la Comunità degli Stati Indipendenti. "Se le decisioni spettassero solo al presidente ad interim Turchynov e al primo ministro ad interim Yatsenyuk, sarebbe più facile offrire possibili scenari di sviluppo futuro. Ma essi si trovano sotto la pressione di Washington, Bruxelles, Mosca e persino Maidan. In tali circostanze, non è facile muoversi in nessuna direzione”.

 
L’incognita del gas

Secondo Zharikhin, in questo momento, sembrerebbe esserci una spinta in favore di una soppressione dei disordini nella parte orientale del Paese. Ma ciò contribuirebbe solo a renderli latenti. E qualora il risultato fosse uno spargimento di sangue, la Russia non avrebbe altra scelta che intervenire.

Secondo Steven Eke, analista senior della Control Risks, una società di consulenza leader nel campo della sicurezza internazionale, si tratterebbe di uno scenario “estremo”. A detta dell’esperto, un’invasione militare russa su vasta scala dell'Ucraina orientale, si tradurrebbe in un conflitto civile che potrebbe dilaniare il Paese, nonché richiedere un intervento internazionale per risolverlo.

Tuttavia, Dmitri Trenin, direttore dell’organizzazione non profit Carnegie Endowment for International Peace ritiene che "al momento, la Russia non debba e probabilmente nemmeno intenda muovere le sue forze militari nel Sud-est dell'Ucraina". Secondo Trenin, Mosca "mette Kiev di fronte a un dilemma sgradevole: usare la forza e accelerare così molto probabilmente lo sgretolamento del Paese, o rimanere a guardare passivamente la proliferazione di sedicenti “repubbliche popolari” e perdere così il controllo del Sud-est del Paese?".

Ciò preoccupa l'Occidente tanto quanto Kiev, se non di più. "Da come stanno le cose, l'Ucraina e l'Occidente hanno ceduto la Crimea alla Russia", scrive Judy Dempsey, caporedattrice della pubblicazione Strategic Europe. "Con la Crimea ormai in mano alla Russia, l'Occidente deve trovare un modo per difendere il resto dell'Ucraina".

Vladimir Zharikhin ha la sensazione che le autorità di Kiev stiano "passando il Rubicone tra negoziazione e forza sotto la pressione dell'Occidente e di Maidan poiché si rendono conto dei pericoli e della futilità di tale azione. Secondo Zharikhin, in questo momento, pertanto, stiamo assistendo a una dimostrazione di forza piuttosto che all'uso della stessa.

Probabilmente questa dimostrazione di forza è solo uno stratagemma per far deragliare i colloqui di Ginevra di giovedì tra Russia, Stati Uniti, Unione Europea e Ucraina, spiega Vladimir Zharikhin. L’esperto non è sicuro che il risultato dei colloqui andrà bene a Kiev.

A detta di John Lough, ricercatore del programma “La Russia e l'Eurasia” presso la Chatham House la speranza è che "ai colloqui di Ginevra, la Russia prema per l’approvazione di un calendario mirato a una rapida riforma costituzionale, sostenendo che non vi sono altre alternative considerato il caos che sta travolgendo le regioni orientali. Ma il governo di Kiev e i Paesi occidentali potrebbero non accettare le proposte di Mosca”.

L’EUObserver riporta che la Commissione europea ha quasi completato il lavoro su quelle che l'Ue chiama sanzioni su tre livelli, progettate per colpire i settori russi dell’energia, della finanza e delle armi. Il Ministro degli esteri francese Laurent Fabius ha detto che i leader dell'Ue potrebbero indire un vertice la prossima settimana per attuare tali misure, qualora i colloqui di Ginevra non diano gli esiti sperati.

Tuttavia, Vladimir Zharikhin è scettico sulla possibilità di sanzioni davvero mordaci. "L’attuale leadership europea è in declino", sostiene l’esperto. Infatti, il britannico William Hague ha indicato che l'Ue è ancora indecisa su ciò che farebbe scattare l'introduzione di nuove sanzioni. "La situazione può svilupparsi in molti modi, pertanto non abbiamo elaborato nulla in maniera dettagliata", ha detto ai giornalisti.

Prospettive cupe

Dmitri Trenin del Centro Carnegie di Mosca ritiene che vi sia ancora la possibilità di evitare una caotica guerra civile su più fronti. Questa possibilità risulta valida, però, solo nel caso in cui i partiti dentro e fuori l’Ucraina assumano le proprie responsabilità. Gli americani, gli europei, i russi e gli ucraini stessi devono discutere congiuntamente misure economiche urgenti in materia di finanza, energia e commercio, ed esse devono essere inserite in un quadro costituzionale che fornirà una sorta di equilibrio all'interno dell'Ucraina e nelle sue relazioni e affiliazioni internazionali. Qualora non riescano a mettersi d’accordo, l’Ucraina si trasformerà in uno Stato fallito o in un campo di battaglia per un nuovo confronto".

Lo scenario più probabile secondo Steven Eke della Control Risks è che l'Ucraina rimanga un Paese instabile per molto tempo, con un presidente e un governo pro Ue e Occidente che salirà al potere dopo il 25 maggio. La Russia non invaderà l'Ucraina orientale, ma i rapporti con Mosca rimarranno difficili e soggetti, in particolare, a restrizioni e sanzioni economico-commerciali. La crescita economica sarà lenta, con l'economia turbata da un grande debito estero e bassi livelli di investimenti esteri diretti. Divisioni sociali, tra cui anche spaccature etniche, religiose e linguistiche, continueranno a minare l'integrità dello Stato.

Un’alternativa credibile sarebbe l'avvento al potere di un’amministrazione filo-russa, la quale potrebbe effettivamente condurre il Paese verso una maggiore stabilità a lungo termine, eliminando la causa immediata di destabilizzazione nella zona orientale. Ciò, però, sarebbe un espediente di ripiego e rimuoverebbe qualsiasi impulso a ripulire il settore degli affari o ad affrontare il problema della corruzione. In questo scenario meno probabile, l'Ucraina manterrebbe stretti legami economici con la Russia, pur sempre conservando le sue relazioni economiche più vitali con l'Ue.

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